
lunedì, 31 dicembre 2007
di Fulvia la solitaria senza brillante
31 dicembre con Vale e Danielle, che, di ritorno da Graz, decidono di fermarsi da me per poi spaccarsi un po’ stasera, festeggiando l’arrivo di un altro anno di merda. Vale vorrebbe spaccarsi, Danielle no, io un po’, perché sono ancora una piccola ragazzina che affonda le proprie estremità inferiori nella melma risucchiante della dipendenza etilica. Tuttavia, essendo l’ultimo dell’anno, potrei fare finta che tale dipendenza non sia in realtà una dipendenza vera e propria, perché l’ultimo spaccarsi un po’ può quasi essere considerato normale. Intanto ci siamo preparati un pranzetto da far invidia al miglior agriturismo barra trattoria barra osteria friulana, a base di crema di zucca ipocalorica preparata da Vale e frico con patate e cipolla preparato da me, quest’ultimo non venuto propriamente a forma di frico, ma più che altro rassomigliante a un qualche strano pastone bellico con un po’ di crosta dorata (colpa della padella meno antiaderente esistente sulla faccia della terra, ma che sfortunatamente era l’unica padella disponibile qui in appartamento). I miei sensi di colpa per il mancato studio sono stati parzialmente risolti dilettandomi con astrusi esercizi di ricerca operativa svolti in parte ieri sera e in parte stamattina. I miei sensi di colpa per il pranzetto alla contadina non stati invece minimamente risolti e credo non lo saranno mai, tanto meno standomene seduta in sala a scrivere di quanto siano grandi incommensurabili e indigeribili (i sensi di colpa, non la crema e il frico). Oltrettutto ho appena scoperto che, per una festa indimenticabile, mi è appena arrivato il ciclo, una notizia che non fa mai né del tutto piacere né del tutto dispiacere; il problema potrebbe risolversi se esistesse un qualcosa di magico che elimina definitivamente il ciclo dalla vita di ogni donna del pianeta, o almeno, solo a me, ma questo qualcosa di magico ancora non esiste e, a meno che non mi inventi io qualcosa, non credo esisterà mai. In fondo però perché lamentarsi, meglio così che aspettarlo per un mese paventando gravidanze indesiderate a causa della propria babbaggine – poi ci si domanda perché in un momento di forte destabilizzazione psichica, ho fatto voto di non scopare mai più in vita, voto sciolto grazie all’intercessione del Grande Demone Celeste nei panni della mia ginecologa, amen.
Detto tutto questo, ovvero una serie di emerite minchiate inutili, c’è da precisare che non vedo l’ora che arrivi il due di gennaio, momento in cui riprenderò possesso della mia vita normale, delle mie paranoie da risolvere grazie a un bagno schiumoso, una cicca al mentolo e un alprazolam, e delle serate a base di alcol e droga che costellano tutto il resto dell’anno con una ripetitività che ha un che di caldo e familiare, a volte depressivo, ma anche la depressione fa parte del gioco. Non che vivere l’appartamento come lo sto vivendo in questi giorni sia uno schifo, anzi, è una figata quasi fotonica: fumare in ogni stanza della casa tranne che nella camera di Ivana, dove momentaneamente risiedo, attaccare i letti della doppia formando un gigantesco letto doppio-e-un-po’-più, invitare gente che mi sta simpatica e gira per i corridoi in mutande, usare il forno a microonde quanto cazzo mi pare, lasciare la tazza sporca di caffè sul tavolo del soggiorno per più di mezzora, mettermi il profumo della Fiorucci di Ivana, usare il phon di Patrizia (non perché io non ce l’abbia, ma perché mi piace usare le cose degli altri a volte), collezionare bocce vuote di vino in terrazza, fare da mangiare cose puzzolenti in cucina senza tenere la porta chiusa. Tuttavia sento la mancanza di quelle regole salde ed esemplari che regolavano prima la mia esistenza fra queste quattro mura, soprattutto sapendo che la vita da nababbi natalizi è destinata a terminare, prima o poi; è che sono fatta così, un po’ alla cazzo, ho bisogno di regole sennò non riesco a vivere. Quindi per un po’ va benissimo e non finirò mai di gioire nel momento in cui avrò la casa libera per una notte, una notte intera, ma il ritorno alla pseudo-normalità, per quanto doloroso sia, ha sempre un che di rassicurante.
