giovedì, 03 dicembre 2009

Le origini, parte prima

Mia mamma, Alessandra detta Sandra, è nata nelle Marche, in un paese sottotitolato "spiaggia di velluto", non ho mai capito perchè visto che la conosco bene la sabbia di Senigallia e non mi pare proprio di velluto - ma mamma dice che sono io che c'ho i pregiudici. Sì sì, i pregiudiCi. La mamma di mia mamma, Velia, era la figlia del gerarca fascista della città, da giovane era una palla rotolante con una quinta di reggiseno e due salvagenti al posto dei fianchi, allo scoccare dei vent'anni ha iniziato a perdere peso ed è diventata una donna secca e rigida. Forse per via del quotidiano Senigallia - Arcevia - Arcevia - Senigallia che faceva in bibcicletta per andare a lavorare. Era meglio da morbida e tettona, comunque. Il padre di mia madre,Severino detto Rino, era un comunista convinto. Prima di mia nonna aveva un'altra moglie, piccola e bionda di cui non ricordo mai il nome, con la quale ha adottato una bambina e poi ha avuto una figlia. Poi la piccola moglie bionda è morta e si è sposato con mia nonna, dal quale ha avuto mia mamma. Per trentasei anni di matrimonio hanno continuato a litigare per questioni politiche ma alla fine è riuscito a portare mia nonna a Mosca. Il più grande sogno di mio nonno era di andare in Cina, ma è morto prima di realizzarlo. 

Mio padre, Claudio detto Cico, è nato al nord, nord est per la precisione, in una città che è capoluogo di provincia, ma quasi nessuno sa della sua esistenza, o al massimo pensano che sia sul confine con l'Austria. Sè, praticamente crucchi adesso. Udine. In realtà il padre di mio padre, Silvio detto Nonno Dido, è nato a Voloska, vicino ad Abbazia, Istria italiana per intenderci, da papà di origini italiane e mamma slava cento per cento. La mia bisnonna Giannina faceva Vucetich di cognome ed era figlia di Juan Vucetich, colui che inventò il sistema di riconoscimento tramite le impronte digitali. Se andate su Wikipedia lo trovate. Cercate: Juan Vucetich, in realtà si chiamava Ivan, poi è andato in Argentina e ha adattato il nome al paese. Nonno Dido è arrivato in Italia insieme ad altri istriani dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo la perdita dell'Istria da parte dell'Italia, e a Palmanova ha incontrato mia nonna Noemi, che era già fidanzata con un altro e viveva in una grande casa di campagna insieme alle due due sorelle Amalia e Laura e a suo fratello Renato. Dopo una corte spietata di ben una settimana, fatta di lettere iperglicemiche e a un anellino con un finto brillocco, mia nonna ha ceduto alle avances di Nonno Dido e ha lasciato il suo fidanzato. Non so come si siano svolte esattamente le cose, so solo che a luglio si sono sposati e a dicembre del 1949 è nato mio padre. Tempistica perfetta per un matrimonio riparatore. Fatto sta che, riparaore o meno, il matrimonio è duranto cinquantaquattro anni e mio padre è venuto a sapere di essere stato concepito prima dello sposalizio solamente l'anno del cinquantesimo anniversario dei genitori. Mio padre è sempre stato un uomo molto sveglio.

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mercoledì, 02 dicembre 2009

Inizi

Oh, machissenefrega se Sal si incazza perchè scrivo di verruche! Oggi ho deciso che darò il via a un nuovo (l'ennesimo) inizio. E parlerò anche di vene varicose, tiè.

