
venerdì, 25 gennaio 2008
uno scalino al di sopra dell'ultimo
Non entra la luce del mattino dalle persiane chiuse della casa dello studente. Le ho tirate giù io la notte prima, appena pochi secondi prima di crollare sul puff di Vale. Martedì sera sono tornata a occuparmi della mia attività preferita: la ricerca sull’autodistruzione scientifica. E come tutte le ricerche fatte bene, capitano quando meno te lo aspetti, quando capita l’occasione, a caso, quando ci sono parole di altri che ti fanno decidere che è arrivato il momento di sperimentare su di te gli effetti panacei dell’alcol. Un refosco, tre spritz aperol, una birra grande, una birra piccola, un beilissss, una havana cola, un coitreau succo d’arancia, un’altra havana cola e mezza, un pampero pera. Questo è quanto ho con orgoglio consumato e vomitato con Vale, nel bagno di Vale, senza mettermi nemmeno un dito in gola e quindi senza stile (o con troppo stile, quindi in quanto tale non riconosciuto), questo è quanto mi ha fatta scoppiare a piangere alle tre e mezza di notte fuori dalla porta della CdS, con la testa appoggiata al corrimano azzurro, a versare lacrimoni da litro a causa di due stupide parole. E poi a causa della mia mancata evoluzione. E poi a causa del vento freddo che non mi faceva stare bene i capelli. A causa della maglia grigia nuova di Bershka, rotta. A causa del fatto che mi sto sentendo abbandonata, che non vedo più altro che un materasso e una coperta sulle gambe incrociate sotto a un portatile dell’HP (il mio), che a volte va, a volte no, non sono più neanche padrona delle mie macchine, delle mie tazze, delle mie pentole, della moquette in camera che si sta popolando di piccoli micetti di polvere e altre schifezze che sarebbero spazzatura ad un occhio inesperto, mentre in realtà sono pezzi di un qualcosa che sono stata ed ora non sono più. La polvere sulla scrivania. I tagli sul legno. Il freddo che esce dall’armadio e non so perché, che fa diventare gelidi tutti i vestiti che ho dentro e un due tre libri che tengo là per non vederli, per non ricordarmi di tutti i soldi che ho speso alla Feltrinelli senza leggere nemmeno una parola a parte quelle del retro di copertina e, forse, il titolo. Sui muri si stampano le mie lacrime di stamattina e le parole gridate di poco fa, davanti a una Jun semi incredula per il mio stato di morte non-apparente ma totalmente presente. Dopo una colazione del tutto inconsistente (esattamente della stessa consistenza delle mie gambe e delle mie braccia, che si reggono su vuote e spugnose, scavate fino al midollo dai denti cariati di quella che vorrei fosse depressione, ma forse non è nemmeno quella) sono uscita di casa in pigiama, ore nove meno un quarto, sono andata a dare all’ufficio protocolli dell’università la domanda per il tutorato; una domanda del tutto inutile, dal momento che la ex-tutor la ripresenterà, e viste le SUE esperienze, al confronto delle MIE (del tutto inesistenti o quasi), certamente in graduatoria sarò uno scalino al di sopra dell’ultimo posto (potrei dire all’ultimo posto, ma ci sarà sicuramente qualcuno che l’ha presentata senza aver preso 110 e lode, l’unica cosa che mi darà qualche punto). Mi sono trascinata in biblioteca, perché è quello che continuo a fare, trascinarmi. Trascinarmi tra gli altri, trascinarmi nella casa vuota, trascinarmi da un libro all’altro, da un documento in cad a un documento in word, dalla biblioteca al supermercato, dal terrazzo della cucina a quello grande del salotto, dal bagno al letto della camera, scontrandomi con Ivana e cercando di non instaurare un contatto visivo (contatto visivo con Ivana vorrebbe dire un invito esplicito a lei da parte mia di raccontarmi di quanto i suoi alunni siano ignoranti e di quanto lei sia stanca e Fulvì voglio murì). E la cosa peggiore è che in questo momento mi sto sentendo esattamente come lei, il che è pessimo: deambulo in pigiama, voglio morire, mi sento stanca. Fortunatamente non mi è ancora venuta la mania di fare le pulizie alle sette e mezza di domenica mattina, non pago gli altri perché facciano i miei esami e, soprattutto, non ho una verruca sulla figa.
Postato da LaFulvia
alle 13:56
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venerdì, 18 gennaio 2008
Preferisco i dvd.
Preferisco i gatti.