Inoltre c’è anche da contare il fatto che io sono un animale solitario, che più di tot con la gente non ci sa stare, e ha bisogno dei propri spazi dedicati, o per lo meno di stare zitta per almeno tre ore senza sentirsi in dovere di dire qualcosa, cosa che purtroppo si può fare solo con persone con cui hai moltissima confidenza e non con tutti. In realtà sono un animale solitario in generale proprio, l’imposizione della presenza fisica e mentale di qualcuno mi dà sui nervi, a volte arrivo alla conclusione che sarebbe meglio per tutti (e con tutti intendo l’umanità intera) che mi confinassi in un eremo sulle isole Aran e andassi in paese e comprarmi libri solo una volta a settimana, anche se forse potrei farmeli arrivare direttamente a casa grazie al servizio postale di bol.it. va be, anche no, perché con bol.it i libri non puoi sfogliarli e annusarli. Sì però in paese dovrei andarci comunque a prendere le cicche e l’alcol, quindi tanto vale. Detto ciò, ad ogni modo, mi domando perché alle volte mi pare indispensabile vedere qualcuno per togliermi d’impiccio. Probabilmente l’idea dell’eremo non è poi sta gran trovata, mi ritroverei a passare giornate intere a curarmi i mal di testa dovuti alla mancanza di quell’unica persona che in quel momento vorrei vedere e non posso. Cosa che accade anche qui in appartamento, perché se non puoi vedere qualcuno alle isole Aran, non è detto che tu lo possa vedere quando vuoi a Udine city. E inoltre non sono sicura che nell’eremo sulle Aran Vodafone e Internet prendano così bene come qui, per cui penso che non ci andrò. Ottima decisione.
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alle 14:35
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venerdì, 28 dicembre 2007
quello che sai che dovresti essere (contenta) ma non sei
Natale è passato. E anche santo Stefano. E anche il 27. Fulvia si trascina per l’appartamento aspettando che arrivi l’ultimo dell’anno. E’ presto. Troppo presto. Sono solo le quindici meno venti. Stamattina si è svegliata con il freddo senza luce che c’è prima dell’alba; è andata a Sežana a fare foto a edifici di cui in foto si era innamorata, ma che dal vero non fanno poi una figura così particolare. Infondo Fulvia si innamora con molta facilità, praticamente ogni giorno, non importa se di luoghi, di libri, di persone o solamente delle sue parole. Delle storie che si racconta. Dei mal di testa incurabili. Della manchevolezza. Stanotte è andata a dormire molto tardi. Saranno state le tre, dopo aver visto per la terza volta nel giro di una settimana The Dreamers, un film di cui, ecco, si è innamorata di nuovo dopo molto tempo. E di un uomo per cui le mutande sono un inutile accessorio e che ha un naso spettacolare e due (o forse tre) nei sulla guancia destra (è Louis Garrel, o forse Theo?), che aveva dimenticato, ma adesso torna a popolare le sue fantasie oniriche. Infondo Fulvia si disamora con facilità. Anche degli amori più violenti, che scoppiano in aria e fanno un gran rumore, le spaccano i timpani, le fanno vibrare le sistole e poi, dopo tutto quel dolore che la fa soffrire ma che le piace tanto, dopo tutto quel dolore nei polmoni, basta, non ci sono più. Il cielo di nuovo nero. Senza luna. Qualche serpente di fumo a guardare bene. E dopo, più nulla. Fino a un altro fuoco. E qui il paragone scopre le proprie debolezze, perché un fuoco d’artificio non torna, non più lo stesso; un fuoco muore e per quanto quello dopo gli sia uguale, non sarà mai quello di prima. Ma forse farà più male. Perché si è già sconvolti da quello precedente; un altro botto e vibra di nuovo tutto e fitte lancinanti, e luce negli occhi e ancora il vuoto.
Il tempo passa giusto perché le lancette si rincorrono sul quadrante dell’orologio. Fosse per Fulvia, lei non se ne accorgerebbe nemmeno. Per lei oggi pomeriggio il tempo sembra non andare avanti. Sarà il freddo, sarà il mal di testa, sarà il buco che ha in mezzo alle costole, un buco dove dovrebbe stare la sfera biologica rotante che fa sentire al corpo i secondi che vanno avanti. Quella sfera oggi Fulvia ce l’ha bloccata. Non ruota. Rimbalza dalla gola all’utero facendo un gran rumore, ma non ruota. E sono cose che sentiva già da un po’, ma bastava una piccola spinta e il tempo riprendeva a correre. Bastava un bagno, una cicca, un po’ di dolcificante, un aiuto chimico, un cuscino, un letto, due letti, un messaggio, un caffè. E il tempo riprendeva a correre. No, adesso probabilmente si è rotto una gamba, o forse solo slogato una caviglia, il tempo è fermo, disteso sul divano e la guarda e non intende rialzarsi.
Alzati, cazzo, alzati da quel cazzo di scomodo divano e inizia a girare, inizia a girarmi intorno, inizia a farmi sentire che ci sei, bastardo, tempo bastardo che non sei altro, muoviti, balla, agitati, riempimi, ti prego, riempimi di qualcosa, qualsiasi cosa che non siano pensieri pensieri pensieri, mancanze, desideri inesaudibili, attese attese attese. Riempimi di sorprese, di “chilavrebbemaidetto”, di “oh”, di sonno, riempimi di sonno, perfavore, e nel sonno pieno e vuoto che sia di sogni, almeno per un po’ non mi accorgerei di volere cose e di desiderare fatti, accadimenti e sconvolgimenti, non mi accorgerei di avere progetti che non riesco a portare a termine, proponimenti che azzoppo sul nascere e che continuano a gridarmi dentro.