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mercoledì, 02 dicembre 2009

Mi vien di vai

"Mi vien di vai", come direbbero dalle mie parti (profondo nord est, ma non così profondo da essere terra straniera). Non so cosa fare, questo spazio non mi soddisfa più - mi sento nuovamente stretta e limitata, divisa dal volermi esporre e dal fatto di poter essere criticata dalle persone a cui tengo. Il fatto di avere un ragazzo che si scandalizza se scrivo di verruche sul mio blog è un buon freno, devo ammettere. Ogni pausa di riflessione si rivela essere un tempo lunghissimo in cui non solo non produco niente di interessante, ma in cui i germi che mi fermentano in testa non riescono a trovare terreno fertile per crescere, riprodursi e contaminare il mondo. Sono un'aspirante scrittrice troncata sul nascere dall'impossibilità di raccontare la propria vita come vorrebbe per paura di ritorsioni. Quanta amarezza, gente. Mi ritiro in bagno a meditare.

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giovedì, 05 novembre 2009

Esistenzialismo da studio

<ore 09.45> Sospensione

Una sensazione mista di noia e ineluttabilità. Sconforto e convinzione che qualsiasi cosa mi stia prendendo la briga l'impegno e il fastidio di fare non mi stia portando da nessuna parte. Insoddisfazione per come sono e per quello che faccio, certezza che non sia mai abbastanza - o che sia troppo. Vedere nei gesti degli altri il vuoto per qualsiasi cosa io faccia - un abbraccio che cade nel vuoto, un bacio ricambiato quasi per dovere, delusione negli occhi e nelle mani. Sospensione.

 

<ore 10.06> Inutilità

Non riesco più a essere contenta di niente di quello che faccio - a cosa serve impegnarsi, sbattersi, fare mille cose, se poi non riesco a sentirmi utile per nessuno, gente che ti risbatte in faccia l'aiuto che cerchi di dargli, che ti tratta come una deficiente rinchiudendosi nei propri problemi senza darti la possibilità di fare nulla, anzi, quasi facendoti pesare il tuo non avere fastidi EVIDENTI. Allora mi ritrovo lì, a domandarmi se sono io quella sbagliata e che non riesce a trovare la strada giusta, o sono gli altri che mi chiudono in faccia una porta a sette mandate. La risposta che mi do è quasi sempre la prima. Vorrei prendere tutte le cose della mia vita, imbandirci un tavolo e spazzarle via con una manata, SBAMMETE per terra. Tavola pulita. Andiamo a fare un giro all'Ikea per riempirla di nuovo. Di stronzate.

 

<ore 10.10> Dubbi

Riuscirò mai a trovare un reggiseno che mi stia davvero bene? E soprattutto: è proprio vero che ho le maniglie sui fianchi? Preferisco considerarle dei cuscinetti portatili che mi attutiscono le cadute quando sono sbronza. Sotto questo punto di vista potrei anche essere felice di averle. Fanculo. (tanto le botte me le faccio lo stesso e molto spesso proprio sui fianchi – belle larghe e sfumate dal grigio al verde al violetto – sceniche)

 

<ore 10.56> Castagne

Prancesco, l’aiuto architetto dell’architetto, mi ha appena detto che congela le castagne. Devo preoccuparmi di sta cosa o è normale? Come si fanno a congelare le castagne arrosto? Dopo provo anche io.

 

<ore 11.40> Harajuku Girls

Ieri sera, mentre stavo digerendo un’ottima cena di pesce preparata dall’ormai conclamata Maestra Cuoca Katy, leggevo il nuovo Glamour – sotto a due strati di copertina in pile calda calda, mentre gli altri guardavano interessanti e scientificamente accreditati video di brufoli giganti su you tube. Ebbene, sfogliando l’articolo su Gwen Stefani mi sono imbattuta in questa maglia a maniche corte delle Harajuku Girls in vendita su indernèd. Ottimo regalo per la soror. Naturalmente annoiata provo a cercare stamattina su indernèd il sito visto ieri, ma sono stata bloccata dagli script di pagina bloccati. Io odio gli script di pagina. Oh, Prancesco mi ha appena regalato delle riviste. Fico.

 

<ore 12.24> Attesa

Le riviste fanno schifo. Una è pure dell’anno scorso. Almeno sto andando avanti con il progetto di Jun. Attendendo di andare a casa a deprimermi nella mia inutilità.