Preferisco gli alberi spogli d’inverno, cristallizzati di ghiaccio.
Preferisco Dostoevskij a Dickens.
Preferisco me che vuol bene alla gente
a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano matita e gomma.
Preferisco il colore rosso.
Preferisco non affermare
che l’intelletto ha colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlare con i medici d’altro.
Preferisco i quadri di Hopper, definiti e decisi.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,
da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti
che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistatori a quelli conquistati.
Preferisco avere riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa
che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo siderale a quello degli insetti.
Preferisco non toccare ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco prendere in considerazione perfino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.
Postato da LaFulvia
alle 17:38
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giovedì, 17 gennaio 2008
leggi di meno e tromba di più
Non credo che andrò a lavorare nello studio di mia zia lunedì prossimo. Insomma, non vedo per quale motivo devo farmi il culo a fare dieci ore a settimana a battere lettere al computer e far fatture quando posso starmene comodamente a casa a guadagnare dai variabili
In tutto ciò continuo ad essere mediamente depressa e discretamente scontenta della mia esistenza, il che mi fa pensare che sia ancora tutto a posto nella mia vita. A chi mi domanda come sto, rispondo sempre e comunque “tra bene e molto bene”, al che tutti pensano che abbia trovato un moroso o comunque abbia raggiunto particolari e rilevanti successi professionali o personali. Alla mia risposta negativa iniziano a pensare che abbia seri problemi mentali, e lasciamo pure che lo pensino, per Dio, è vero. Trascorro le mie giornate con un mal di testa perenne, al quale ultimamente si è aggiunto un fastidioso peso da tonnellata all’altezza del cuore; no, non credo sia un’arteria in via di otturazione, penso piuttosto che sia un sintomo di demenza mentale e manchevolezza (ah, la manchevolezza), acuita ultimamente dall’aggiunta di nuovi e preoccupanti constatazioni sulla mia vita personale.
a) Sono un’alcolizzata e pure tabagista. Potrei dolermi di questa condizione, ma non lo faccio. Potrei cercare di uscirne, ma non lo faccio. Penso che sia la mia natura e basta, quindi, come insegnava Verga, tanto vale che mi rassegni e non cerchi di cambiare il mio status, ne risulterei comunque sconfitta.
b) Nell’ultima settimana non sono riuscita a deprimermi seriamente, cosa che invece sto facendo negli ultimi giorni, perché prima di raggiungere il picco massimo mi sono sempre trovata davanti a dell’alcol. Il che va a confermare il sospetto di alcolismo.
c) Faccio cose di cui mi pento e che faccio unicamente perché credo facciano parte del mio personaggio. Una cosa riprovevole e che non mi piacerebbe in nessun’altra persona. Medito di ovviare a questo inconveniente, d’ora in poi, cercando di comportarmi esattamente come mi sento, senza lasciarmi condizionare da me stessa e, soprattutto dai libri che leggo. In fondo io sono una ragazza dolce e sensibile e carina e pure molto affettuosa, non vedo perché debba lasciare che esperienze precedenti un po’ traumatizzanti mi trasformino in un essere violento e scontroso. Oh.
Concluderei questo post inconcludente con una delle perle di saggezza che Ivana provvede a elargire con generosità ogni giorno e che potrebbe assurgere un po’ a leit motiv di questa giornata e di queste giornate.
Ah, Fulvì, sai cheddevi fare te? Leggi di meno e tromba di più. Non vorrai finire come Leopardi!
Grazie Ivana, Oscar Wilde dei giorni nostri.
Postato da LaFulvia
alle 17:19
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lunedì, 14 gennaio 2008
Mi sono vista. Ho visto Fulvia un giorno uccidere qualcuno senza rendersene conto. Mi sono vista mentre il respiro di un’altra persona si ferma davanti al mio viso, ho visto questo respiro solidificarsi in una membrana sulle mie guance, sul mio naso, sulle mie palpebre e sulla mia bocca. Ho visto membra distendersi e farsi fredde e ho sentito un grumo di pece invadermi il cervello. La consapevolezza di aver ucciso qualcuno. Aver ucciso qualcuno per volermelo addosso per sempre.