Niente. Non si alza. Sono passati tre quarti d’ora. Io non ho bisogno di assistenza.
Odio. Me. Quando. Scrive. Di. Questo.
Postato da LaFulvia
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martedì, 25 dicembre 2007
Sto diventando una specie di mio papà (o anche: Pater Familias, Gestapo, il Vecchio - che però potrebbe confondersi con l'altro "Vecchio", quello con cui esce Patty) in versione femminile. e la cosa non mi esalta minimamente. Tralasciando la descrizione del pessimo rapporto che intrattengo con il Pater Famialias da almeno sei anni a questa parte, rapporto che è andato deteriorandosi negli ultimi due anni per culminare con la mia drastica decisione di abbandonare il tetto genitoriale e abitare altri pavimenti in altre vie con altre persone, tralasciando questo, dicevo, si possono fare alcune veloci considerazioni sulla mia preoccupante tendenza ad assumere atteggiamenti che nel momento stesso in cui li interpreto mi darei una serie di badilate ben assestate in testa.
Stamattina è Natale, anzi, tutto oggi è Natale (purtroppo) a dire la verità. La tradizione natalizia di casa mi ha imposto di tornare da Maman, da Suze e da Gestapo il pomeriggio della vigilia, per preparare con Maman e Suze i tortellini, cenare con la famiglia stretta, sorbirbi gli starnuti spaccatimpani di Gestapo (che a quanto pare ha una broncopolmonite cronica e in continuo peggioramento) e farmi cospargere di peli e qualche graffio da Pochi. Amen. Almeno Maman non ha insistito più di quanto dovuto per convincermi ad accompagnarmi alla messa di mezzanotte, appuntamento che ho ben volentieri saltato accampando il mio fondato agnosticismo e il dovere morale di guardare "Il grande dittatore" su rai tre, dalle undici all'una. Suppongo che "il grande dittatore" l'abbia convinta più di quanto abbia fatto la mia posizione riguardo a religione e company, o forse ha capito che anche dandomi della "bestiolina selvatica" (come ha fatto con Suze quando anche lei si è rifiutata di accompagnarla in chiesa) l'effetto sarebbe stato esattamente il medesimo, o forse peggiore, perchè avrei iniziato con una delle mie apologie della mancata fede. Tant'è.
La cena di ieri comunque non ha fatto altro che confermare che, nonostante me ne sia andata di casa da quasi cinque mesi, Gestapo è rimasto esattamente lo stesso, per non dire che è peggiorato. La solita pigna in culo puntigliosa a cui non sta bene un cazzo e che si aggrappa a qualunque cosa pur di darti contro, a prescindere dal perchè per cosa e per come. Tanto perchè non basta, continua a ostinarsi a non voler capire niente del mondo che lo circorda a parte le cose che interessano a lui (automobili, aereomodelli, da qualche mese la musica classica, la lingua tedesca, la cronaca nera e qualcuno dei suoi santoni di turno, adesso è la volta di tale Gustavo Adolfo Rol, un benemerito sconosciuto che dice cose che vanno totalmente contro ad ogni atto pratico del Vecchio). va be, ad ogni modo penso che il fatto di avermi chiesto cosa volvo per cena, se l'insalata di mare o le capesante all'armagnac, sia da considerarsi un passo in avanti nel dialogo che intratteniamo. Bene.
Dopo cena mi sono sparata il canto di Natale di Topolino e il corto di Shrek in endovena, insieme ad altri due post per il blog dell'esimio Vinicio Bonometto e, dalle undici all'una, "Il grande dittatore". Sì, mi sentivo molto da massoneria dei cinefili guardandolo, appollaiata su una sedia della cucina mentre Pochi mi leccava una guancia e a volte la mordicchiava.
Stamattina mi sveglio alle otto, sinceramente non so perchè, forse perchè la sera prima non avevo mangiato la mia Fuji d'ordinanza, e la giornata non inizia al meglio dal momento che 1) non mi sono potuta fare il Nescafè, 2) perchè ho dovuto usare dello zucchero VERO e non il mio amato e rincretinente ASPARTAME CON FENILALANINA. Vabbuò. Torno a letto, leggo, dormo incucchiaiata a Pochi cercando quel calore umano che stento ancora a trovare in qualsivoglia esemplare di maschio adulto o semi-tale, mi rialzo alle undici, ora in cui Suze si degna di alzare il suo regale culo dal letto dopo ben dodici ore di sonno, utili non si sa bene a cosa.