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sabato, 10 ottobre 2009

Aspettando Godot

In quattro giorni che son andata dall'architetto lui si è fatto vedere per ben venti minuti. Non sapendo cosa fare, visto che dovrebbe essere lui a dirmelo, il mio tempo è stato occupato dalle seguenti attività di alto impegno e formazione.

LUNEDI’: in mattinata sono stata istruita su questo progetto per un villaggio turistico da svilupparsi sull’isola di Sal, Capo Verde. Un villaggio gigantesco di cui io dovrei curare l’espansione (ma non è grande abbastanza per la miseria??) nell’area di Frejohal o Fejohal o che cazzo ne so io. L’istruzione è consistita: nella visione di un video di sei minuti, realizzato con Cinema 4D o quello che è, in cui si proponeva un virtuale viaggio all’interno del villaggio già progettato; nello scartabella mento di circa cinquecento foto dell’area desolata in cui il villaggio dovrebbe venire costruito, con immagini di pesci cotti, patate al forno e simpatici indigeni con sorrisi a trentadue denti (cazzo ridono che fra un po’ si troveranno in mezzo alle solite casette gialle con piscine e prati all’inglese); l’analisi di una serie di tipi di ville e villette da realizzare nella zona di mia competenza e relativa stampa su fogli A3, stampa totalmente inutile. Il pomeriggio, visto che l’architetto non sarebbe comunque arrivato, mi sono rifiutata di tornare e sono andata in biblioteca.

MARTEDI’: finita l’istruzione sul progetto, l’assistente dell’architetto, Francesco, mi ha lasciata libera di fare “le mie cose”. Ho passato l’intera mattina e l’intero pomeriggio in internet facendo finta di cercare qualcosa di interessante. Il pomeriggio è stato allietato, oltre che da una comparsata dell’architetto di ben venti minuti – durante i quali non mi ha cagata di striscio, dall’arrivo che geometra-quasi-architetto Andrea, un tempo impiegato nello studio, che oltre a rompermi la minchia con le sue battute idiote e non sentire niente di quello che gli rispondevo, costringendomi a ripeterlo almeno due volte (una cosa che odio), a fine pomeriggio mi ha offerto una sigaretta e mi ha intrattenuta in una interessantissima conversazione che non finiva più su suo fratello che lavora a Dubai e sul fatto che è un gran festaiolo. Facendo il figo. Avrei voluto dargli due pacche di consolazione sulle spalle e un sonoro calcio in culo.

MERCOLEDI’: essendo comunque costretta ad attendere la venuta di nostro signore l’Architetto, ho deciso di utilizzare proficuamente la giornata mettendogli a posto la marea di riviste che aveva accumulato in una stanza (insieme a simpatici ragnetti e insetti della carta), procedendo all’analisi delle stesse, cosa utile per la mia tesi. Mattina in mezzo alla polvere e pomeriggio idem. Almeno ho guadagnato una pasterella che ha portato la signora del piano di sotto, proprietaria della villa liberty dove si trova lo studio, per ringraziare Francesco di aver pagato l’affitto. No comment. La pasta era buona assai comunque.

GIOVEDI’: rincuorata dal fatto che Francesco mi aveva ASSICURATA che l’architetto sarebbe arrivato in mattinata, ho attaccato la mia chiavetta USB al computer e ho corretto la tesi (cosa che mi stavo portando dietro da tipo due mesi), pensando alle cose da chiedere al Grande Capo, tipo: CHE MINCHIA DEVO FARE IN QUESTO STUDIO? POTREI CORTESEMENTE VENIRE SOLO LA MATTINA, COSì IL POMERIGGIO VADO IN BIBLIOTECA? Naturalmente il Grande Capo non si è visto e io all’una me ne sono andata avvisando Francesco che non sarei andata nel pomeriggio perché avevo un appuntamento.

VENERDI’: mi sono rifiutata di presentarmi, tanto comunque non c’era niente da fare. Lunedì conto di appostarmi in studio finchè Nostro Signore non arriva e mettere in chiaro i miei compiti e i miei orari.