Postato da LaFulvia
alle 16:54
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lunedì, 14 gennaio 2008
signori della corte, Fulvia è innocente
Specifichiamolo subito, prima di procedere ad alcun tipo di racconto della mia domenica. Io non ho fatto un emerito CAZZO ieri. E non perché non lo volessi, semplicemente NON HO POTUTO. Mi è stato impedito da forze superiori alle quali non potevo oppormi. Non è colpa mia, mi dispiace, sono scevra da qualsiasi senso di colpa per la mia totale nullafacenza di ieri. Per sostenere la mia tesi procederà all’esposizione dei fatti, signori della giuria, e mi atterrò ad essi nel modo più obiettivo che conosca, per favorirvi in una decisione imparziale.
Torno a casa alle dieci meno un quarto, già abbastanza rincoglionita a causa di una notte passata in un sacco a pelo dentro una stanza satura di bacilli di vario tipo e con una temperatura decisamente superiore a quella di benessere termoigrometrico, e trovo Ivana in atrio che mi fa:
“Ehi, attenta, abbiamo un’ospite.”
A parte l’ATTENTA, ecchè, penso, un gattino? Un criceto? Ivana la mia personale nana di corte è impazzita? O forse si riferisce a un ospite “indesiderato”, come quando un pipistrello era rimasto intrappolato nel cassonetto delle tapparelle a casa dei miei nonni.
“C’è un mio amico che dorme in camera mia…io ho dormito in camera di Patrizia.”
Bene, specifichiamolo subito, “io ho dormito in camera di Patrizia”, non sia mai che hai scopato con qualcuno, almeno ti rilasseresti un attimino e non saresti costretta a pulire casa il SABATO POMERIGGIO per calmarti (ma benedetta donna, leggiti un libro, guardati la tv, DORMI! Esci a fare un giro, ho capito che c’è un tempo di merda, ma piuttosto che stare chiusa qua a togliere la polvere e pulire pavimenti che ormai si staranno consumando…).
“Va be,”
Assolutamente non preoccupata dalla presenza estranea, mi avvio verso camera mia e dopo aver sbattuto contro la porta chiusa, riesco a entrarvi e uscirne vestita per casa e con libri e computer sottobraccio, piena di buone intenzioni per la giornata. Mi piazzo in sala e accendo il pc, dopodiché vado in cucina a farmi un caffè perché la mia colazione non può consistere in due Cuor di Mela, nonostante siano buonissimi e abbiano ben 50 chilocalorie l’uno, così mi preparo il mio orzo e caffè con 300 ml di acqua e 50 ml di latte scremato, zuccherati da un copioso cucchiaino di dolcificante. Mentre sto nel benessere psichico in cucina arriva Ivana a raccontarmi della sua verruca, dei suoi funghi e della sua presunta candida, nonché degli ovuli che si piglia la sera e la notte le si rompono e la bagnano tutta (QUESTA COSA ANCORA NON L'HO CAPITA), così è costretta a mettersi sempre l’assorbente. Il racconto va avanti per 20 minuti. Bene. Ottimo. Buonissimo il caffè e orzo comunque, eh.
Ben predisposta mi sposta nuovamente in sala, dove la mia nana mi blocca nuovamente per leggere l’unità didattica di italiano che le ho scritto ieri pomeriggio mentre cercavo di respingere psicologicamente i suddetti bacilli. Durata della revisione della mia PERFETTA unità didattica: 40 minuti, per arrivare alla conclusione, appunto, che è perfetta. Intanto sono le undici e, finalmente libera dalla malefica presenza, mi accingo a fare la ricerca di restauro 2, ma dopo aver copiato mezza facciata, ecco che si sveglia Stefano, ovvero l’ospite, un siciliano panciuto e calvo che mi assomiglia tanto a un personaggio di Zelig che or ora non mi viene in mente, ma non un BEL personaggio. Tanto per cominciare mi si piazza dietro commentando il fatto che stia copiando il libro, poi inizia a darmi pacche sulle spalle e infine, quando finalmente decide di uscire di casa a fare la spesa, mi saluta chiamandomi per nome. Lo odio.
Vista l’impossibilità di copiare restauro , dato che Ivana ha acceso la televisione su rai 2 per sentire Paolo Fox (esattamente alle ore unidici e trenta, quando è RISAPUTO che Paolo Fox la domenica inizia con la classifica dell’oroscopo alle dodici e un quarto), decido che forse sarebbe più indicato darmi ai disegni con cad di quella minchia di progetto della biblioteca che non tocco da almeno tre settimane se non quattro. Passa un’ora durante la quale riesco a malapena a finire un misero particolare che non so neanche se è giusto e di cui manca un prospetto, particolare, peraltro, copiato da internet. A mezzogiorno e ventisette, ovvero esattamente quando Fox sta parlando del MIO acquario in settimana posizione, mi chiama Maman.