Il momento dell'apertura dei regali in casa B. è sempre uno spettacolo. Si divide in momenti ben precisi, che andremo qui a elencare con cura ma concisione. 1) Suze arriva in cucina e inizia a mobilitare Maman affinchè vada a svegliare il Vecchio; 2) in seguito al termine della colazione di Suze seguono momenti di interminabile attesa della levata del Vecchio (momenti che possono prolungarsi per un quarto d'ora o più; 3) il Vecchio si palesa per cinque dico cinque secondi in salotto, Suze e Fulvia aprono il primo regalo, solitamente quello che si sono fatte a vicenda, nel frattempo il Vecchio scompare in bagno a farsi la barba; 4) segue l'attesa del Vecchio per l'apertura del secondo regalo, in seguito alla quale il Vecchio scompare nuovamente, stavolta in taverna, a prendere il regalo per Maman; 5) segue apertura del regalo per Maman (solitamente una cosa che serviva a lui, più che a lei, impacchettata con carta di giornale barra da pacco e senza un bigliettino) e apertura dei regali per il Vecchio, di cui lui si dimostra sempre molto entusiasta, tirando fuori cose tipo la loro inutilità, la spesa eccessiva e consimili. Ma quest'anno la parte della pigna secca l'ho fatta io, mea culpa. Il Vecchio si è dimostrato particolarmente gentile: non solo ha regalato una macchina del caffè futuristicissima della Gaggia a Maman, ma si è anche sforzato di prendere un regalo personale a me e Suze, rispettivamente un criceto di Trudi e un orso bianco sempre di Trudi (il mio commento è stato: "e il terzo dov'è? a chi l'hai regalato? no sai, visto che da Trudi c'er al'offerta tre per due..."). Questo gesto avrebbe potuto rendermi discretamente incline e inserita nello spirito natalizio, non fosse che la mia anima di sta rinsecchendo e ogni buona azione scalfisce solo miseramente la dura corazza di cui mi ricopro. Ad ogni modo, da Suze ho ricevuto una strana cosa, una ciotola per dar da mangiare ai bambini, lei dice che posso usarla come portacenere mettendoci della sabbietta (e allora regalami anche la sabbietta, bebedetta ragazza!), Maman, che la parola "portacenere" la prununcia a voce molto bassa, mi consiglia invece di utilizzarla come portaoggetti per la scrivania. Maman mi ha regalato invece; una maglia grigia di lana a maniche corte di Bershka (bella), un completino culotte + canotiera di Betty Boop (peccato che io lo volessi di hello Kitty cappuccetto rosso, ovvero come quello che ha regalato a Suze, p o r c o c a z z o, fortunatamente si è scoperto che quella di betty mi va moglto meglio di quella di hello kitty) e un buono per una sessione dall'estetista da 47 euro. adesso, non era meglio un bel buono da H & M? devo aver fatto una faccia strana quando ho aperto la busta e letto che era un buono per l'estetista, o forse non ho fatto bene a chiedere: "e questo chi te l'ha regalato?". Insomma, non solo era un velato sottinteso sulle mie pessime condizioni estetiche, ma anche un bell'e buono spreco di denaro considerato che una settimana dopo la depilazione barra pulizia del viso barra quel cazzo che è, sei esattamente come prima...tant'è.
Buon Natale gente, e che arrivi presto il 27, quando finalmente mi sbronzerò come si deve, non costretta a nascondere flute di champagne e pinot grigio agli occhi vigili dei parens.
Postato da LaFulvia
alle 14:15
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sabato, 22 dicembre 2007
Ivana dice che a trent’anni non ci si può più innamorare. Che si è più razionali e che si guardano un sacco di cose che a vent’anni non passano in secondo piano, semplicemente non passano. Che una volta lei non si preoccupava della professione, del grado di cultura, del fatto che uno fosse incasinato o meno a livello familiare. Io aggiungo: che si drogasse, che fosse un mezzo alcolizzato, che avesse problemi a livello psichico. Che si vestisse male, che non avesse una lira e che venisse da una famiglia di delinquenti. Adesso invece lei guarda tutte queste cose e si preoccupa di presentare ai genitori nel suo paesello siciliano un finanziere che ha al massimo la terza media. L’anno scorso quando ha detto a sua madre che era uscita con un militare, quella si era messa a piangere. Quindi, come si fa ad innamorarsi.
Ivana: eh no, carina, l’amore a trent’anni non può più esistere. Io ne sono la prova vivente.
Considerato che più che “la prova vivente” lei mi sembra “la prova deambulante in pigiama”, perché vivere come vive lei non si può dire “vivere”, ma a parte questo.
Fulvia: e tutti i film romantici di Hollywood?
Ivana: sono film.
No, non ci credo. Okay, i film sono film, ma non può venirmi a dire che a trent’anni non ci si riesce più a innamorare. Tiziana le dà metà man forte, credo perché di fondo non se la sente di darle contro, o meglio, ha capito come è fatta e non le va di sforzarsi. Anche a ragione, peraltro.
Tiziana: beh anche io una volta ero meno razionale…però, Iv, che proprio non esista…
Ivana: credetemi, non ci si innamora più.