* * *

In tutto questo ho comunque scoperto due cose: a) sono totalmente spaesata e non so usare nemmeno autocad tre di, questo mi rende inutile, incompetente e depressa; b) mi piacerebbe essere in grado, un giorno, di riuscire a costruire qualcosa in cui una persona a cui tengo possa entrare e dire: “Cazzo Fulvia, che figata di luogo hai costruito!”. Luogo, non casa / museo / capannone / negozio / eccetera eccetera. Peccato che non ci riuscirò mai.

Nel dubbio stasera e domani lavorerò in bar, almeno quello è un lavoro pagato.

 

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venerdì, 02 ottobre 2009

Una svolta politically incorrect

Ho di nuovo abbandonato il blog. Che nervi. Non dovrei non dovrei non dovrei non dovrei. Solo che mi sono rotta le palle di tutti questi post genuinamente buonisti e poco cattivi che sto scrivendo ultimamente. Quindi ho deciso di siglare un patto con me stessa, Fulvia Sperelli, scrittrice d'aspirazione e fallita di professione: d'ora in poi curerò questo blog solamente se sarò totalmente libera di scrivere esattamente quello che mi pare, si tratti di stronze gambe-lunga, verruche o spiacevoli incidenti con il proprio intestino. Oh là.

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venerdì, 02 ottobre 2009

Perfezione relativa

Pensavo che certe cose succedessero solamente nei film americani. C'è una tipa che è un po' maschiaccio che viene presa come oggetto di scommessa da parte di un gruppo di fighetti della scuola: la posta in palio varia, ma il concetto è sempre quello, far diventare il maschiaccio una Femmina. Possibilmente stra gnocca. Bene. Solitamente l'oggetto della scommessa non sa di esserlo. Io lo so. C'è questa ex modella trentenne con i soldi che le escono fuori dalle orecchie che ha scommesso con un mio amico di farmi diventare figa. Il tutto in una settimana, in cui, guarda caso, cadrebbe il compleanno del mio ragazzo e in cui dovrei fare tipo mille cose per tesi / lavoro / qualcosa di più importante che spendere 1000 euro in vestiti inutili (1000 euro che non ho). L'operazione consisterebbe infatti nel portarmi a fare shopping nei negozi "giusti", nell'insegnarmi a camminare con tacco dodici e a farmi parlare e comportare a modo. Ah, e nel tenermi reclusa a casa sua onde evitare che i miei tre coinquilini maschi remino contro la sua operazione di femminilizzazione. La scommessa presuppone, naturalmente, che questa razza di stambecco con stivaletti Prada (da 400 euro) pensi che io sia un cesso ambulante sgarbato e senza gusto. E io trovo la cosa piuttosto offensiva nei miei confronti. Anche perchè sinceramente non mi sento tale. E allora io passerò al contrattacco, forte di una cosa scritta da una ragazza che ho la grande fortuna di conoscere di persona: IO SONO PERFETTA NELL'ESSERE ME STESSA. E io sono perfetta nei miei jeans e nelle mie scarpe da ginnastica, nei miei capelli mossi e nel mio trucco leggero, nei miei scatti d'ira e nelle mie parolacce al momento giusto, nei miei pianti, nelle mie sbronze, nella mia camera disordinata, nei miei reggiseni di Hello Kitty, nelle mie incostanze e nel mio sporcarmi tutta quando faccio da mangiare gnocchi per dieci persone, nei miei pigiamoni e nella mia tenuta da casa anti-sesso; eppure posso essere anche capace di comportarmi, se voglio, mettermi una gonna giusta non troppo corta e una camicia non scollata fino al'ombelico, con un paio di scarpe eleganti, anche se hanno il tacco solo di due centimetri, e continuare a pensare che quella stronza alta un metro e ottanta con i suoi cazzo di vestiti Gucci e Valentino possa andare tranquillamente a fanculo, mandandola gentilmente a cagare con un: "Scusami, ma non intendo essere la tua cavia da laboratorio. Io mi sento a posto così come sono e chi mi vuole bene me ne vuole perchè sono fatta così. Tante grazie." Sorridendo e facendole il dito con la mano nascosta dietro la schiena.