“Pronto!”
“Ehi…aspetta alza un attimo…”
“Cosa?”
“Niente…che ha detto? Giovedì che?”
“Non dovevi venire a pranzo?”
“Sì mamma, infatti, stavo aspettando l’oroscopo di Paolo…come? Amore cosa? Lavoro che? Ripresa de che? Ehi Ivana, mi stai attenta per favore?”
IVANA; “Eh?”
Perché ho a che fare solo ed esclusivamente con mentecatti?
“Ma che cosa stai dicendo?”
“Niente, tanto è inutile. Sì arrivo fra mezzora.”
Ormai rassegnata a non capire niente del mio oroscopo settimanale, a parte una cosa che Fox dice alla fine con un sorriso a trentadue denti (“e dopo il 14 febbraio tutti gli acquario saranno pronti a dire come sono innamorato”, sì, grazie al cazzo, serve essere innamorati così, a prescindere…), mi vesto e mi reco alla residenza di campagna, dove Maman procede immediatamente a farmi una scannerizzazione completa con tanto di annusa mento capelli per capire il mio grado di tabagismo. Dopo aver salutato Gestapo a monosillabi mi attacco ad Alice ADSL per scaricare le immagini per l’unità didattica di Ivana, scrivere una mail al buon Bonometto dove gli spiego per la dodicesima volta che se non trova la voce su Wikipedia non è colpa mia, non è colpa di Wiki, ma solo ed esclusivamente sua, chatto con Ale facendomi elencare la quantità indecente di tavole che Pratelli vuole per l’esame, scarico foto del Palazzo Arcivescovile, mi mangio un panzerotto che ha fatto Suze la sera prima, mi incazzo con lo scanner perché non va, parlo con Jun al telefono, mi faccio un cappuccino con la macchinetta del caffè, mi sento male, vegeto davanti a Buona Domenica, mi riconnetto a internet ecc ecc, fino alle cinque, quando Jun passa a prendermi con la SUA macchina fotografica, visto che la mia è stata rotta (non da me) l’ultimo dell’anno.
Vestita come una barbona (strano) e truccata meno di zero, ci rechiamo al suddetto Palazzo Arcivescovile per fare le benedette foto agli affreschi del Tiepolo (sempre per restauro2), moderatamente convinte che le foto non ce le faranno MAI fare e mediamente mal predisposte a pagare tre euro di ingresso a cranio. Il tempo eccessivamente uggioso non migliora la situazione, come non la migliora il fatto che il custode del palazzo arcivescovile è uno strano personaggio incredibilmente somigliante al critico di cucina di Ratouille, che viene a prenderci praticamente dalla strada per farci entrare, ci toglie l’ombrello di mano e ci strappa due biglietti senza che noi diciamo nemmeno “salve”. Dopo quindici minuti di ci-ci ci-cio riusciamo a convincerlo a farci fare le stramaledette foto e passiamo i quaranta minuti successivi a cercare COSA fotografare, impresa quasi impossibile dal momento che gli affreschi di Tiepolo stanno in mezzo ad altri quattromila affreschi di artisti più o meno sconosciuti di cui francamente non poteva fregarmene niente di meno. Tuttavia, bello il Palazzo Arcivescovile. A fine operazione passano altri quindici minuti di conversazione forzata con il critico di Ratouille, durante i quali continua a blaterare qualcosa sul fatto che devo portargli il cd con le foto, che a lui i bambini mandano le poesie e sul fatto che dobbiamo assolutamente andare a sentire un concerto di Giovanni Allevi. Bene.
Nel frattempo ha finito di piovere, per l’ora e mezza successiva io e Jun bazzichiamo le strade scivolose di Udine cercando: un paio di stivali per Jun, una gonna o un paio di bermuda per Jun, un cappuccino con la panna per me, un senso alla vita, un riflesso alle vetrine che ci confermi che siamo fighe, cosa per me piuttosto impossibile viste le mie oggettive pessime condizioni di cui prima.
Un attimo…come sarebbe a dire che si rimanda il giudizio alla prossima udienza? Non ho ancora finito…
Postato da LaFulvia
alle 14:32
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Rintracciabile in: difesa personale
giovedì, 10 gennaio 2008
la sottile linea di confine tra possedere ed essere posseduta
Ho voglia di stringere, stringere fortissimo.