Io penso che continuerò a innamorarmi fino a quando non deciderò di suicidarmi. E poi cazzo di discorsi sono, se non si innamora è perché non trova qualcuno che le piace veramente. Anche se lei è piena di uomini, dato che è una donna “piacente” (Ivana: ah, Fulvì, io piaccio, ch’aggio a facce), il mio nano di corte con la verruca nelle mutande. Lei piace, ch’aggia fa’? Piace al capostazione di Casarsa, siciliano pure lui, che le porta i fichi d’india e le fa le dichiarazioni davanti ai binari. Piace all’odontotecnico trentanovenne separato di nome Gianni, con cui è uscita una volta e mai più. Piace al finanziere con la terza media che la porta a vedere tutti quei film di alto livello culturale che piacciono tanto a lei, Natale in crociera, Una moglie bellissima e consimili. Piace allo slovena ventisettenne appena laureato, di nome Primoje, che però è una palla assurda e quando viene qua in appartamento e gli si offre un tè vuole il MIO infuso ai frutti di bosco (ma vada a cagare). Piace ad Alberto di Torino, l’uomo potente di quarant’anni che vive tra Dubai, Londra e Los Angeles, gira con una moto come il Dottor House e incontra Ivana nelle suite dell’Astoria, dove però non scopano neanche a morire. Piace al suo compagno di corso di Campobasso che ha la morosa ma le fa continue proposte di matrimonio. Piaceva ad Alberto di Udine, l’uomo impegnato con una figlia a carico e che la ospitava a casa il venerdì notte (sant’uomo che mi liberava dal nano almeno una notte a settimana) e a cui Ivana si presentava con uno dei suoi supersexy completino di Yamamay (che è un palindromo) sotto il pigiama di flanella che non lavava da una settimana. Però lei non si è mai più innamorata da quando ha mollato Giuseppe, il suo ex con cui è stata per tre anni fino a quattro anni fa, che la tradiva da un tempo indeterminato con una certa Valentina (tradimento di cui le è venuta a conoscenza a causa della babbaggine del suddetto Giuseppe, che ha mandato a Ivana un messaggio per Valentina). Tutti uomini molto belli. Ma che non le fanno sangue.
Sinceramente mi pare un po’ difficile credere che Ivana abbia tutti questi spasimanti, ma non metto in dubbio la sua parola, almeno, non ad alta voce.
Fulvia: l’amore arriva all’improvviso, non puoi mica deciderlo prima.
Ivana: no no.
Mi sembra Jun quando diceva che non avrebbe mai potuto uscire con un fattone.
Fulvia: e ti innamorerai e starai male e vorrai solo lui, con tutti i suoi difetti e proprio per i suoi difetti e sarai così fissata con lui che non riuscirai a vederti insieme a nessun altro. A parte qualche figo che passa per strada e che ti faresti volentieri, ma quello è un altro discorso.
Ivana: come sei tenera…si vede che sei cccccciovane.
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alle 20:01
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venerdì, 21 dicembre 2007
Mi manca da sempre. Da prima di sapere che mi mancasse. E mi manca sempre, quando dormo e quando sono sveglia, in bagno e in cucina, in camera da letto e in salotto. In ogni scalino su cui mi siedo mentre aspetto l’autobus, in ogni strada, in ogni negozio dove entro senza comprare nulla, in ogni supermercato dove scelgo le melanzane da mangiare a cena, in ogni pagina di ogni libro che leggo, in ogni foto che guardo appena sopra il cuscino, in ogni pubblicità, in ogni fotogramma di un film che guardo al cinema o in tv. In ogni messaggio sul cellulare, di qualsiasi numero, conosciuto, sconosciuto e anche in quelli della Vodafone. Mi manca nelle parole che scrivo, nelle canzoni che ascolto, nelle domande che mi fanno e nelle risposte che non so dare. Mi manca nelle aspirine che prendo, nel caffè solubile che bevo la mattina, nell’orzo che mi preparo dopo pranzo. Mi manca nel vino, nel vodka sour ai frutti rossi, nella caipiroska alla fragola, nello zucchero di canna, nel ghiaccio. Mi manca nella luce del sole e in quella della lampada che ho sulla scrivania. Nel rumore della tastiera, negli squilli del telefono di casa, negli occhi della gente che incontro per strada. Mi manca nel profumo del mio shampoo, della crema al burro di karitè che mi metto dopo aver fatto il bagno, nella polvere che scopo dal pavimento del corridoio. Mi manca negli appunti di ricerca operativa, nel progetto per la biblioteca in piazzale Cavedalis, nelle orecchie e sulla punta del naso. Mi manca nelle lenzuola, nelle tende, nei vestiti che ho per casa, nel cappotto rosso di Max Mara, dentro il basco, nelle trame della sciarpa. Mi manca al di qua e al di là dei confini che stanotte hanno abbattuto. Nel sale del mare, nello sporco che si appiccica alla neve, nella brina delle prime ore della notte. Mi manca nei soldi che non ho, in quelli che dovrei avere, dentro una matita a mine, nell’inchiostro di una bic. Se solo sapessi come riempirli, tutti questi vuoti.