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lunedì, 24 agosto 2009

Preludi alcolici

Fu il mio nonno delle Marche a iniziarmi al vino. Ciò vuol dire che dovette succedere abbastanza presto dal momento che morì quando avevo quattro anni e mezzo. Probabilmente fu verso i tre anni, quindi, ok, a tre anni bevvi il mio primo vino rosso annacquato, anche se in realtà sarebbe più corretto dire che bevvi la mia prima acqua avvinata da quanto poco vino c’era dentro. Ce n’era dentro talmente poco che si riusciva ancora nettamente a vedere attraverso il bicchiere pieno. Non mi ricordo se mi piacque incredibilmente, se mi piacque talmente tanto da avere un’epifania e, illuminata dalla luce divina, rendermi conto che quel goccio di rosso sarebbe stato solo il primo passo verso un futuro pesante alcolismo. Non me lo ricordo assolutamente. So solo che non dovette farmi troppo schifo, perché da quella volta in poi iniziai a chiedere al nonno di mettermi un goccetto di vino nell’acqua ogni volta che eravamo a tavola assieme, senza che la nonna lo vedesse.
Mio padre fu più accorto. Mi versò il primo taglio di Cabernet quando avevo sei anni. Non era propriamente un taglio (qui tra i Longobardi, nel nord est, chiamiamo “taglio”, o “ombra”, il bicchiere di vino – oh, Bepi, da qui un tajo de vin! – capito?), era meno di mezzo taglio, ma non era annacquato e a me fece incredibilmente schifo, tanto che lo sputai sulla tovaglia prendendomi una sberla in testa da mio padre. Tuttora non amo in Cabernet, vorrei solo capire in che modo la cosa sia connessa a quel mio primo mezzo taglio: si tratta di un genetico rifiuto nei confronti del Cabernet, oppure ricollego il Cabernet alla sberla in testa e da quella volta non mi piace a prescindere?
Mi chiamo Fulvia Sperelli e credo di avere dei problemi con l’alcol.