Un desiderio vivo che ha il colore nero e luccicante del sangue.
Che ha le note scomposte e i ritmi spaccati degli Artic Monkeys.
Ho voglia di possedere qualcosa, tutto, qualcuno, tutto di qualcosa e tutto di qualcuno.
Voglio possedere me stessa, il mio corpo, la mia anima, la mia mente.
Voglio costringere con uno sguardo, legare a me con corde strette che lasciano segni sulla pelle.
Voglio dilatare il tempo e rimpicciolirlo a mio piacimento.
Voglio che la notte sia infinita.
Nera e calda da stare in mutande in terrazzo a fumarmi una canna, dopo aver fatto morire qualcuno.
Dopo essere morta.
Voglio comprimersi per riuscire a entrare in un vaso dalle forme strette e sinuose, essere una giraffa ed essere un topolino.
Riempirmi la pancia di liquidi, schiacciarla e distribuirli per il resto del corpo. Schizzarli fino alla testa.
Entrare in qualcuno tanto in profondità da sentire come è fatto dentro.
Riempire bocche. Riempire orecchie, affondare il mio naso dove il profumo è più forte e saturarmene.
Vorrei che fosse possibile essere posseduta così tanto da qualcuno da non rendersene nemmeno conto, che il possesso fosse così intenso e completo da scomparire, da riempire ogni buco della mia esistenza senza che io lo sappia.
Ogni angolo del cervello e ogni momento di solitudine.
Sapere cosa fare prima ancora di farlo.
Avere tanta aria da respirare quanto decide di darmene.
Stare appesa fin tanto che non decide di tagliare il filo.
Aprire la bocca solo quando mi strappa il cerotto dalle labbra.
Una mano ferma sulla testa che la sposta dove vuole.
E in un secondo fare io lo stesso.
Possedere. Essere posseduta.
Praticamente è la stessa cosa.
PS di Fulvia: io ad esempio possiedo completamente Ivana, il mio personale nano di corte in pigiama, e lei possiede completamente me. Infatti senza di me chi gliel’avrebbe fatta l’unità didattica di storia sul 1968 in Italia entro domani (tenendo conto che doveva iniziare a farla ieri)? Nessuno. E senza di lei chi mi darebbe i lavoretti che faccio per guadagnarmi quei (se va bene) 200 euro al mese per comprarmi l’alcol e le medicine?
Postato da LaFulvia
alle 16:11
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Rintracciabile in: pippe, poesie minime
giovedì, 03 gennaio 2008
Sto scrivendo un messaggio a Suze. Nel messaggio c'è scritto, non me lo ricordo, qualcosa come "tutto bene, mi sono accampata nella residenza di campagna, non so se va il riscaldamento, nel caso accendo il camino, sto tornando da Treviso, chiamatemi alle otto e mezza". Come direbbe Tiziano Ferro, fuori è buio. Ma è buio davvero. No, in realtà ci sono un po' di lucine. Paesini friulani dove fanno il frico che non si attacca alla padella e dove magari non arriva nemmeno Alice ADSL. Beh, cazzi loro, almeno sanno fare il frico però. Mentre sto per finire di scrivere il messaggio mi chiama Maman.
"Ohi."
"Eh. Beh. Allora?"
"Bene, bene."
"Tutto bene?"
"Ti ho detto bene. Voi tutto bene?"
"Sì. Hai scritto a Susanna stamattina."
Punto. Sì, ho scritto a Suze stamattina, per chiederle se erano arrivati a Senigallia. Stop.
"Sì. Ascolta. Mi sono trasferita da voi. Per fare quel lavoro su internet. Penso dormirò lì stanotte."
"Ma fa FREDDO. Il papà ha spento il riscaldamento. Il gas!"
"Non è vero. Mi sono fatta da mangiare oggi. Beh senti, mi metterò una maglia, una coperta. Lo sai che lavoro meglio di notte."
"MA FA FREDDO!!"
"HO CAPITO."
"Dove sei?"
"Sto tornando da Treviso. Senti, non ce la facevo a stare a casa oggi, mi veniva l'ansia. La tristezza. Dovevo uscire."
"A TREVISO? DA SOLA? MA IN TRENO?"
Perchè ha sempre questo tono allarmato?
"No, non da sola. Sì in treno."
"Non sei mai stata così in treno come in questi giorni."