Postato da LaFulvia
alle 17:43
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giovedì, 20 dicembre 2007
Babbaggine, maledetta babbaggine.
S B A M S B A M S B A M
fa la mia testa contro il muro, ma ho un testa così molle che al massimo lascio macchie di cervello.
che schifo.
Aaaaaaah, sveglia Fulvia, sveeeeeeeegliaaaaaaa.
Postato da LaFulvia
alle 14:53
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martedì, 18 dicembre 2007
Ultimamente appena fumo una cicca mi fa l’effetto di una canna, il che non sarebbe neanche troppo male visto che in questo modo risparmio soldi in erbetta, ma non va nemmeno bene, dal momento che non sempre quando ho voglia di una sigaretta mi va che mi faccia effetto giramento di testa e rincoglionimento prolungato. Soprattutto se sto facendo cose semi-importanti, come una relazione osservativa della classe dove ha fatto tirocinio Ivana, o sto cercando di capire la dispensa di ricerca operativa. Tant’è, non posso farci niente, o meglio, potrei smettere di fumare, ma non mi pare affatto una soluzione ottimale. Ammesso che si possa trovare una soluzione ottimale a un problema del genere. O a un problema in generale. Ad esempio, prendiamo il problema ZECCA.
La zecca, così denominata da me e Jun per ovvi motivi che in seguito saranno chiari a tutti voi, era (o meglio, è, dato che ancora è vivo e vegeto, aggiungerei, purtroppo per lui – o meglio, io sono ancora viva e vegeta, purtroppo per lui, se fossi morta smetterebbe di pensarmi) il tipo con cui sono uscita un anno fa circa per due mesi o quasi. La zecca, di cui non espliciteremo il nome di battesimo e nemmeno il nome con cui lo chiamavo io (a parte zecca, ovvio), era il tipico tipo che può piacere a Fulvia: naso fenomenale, occhi azzurri, lentiggini, capelli nerissimi, spalle larghe q.b., vita stretta, intellettualoide impegnato in quel magico mondo che è il teatro, semi-poeta-scrittore-fancazzista, conoscitore di un sacco di cose interessanti quanto inutili e latore di divertenti storielle a metà fra lo schifoso e il divertente. Insomma, praticamente perfetto. Peccato per una serie di piccoli difettucci che andrò qui ad elencare in maniera concisa: faceva la voce di Topolino alla perfezione, ma gli faceva sempre dire parolacce e cose volgari (adesso, io non sono per niente una purista della langue italienne, ma cazzarola, NON PUOI far dire a Topolino “porca puttana di quella merda di Minnie bagascia”, NON PUOI!); baciava male, oh, cheddevofarci?, era troppo intrusivo, muoveva la lingua a mulinello e non mi lasciava respirare, posso capire che a qualcuno piaccia e in generale io sono una a cui non dispiace un po’ di violenza, ma non in questo modo, nossignore; si vestiva con delle giacche che lo facevano sembrare un attaccapanni; era gelosissimo, non potevo uscire con i miei amici senza che mettesse il muso, dimostrava di aver troppo bisogno di me ed era, cazzo cazzo cazzo cazzo, troppo sdolcinato; dulcis in fundo ha avuto il CORAGGIO di chiedermi un pompino mentre stavamo aspettando il treno che dal suo buco di culo di paese mi avrebbe dovuto riaccompagnare alla city, e non un pompino così, estemporaneo, tipo “un giorno o l’altro me lo farai”, no, lì, in quel momento, nei bagni, alle undici e mezza di notte. Beh, fottiti. Fatto sta che l’ho mollato il giorno dopo la mia laurea, a fine gennaio scorso, e da quella volta non ci siamo più visti, solo qualche messaggio quest’estate e basta. Per fortuna.
Oggi, dopo pranzo, evidentemente non rifocillata dalla mia ciotola con melanzane, pomodoro, germogli di soia, valeriana e curry, volevo mandare questo messaggio a Jun:
E i miei sensi cominciano a intorpidirsi, non è esattamente come perdere la conoscenza, ma è come se questa diventasse qualcos’altro, come se si trasformasse in qualcosa di più adatto a questo mondo rosso di terrore e di dolore, come se si alzasse e volasse a un’altezza vertiginosa e terribilmente elevata, mai sfiorata né con le droghe né con l’alcol.
Naturalmente ho sbagliato e l’ho mandato alla zecca (il suo nome sta subito sopra a quello di Jun in rubrica), per rimediare poi con un “scusami, n era x te. Cmq, cm stai?”. Il come stai ci stava, glielo dovevo, anche perché mi sembra sempre di dovergli qualcosa, alla zecca, non fosse che per il modo meschino in cui l’ho mollato per sms. Ehm. Ehi ragazzi, non ero e non sono esperta di piantature, cosa dovevo fare? Era ingiusto continuare a vederlo, sia per me che per lui, no?