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lunedì, 03 agosto 2009

all work and no play makes Claudio a dull boy

Sabato torno a casa dalla sera prima alle cinque e un quarto del pomeriggio, con le piante dei piedi nere (maledetti sandali nuovi), il telefono completamente scarico, l’occhio sinistro gonfio causa notte passata faccia-contro-il-muro e con due bottiglie di gassosa e pompelmo dell’Eurospin dentro la borsa, per reidratare il mio corpo secco e spossato. Naturalmente, appena messo piede in appartamento vengo assalita da Romeo, con una fame tale che se avesse potuto mi avrebbe staccato una gamba (non che non abbia tentato di farlo), e da uno stormo di zanzare tigre incattivite e affamate pure loro, che, senza farsi gli scrupoli di Romeo, hanno attaccato le mie gambe dando inizio a un banchetto nuziale. Fregandomene altamente del pericolo zanzare affamate inizio a girare per casa quasi del tutto nuda, facendo la spola dal computer al freezer, dove ho messo le bottiglie di gassosa e pompelmo per farle diventare gelide il prima possibile: alla fine mi sono finita una bottiglia di gassosa prima che riuscisse a raggiungere una temperatura anche solo fresca. Con lo stomaco decisamente sovradimensionato causa liquidi in eccesso e l’andatura pesante di una balenottera pronta per l’arenaggio, mi accascio sul letto lasciando che Romeo giochi con i miei capelli, incapace di opporre resistenza e troppo preoccupata per la nascita di girini nella mia pancia, cercando di ponderare il da farsi. Dopo essermi presa una sbronza colossale venerdì sera ci sono due cose da fare la sera dopo: restare in appartamento da sola, con Romeo, a spararmi una serie di film smielati scaricati da internet una settimana prima e nutrendomi di pizza gorgonzola e radicchio; oppure infilare tutti i panni sporchi nel trolley, insieme al computer e a cinque libri e farsi venire a prendere da Maman per passare il sabato notte in Domus – senza spendere un euro. Ho optato per la seconda scelta, che solo in ordine di apparizione è la seconda scelta, ma non come di solito si intende un “seconda scelta”, insomma, ci siamo capiti.
Alle sei e mezza, costringendomi a titanici sforzi per il sollevamento del mio corpo appesantito dai liquidi, chiamo Maman per avvertirla della mia decisione e vengo accolta da una raffica di insulti neanche troppo celati, che spaziano da “figlia degenere dove minchia eri finita?” a “vagabonda che fai impensierire la tua povera mamma”. Naturalmente mia mamma non direbbe mai “minchia”, ma “figlia degenere” e “vagabonda” sì. Accampo una scusa a caso dal repertorio per giustificare la mia totale irreperibilità per tutta la giornata – la scusa a caso di oggi è: avevo il telefono scarico, ero su in camera a studiare e avevo il caricabatterie giù, ho sentito suonare il telefono di casa ma avevo paura che fossero gli ipovedenti quindi non ho risposto, poi sono andata a comprarmi la gassosa e ho fatto un giro e mi sono dimenticata di chiamarti. La scusa deve essere andata in porto, perché Maman bofonchia un “testa per aria” e mi chiede a che ora mi deve passare a prendere per trasferirmi nella casa parentale, dopo essersi assicurata che Romeo non rimanga solo: “tranquilla ma’ – torna la Francesca stasera”. Sono una bugiarda cronica, cazzo, perché devo mentire sul fatto che il gatto rimarrà da solo fino a domani?? E’ un gatto, mica un bambino! E’ normale che stia da solo per un po!
Alle sette e venti sono in Domus, a sciropparmi i discorsi di Maman (Maman, visto il clima freddo e gelido, sta naturalmente preparando un pasto adatto al primo agosto con trentasei gradi all’ombra: peperonata e nodini al burro con patate al forno) e Suze sul futuro universitario di quest’ultima. Il fatto è che Suze si sta preparando per gli esami di ingresso di medicina e odontoiatria, solo che il Vecchio non ne sa nulla dal momento che lei non vuole parlarci, mia madre nemmeno e lui non chiede niente. Intanto lei dovrebbe iscriversi entro la prossima settimana perché dopo va a divertirsi a Senigallia con Maman, a fare da badante a mia nonna Velia.
Maman: “Diglielo oggi che c’è la Titti!”
Suze: “Eh?? Che c’entra? Cos’è, la forza mia?”
Passano altri dieci minuti in cui e Suze ci rincorriamo per casa picchiandoci e cantando “Tu sarai la forza mia” di Marco Carta, quando il Vecchio mi chiama con il suo solito tono che non ammette la diplomazia e sono costretta a uscire in giardino rischiando la vita a causa delle zanzare tigre più grandi Udine. Lo trovo vestito di tutto punto, occhiale da sole Ray Ban, in posa di ducica memoria, piantato in mezzo al vialetto d’ingresso vicino all’Audi con un cavo di traino attaccato dietro.