In effetti ha ragione. Pensare che fino ai dieci anni non ci ero mai andata in treno. Pensare che ci sono sempre andata pochissimo in generale. Non so se i treni mi piacciono. Magari dipende daò tipo di treno. Dall'odore che ha. Dalla distanza tra i sedili. Dal percorso. Da dove ti porta. Dalle persone con cui stai. Se sei felice o meno di stare con te stessa se stai da sola. Dal libro che stai leggendo.
Kelly e Victor.
Da cosa stai leggendo del libro che stai leggendo.
A volte ti capitano delle cose che si combinano alla perfezione. E anche se non lo sapevi, non te l'aspettavi, quando succede pensi tra te e te: Cristo, era questo quello che stavo cercando. Quello che cercavo da una vita senza nemmeno rendermene conto, e adesso eccolo qua, e che gran fortuna mi è capitata. Non desidererò mai nient'altro.
Premesso che io un certo tipo di libri non dovrei nemmeno vederli da lontano. Perchè lo so che dopo, quando li leggo, mi prendono la gola e mi entrano nel cervello e inizio a pensare come se ci fossi io dentro il libro e me li porto dietro dappertutto e anche se ci metto un mese a leggerli questo non vuol dire che non mi piacciano. E poi ti pigli sempre i pezzi maledetti nei momenti peggiori. Quando sei da sola in una carrozza quasi vuota di un interregionale e prima ancora di aprirlo, il libro, ti sentivi una specie di irrequietezza addosso, quelle irrequietezze che ti fanno sembrare che alla tua vita manchi un pezzo da ogni parte. Guardi la tua famiglia e ti accorgi che le manca un pezzo (dialogo con tuo padre, apertura con tua madre, mancanza di bugie, trasparenza su quella che sei); guardi le tue relazioni interpersonali e ti accorgi che manca un pezzo (no, ne mancano tanti di pezzi, in persone diverse che ormai ho lasciato per strada, in persone che penso ancora di completare, ma che saranno comunque sempre manchevoli di qualcosa); guardi l'università e ti accorgi che manca un pezzo (convinzione, voglia di studiare quello che c'è da studiare, non solo materie del tuo personale piano di studio); guardi la tua salute e ti accorgi che manca un pezzo (sostanzialmente, salute completa); guardi le tue finanze e ti accorgi che manca un pezzo (esattamente settecentonove euro, la prossima settimana vado al Barbaro a parlare con quel ritardato del fratello del titolare; inoltre non hai un lavoro e non hai nemmeno voglia di trovarlo, non sei fatta per lavorare tu).
Ah, Fulvia Fulvia. E dire che non puoi nemmeno andare a comprarti un paio di mutande di Oysho per rimediare la situazione. Ti tieni groviera come sei e ti accontenti di leggere libri dentro cui vorresti stare. Di gente a cui manca il respiro perchè qualcun'altro glielo fa mancare stringendogli le mani intorno al collo. e che con un coltello da cucina incide il proprio nome sulla schiena dell'altro. e che graffia morde e lecca quanto stracazzo gli pare. e stringe i polsi e ti sbatte contro un muro e magari ti prende a padellate in testa. okay, le padellate non c'entrano niente, è che mi sono fatta prendere la mano. ad ogni modo Kelly è una pazza, ma a dare padellate in testa ancora non c'è arrivata. penso non ci arriverei nemmeno io, ho un brutto rapporto con le padelle in generale proprio. e poi che brutta immagine darsi le padellate in testa. soffocarsi con i cuscini è okay, ma le padellate in testa no. ma che straminchia sto scrivendo? a questo punto potrei anche arrivare a scrivere come si potrebbero usare tutti gli altri utensili della cucina, ma no, non voglio farlo, non mi interessa nemmeno. a volte mi faccio un po' troppo prendere da una che non sono io. parte come me e poi diventa un'altra.
Propositi per l'anno nuovo: dire un po' meno stronzate. e soprattutto, scriverle.
Non so se vorrei essere come Kelly. Ma forse lo sono già un po'. anche se non inciderei mai il mio nome sulla schiena di qualcun'altro, sia ovvio. neanche sulla mia di schiena, anche perchè non ci arriverei, cioè, non sarebbe proprio fisicamente possibile, a meno che non diventi una contorsionista, cosa che in parte già sono, ma non fino a questo punto. insomma, non me lo inciderei nemmeno su un braccio, anche perchè ho un nome lungo io (non Fulvia, quello vero. quello vero è più lungo). no, e nemmeno sulla pancia. DA NESSUNA PARTE. oh.
Postato da LaFulvia
alle 00:04
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Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.
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