Due, dico due minuti dopo: “Non credo esista la casualità. Ti ho pensata molto in questi giorni. Ho visto ke hai chiuso il blog. Io bene, succedono un sacco di cose. Un sms è troppo poco. Domani di vediamo. A che ora?”. P O R C O C A Z Z O. Allora, punto primo: a lui succedono SEMPRE un sacco di cose, non esiste una volta che io gli abbia chiesto come andava e lui non avesse risposto “succedono un sacco di cose”, bene, continua a gestire il tuo sacco di cose, uomo impegnato che non sei altro; punto secondo: NESSUNO mi dice cosa devo fare quando, e tanto meno mi scrive “domani ci vediamo.” PUNTO punto che? Fai una domanda, stupido imbecille!; punto terzo: mi usa le k. Odio.
La mia risposta si è limitata a un “domani e dopodomani sono a milano, venerdì a Pordenone, semmai sabato”.
E lui: “e sia. A casa nostra. Alle 10. La Feltrinelli. Seguiranno cioccolata io e irish coffee tu, se hai sempre gli stessi gusti…”. A parte il tono minaccioso di questo messaggio, ci sono un paio di annotazioni da fare. Punto primo: io alle dieci di sabato mattina dormo e non ci sono scuse che tengano; punto secondo: come si fa a bere la cioccolata e soprattutto l’IRISH COFFEE ALLE DIECI DI MATTINA? Okay alcolizzata, ma a tutto c’è un limite; punto terzo: l’ultima volta che ho bevuto irish coffee ho vomitato tutta la notte e sono rimasta paralizzata a letto per ventiquattro ore, sentirlo nominare mi fa sboccare praticamente in automatico, direi che la zecca ha scelto il modo peggiore per concludere un messaggio che già da solo mi aveva fatto girare le palle.
Sì, lo so, sono pessima, stronza, cattiva, insensibile, ma non è colpa mia. Mi hanno disegnata così.
Postato da LaFulvia
alle 14:26
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venerdì, 14 dicembre 2007
le perle di saggezza dell'appartamento 1
Ivana: cazzu è sto burdello in corridoio? (riferendosi alle scarpe mie e di tiziana fuori dalla porta della stanza)
Tiziana: eh, mica possiamo portare le scarpe dentro, no?
Ivana: eeeeeeeh, sarà meglio averle in corridoio che sembra tutto nu purcile sembra. Su su, dentro dentro, non voglio sto casinò.
Tiziana: ma scusa, metti che per strada pesto lo sputo di un nero turbercolotico, guarda che porto i germi i dentro camera. Guarda che mi attacco la tubercolosi sai. Guarda che non bisogna scherzare con la tubercolosi eh.
Fulvia: (mentre, dopo aver provato un nuovo trucco visto su Glamour, gira per casa, secondo le parole di Ivana, come una puttana che ha appena scopato, le è colato il trucco e le hanno pure tirato un pugno) un NERO TUBERCOLOTICO?
Tiziana: eh.
Ivana: guarda che sei xenoNOfoba sai?
Tiziana: non è vero, si tratta di igiene. (tiziana è quella che le fa schifo passare l’aspirapolvere perché dopo la polvere si solleva e non è igienico)
Ivana: uh, capisti te. Quando andavamo all’asilo io e i miei amichetti prendevamo le gomme schiacciate per terra e sotto i banchi e le rimasticavamo.
Tiziana e fulvia: MA CHE SCHIFO.
Ivana: beh, ma eravamo bambini. Le mettevamo in bocca e gnam gnam. Non erano male eh. E poi, mica ,m’è successo niente, sono ancora qui.
(Sì, ma COME SEI RIDOTTA?)
Fulvia: Pure io da piccola mi sono mangiata il CIF. Almeno era un disinfettante però.