Vecchio: “Adesso tu entri dentro l’Abarth che è in garage, io la aggancio con il cavo di traino attaccato all’Audi, faccio la partenza in salita dalla discesa per il garage e ti trascino fuori – tu da dentro sterzi per venire dalla parte giusta e se vedi che il cavo si rompe e inizi a scendere, freni perché sennò la macchina va contro il muro e si rovina.”
Naturalmente la cosa che più mi preoccupa è la seconda parte sul cavo che potrebbe rompersi e lasciarmi sfracellare dentro quella scatola di sardine rossa contro il muro.
Fulvia: “Ma papà! Come faccio ad accorgermi che si rompe il cavo???”
Vecchio: “Te ne accorgi, te ne accorgi! Inizi ad andare giù! E freni. Capito?”
Mi prende per un braccio e mi trascina davanti all’Abarth.
Vecchio: “Entra!”
Fulvia: “Ho paura! E poi là dentro è pieno di zanzare. Papà, lo sai che se mi fanno più di tre becconi contemporaneamente vado in shock anafilattico???”
Vecchio: “Ma sei scema? E poi non lo sai nemmeno cos’è lo shock anafilattico.”
Fulvia: “Sì che lo so, e comunque lo sai che Susanna si sta preparando per l’esame di ammissione a medicina e a quello per odontoiatria?”
Vecchio: “E perché nessuno mi ha detto niente??”
Fulvia: “Perché hanno paura di te.”
Vecchio: “A me medicina va bene. A odontoiatria mi fanno un po’ schifo i denti.”
Fulvia: “Mica devi farla te. E poi è a Trieste.”
Vecchio: “Eh bon. Entra in macchina.”
Fulvia: “Mi prendo lo shock anafilattico! Non è colpa mia! Vuoi una figlia morta?”
Vecchio: “Sandraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa! Sceeeeeeeeeeeeeeendi! Vieni dentro l’Abarth che la devo trainare fuori!!!!!!”
Il tutto perché domenica scorsa, volendo fare il figo, l’ha tirata troppo sulla Pontebbana e le ha fuso il motore. E una persona normale potrebbe stupirsi del fatto che un’Abarth Simca 2000 si fonda per essere tirata troppo, essendo una macchina da corsa – non si stupirebbe più se sapesse che in due anni che ce l’ha il Vecchio non ha mai portato la “bambina” fuori dal garage, essendo la “bambina” malata di nascita (ovvero da quando l’ha comprata) e necessitante amorevoli cure per la guarigione. Adesso ci troviamo sta macchina per sardine in garage che non si riesce nemmeno a mettere in moto e che bisogna trascinare con il cavo di traino fino alla Metro, dove il carrellista Enzo, amico del Vecchio, la caricherà su un furgone per portarla fino a Maniago dal signor Dorigo, stimato esperto di macchine d’epoca e tuttofare, che cercherà di riportarla in vita.
Mentre sto guardando le peripezie di Maman e del Vecchio alle prese con l’Abarth, comodamente piazzata dietro la zanzariera della cucina a sgranocchiare un grissino al sesamo, mi domando se certe scene si vedono normalmente in tutte le famiglie italiane e la mia risposta è: “ma certo, Fulvia, perché pensi che gli Sperelli siano più spannati degli altri? Siete una famiglia normalissima!”.
Convinzione che è andata crollando il pomeriggio dopo, quando ho saputo che per scacciare le odiose tortore il Vecchio ha scaricato da internet il file audio del canto del falco pellegrino (notoriamente l’uccello che le tortore temono maggiormente, secondo una accurata ricerca con Google nei più prestigiosi siti di ornitologia), da far partire ogni volta che quelle maledette tu(r)bano la sua quiete. Dopo aver scoperto che del falco pellegrino le tortore si fanno un baffo (questo dopo mezzora di canto del falco pellegrino a volumi sempre maggiori che risuonava per tutta la casa mentre io cercavo di dormire), probabilmente perché le tortore di Udine nemmeno sanno cosa sia un falco pellegrino, il Vecchio è uscito in terrazzo con due coperchi delle pentole e ha iniziato a sbatterli l’uno contro l’altro.
Mi domando quando inizierà a riempire fogli su fogli scrivendoci sopra la stessa frase: all work and no play makes Claudio a dull boy

Postato da LaFulvia alle 10:40
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domenica, 19 luglio 2009

Tuttavia sono molto felice perchè domani riapre la Polse e fra circa due ore sarò di fronte a uno spritz aperol con prosecco. CRA CRA

Postato da LaFulvia alle 16:56
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Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.

Questa è Fulvia

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» una simil-vita
» Fulvia la solitaria senza brillante

Fulvia abita una società composta da

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» le cose che mi hanno insegnato

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