Postato da LaFulvia
alle 08:46
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venerdì, 14 dicembre 2007
Ivana oggi ha un esame. Oltre che una verruca in posti non toccati da Dio e spero da nessun altro uomo (lo spero per loro più che altro), ma questa è un’altra storia. E’ uscita circa quindici minuti ripetendo fastidiosamente VOGLIO MORIRE, un po’ come ha fatto per tutta la mattinata, tranne quando parlava a voce alta ripassando quelle stracazzo di attribuzioni causali che, personalmente, penso non abbiano alcun significato. Insomma, come fai a dire che la rabbia è controllabile, non è controllabile! Questo l’ha detto un certo Weiner. Poi ce n’è un altro, Lewin, che Ivana pronuncia L E U I N, e altri due, Jones e Davis, che Ivana pronuncia I O N E S E D A V I S, tutti autori di teorie tanto interessanti quanto utili e fondate nell’esperienza, cioè zero. Gente che probabilmente non aveva nient’altro da fare nella vita tranne che cercare di dare una spiegazione al comportamento umano, che di per sé è inspiegabile, introducendo concetti campati totalmente per aria come l’autoefficacia, una specie di autostima ma rivolta esclusivamente alla fiducia di riuscire negli obiettivi che ci si pone, del tipo, so che il risultato di quello che sto facendo sarà valido, lo deduco dal fatto che fino ad adesso tutto quello che ho fatto ha avuto risultati validi. Insomma, una cagata. Come dire che il più bravo della classe se ne va a fare il compito in classe barra interrogazione tutto fiducioso di riuscire a prendere, anche stavolta, un buon voto. Minchiate, a mio avviso. Io ero la quintessenza dello stress emotivo e della nevrosi, nonostante prendessi regolarmente otto e nove. E non penso di essere stata diversa dagli altri secchioni che infestano il pianeta. “Infestano” perché sono una razza chiaramente da eliminare, sia per il loro bene che per quello dell’umanità tutta. Fortunatamente io sono riuscita a cavarmene fuori, ma il processo è durato parecchio ed è stato abbastanza doloroso, un po’ come il metodo Beethoven, per intenderci. Alla fine della fiera ho capito che le materie che studia Ivana, il mio personale nano di corte in pigiama, non solo non richiedono alcuno sforzo cerebrale, ma sono anche delle colossali cagate. Utile fare la SSIS, Madonna. L’abilitazione non potrebbero darla semplicemente facendogli un bell’esame di stato con tante domande di cultura generale e grammatica e composizione scritta? No, devono pure fare un corso universitario costosissimo e inutile che va solamente a rimpinguare le finanze del chiarissimo Furio Honsel, che comprasse dei banchi nuovi per la sede di ingegneria, ma neanche quello.
Postato da LaFulvia
alle 08:44
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lunedì, 10 dicembre 2007
Insomma, fatto sta che mi ritrovo ad avere a che fare con un prof che somiglia a Rasputin (vedi l’immagine, dove si può notare anche bene il processo di decomposizione), che guarda caso dovrebbe essere quello stesso prof che andrebbe a valutare il plastico di cui al post precedente.

Cazzarola. In realtà con ci sarebbe alcun problema, come sembrerebbe che ce ne siano per gi altri. Con “gli altri” intendo quel gruppo di persone che segue il corso di Composizione-E-Non-So-Che-Altro all’università di Udine, quinto anno di architettura, secondo di specialistica per intenderci. Ebbene, gli “altri” sono ossessionati da Rasputin, un po’ come la signora polipo è ossessionata dai cattivi odori, un po’ come Patrizia, adesso che ci penso, è ossessionata dai cattivi odori. Patrizia è un’altra delle mie tre coinquiline (vedi voce correlata) e dopo ogni pranzo e cena va in giro per la casa spruzzando uno strano deodorante per ambienti che più che deodorare copre i cattivi odori e basta. Si vede che guarda poca televisione, sennò lo sapeva che esiste un deodorante apposito che “non copre i cattivi odori, li elimina”, di cui non ricordo il nome, ma mica mi serve. A me. Comunque. Stavamo dicendo. La massa de “gli altri” (che d’ora in poi per comodità designeremo con un semplice gli Altri senza virgolette e con la lettera maiuscola) è informe e per la maggior parte fastidiosa, a parte alcuni elementi come Ale e Jun, luci di conforto in questo mondo grigio e melmoso. Sigh. Ci credo che Rasputin gli fa paura perché gli abbaia contro, cazzo vogliono che faccia quando si ritrova davanti certe facce? A me invece non fa niente paura e, indipendentemente dal voto che mi metterà e indipendentemente dal fatto che il mio progetto possa sembrargli più o meno a forma fallica, continuerà a non farmi paura nei secoli dei secoli. Amen. Soprattutto perché è solo un Rasputin in via di decomposizione e un essere del genere non può mettere ansia a nessuno a parte che a piccoli pipistrellini bianchi di nome Bartok (con cui potremmo designare d’ora in avanti gli Altri, ma Bartok almeno era simpatico, mentre gli Altri non lo sono, sono solo molto ma molto fastidiosi e, secondo me, non fanno neanche uso di stupefacenti, perché sennò sarebbero molto più stupefatti della vita e vivrebbero, in definitiva, meglio).
Tanto per rimanere in tema, vado a stupefarmi un po’ della vita con Vale, Andreja e Simone, e una vecchia cara e sempre gradita pina colada della Taverna dell’Angelo, pensando a nuovi prossimi impieghi con cui impiegare il mio tempo e con cui impiegare le finanze degli altri, da piegare poi nel mio portafoglio. L’occupazione di oggi è: ghost writer di temi per ragazzini delle superiori, il difficile sta nel trovare gli agganci, ma fortunatamente ho una sorella di quasi diciassette anni inserita nel fantastico mondo delle nullafacenti dello psicopedagogico. Hasta luego, o meglio, dasvjidanja.
Postato da LaFulvia
alle 21:31
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Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.
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