
domenica, 24 febbraio 2008
Muccino junior si è messo i denti nuovi e non ha più la zeppola.
Era meglio prima.
Postato da LaFulvia
alle 14:57
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sabato, 23 febbraio 2008
Fulvia, in pausa caffè dopo tre ore e mezza di restauro, mette su "Il flauto magico" di Mozart per rilassarsi un pochino. Aria della regina della notte. Oh, adoVo.
Ivana passa fuori dal salotto in mutande e reggiseno con una strana andatura protesa in avanti, si ferma, si gira, mi fa: "Cincillà cincillà! Oh, ma tu sei malata, ma malata malata eh. Vero Tiziana che non sta bene?"
Tiziana, che è da tre giorni che deambula per l'appartamento aspettando gli appuntamenti giornalieri di Fox e stupendosi per ogni cosa (ma perchè cazzo non se n'è andata a casa questo week end?), arriva svolazzando in soggiorno: "Ah eh ah ah, cos'è? cos'è?"
A volte mi sembra di essere di vivere sul pianeta Parapalla. O meglio, Parapalle.
Postato da LaFulvia
alle 17:09
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Rintracciabile in: vita dìappartamento
sabato, 16 febbraio 2008
Ero piccola. Ero ignorante. Ero sprovveduta e innocente. Ed ero appena stata mollata dal più grande errore della mia vita.
Mia nonna iniziava già a mostrare una serie di piccoli segnali non ancora perfettamente interpretabili che avrebbero dovuto prepararci alla sua morte più di quanto in realtà non ci giungemmo, quattro mesi dopo, la mattina di San Valentino di due anni fa.
Quella domenica pomeriggio non so perché fossi a pranzo da lei, era una cosa che non facevo da tantissimo tempo, che man mano che passavano gli anni facevo sempre di meno; andare in quella casa del Bronx udinese, al quarto e ultimo piano di un palazzo che una volta era blu e adesso era azzurro grigio mi metteva un misto di tristezza, amarezza e nostalgia di quando il mio gioco preferito era fingere di svenire dopo aver dato un morso a una mela rossa, di quando ero innamorata di Filippo il bambino biondo dell’asilo, di quando mio papà mi chiamava ancora Titti e non mi dava della deficiente ogni cinque minuti, di quando pensavo di essere una principessa e nessuno si preoccupava di informarmi che non era per niente vero.
Dopo pranzo me ne stavo seduta al tavolo della cucina guardando mia nonna lavare i piatti e tirare l’occhio sulla nuova pettinatura di Orietta Berti a Buona Domenica. Mio nonno era in salotto a guardare la televisione, la dentiera già messa in bagno, in attesa del caffè. Mia zia, quella che vive da sola e ha l’amante da dieci anni, era appena tornata a casa.
Non ero felice. La testa compressa. Gli occhi lucidi, nelle orecchie un rombo sordo e nello stomaco troppe pizzelle e frutta buona e gelato e uno scacchetto di cioccolato fondente. Volevo qualcosa di indefinito, forse, adesso che ci penso a posteriori, un digestivo. Orietta Berti cantava Quando la barca va e Laura Freddi ballava scompostamente facendo facce alla telecamera. Costanzo rideva e Lippi aveva la solita faccia da finto deficiente.
“Fulvietta. Ti faccio vedere una cosa?”
Sembrava stare meglio negli ultimi mesi. Meglio dell’ultima volta che aveva finito la chemio. Era più paffuta, ma era anche più bianca. Aveva le mani quasi trasparenti.
“Cosa?”
“Non dirlo al nonno, che dopo si imbarazza.”
Quel pomeriggio mia nonna Noemi mi ha letto al prima lettera d’amore che mio nonno le aveva scritto. Lui era appena arrivato dall’Istria, uno dei tanti esuli del post seconda guerra mondiale. Lei aveva diciotto anni e abitava nelle campagne di Palmanova. Si erano conosciuti una settimana prima e lei aveva già una specie di fidanzato. Mio nonno le aveva scritto una lettera con la sua calligrafia svolazzante e inclinata a destra con una serie di concetti stucchevoli e melodrammatici che in un altro momento mi avrebbero fatto vomitare, ma quel giorno, con mia nonna che mi leggeva a bassa voce parole di primavera e di amore nuovo, e intanto guardavo l’anello minuscolo che lui le aveva messo nella busta, in quel momento volevo piangere e basta, pensando che nessuno avrebbe mai scritto parole così per me. Pensando a quanto era bello un amore nato in un giorno e durato per anni. Pensando che volevo rimanere nipote così ancora e ancora.
“Questa te la lascio. Non adesso però.”
Ripiegò la lettera e la infilò con l’anellino sotto i fazzoletti nella scatola da dove l’aveva tirata fuori.
Non l’ho più vista quella lettera. A volte, quando ci ripenso, mi convinco quasi che l’amore esista davvero.
Postato da LaFulvia
alle 14:01
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venerdì, 15 febbraio 2008
Per la rubrica "Inutili oggetti del desiderio", segnalo oggi due (in realtà tre) acquisti fondamentali che ogni appassionata di colossali cazzate dovrebbe possedere.
1) il braccialettino dei desideri. costo 15 euro (ma ha i fermaglietti finali placcati in oro bianco - rezpect). Utilità: meno di zero. Il mio braccialettino, di un rosa delizioso, ha scritto sopra "I wish to be a princess" e ancora non si è slegato barra rovinato . 15 euro spesi bene. Checchè ne dicano Valentino e Simone.
2) due accendini della Smoking, anche abbastanza grandini. Costo 1 euro l'uno. Utilità: accendono le cicche (dici poco). La particolarità è che sono uno giallo con la locandina di Kill Bill e un gatto al posto di Uma Thurman; l'altro è rosso arancio con la locandina di Arancia Meccanica e un gatto al posto di Alex Delarge. Detta così potrebbero parere kitch, ma non lo sono. Jun apprezzerebbe molto.
Postato da LaFulvia
alle 14:14
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Rintracciabile in: inutili oggetti del desiderio
venerdì, 15 febbraio 2008
L'ammore questo folle sentimento che...
...non esiste. Okay, lo ammetto, mi sono ricreduta. Dai, guardiamoci in faccia e abbiamo il coraggio di dirlo. In fondo Ivana ha ragione. In parte. Perchè lei dice che l'amore non esiste dopo i trenta, io dico che l'amore non esiste mai. Beh, almeno, non l'Amore quello dei film, quello di Harry ti presento Sally, del Paziente inglese e di Casablanca. Forse quello di Via col vento sì, però, un prodotto di Hollywood che avrebbe potuto diventare antesignano di un nuovo tipo di fare cinema, più vicino alla realtà,più neorealista per come l'intendo io, e invece. Rossella ama non ricambiata, finge di amare chi la ama per usarlo, poi ama di nuovo e poi se la prende del culo. Ecco, più o meno come accade a chiunque nella vita di tutti i giorni. Se l'Amore esistesse non succederebbero queste cose. Se l'Amore esistesse gli uomini non sarebbero tutti degli ignobili stronzi, ma sarebbero pervasi da sentimenti affettuosi e attenti. Non baderebbero solo al trittico tette-culo-figa, ma andrebbero oltre, ad esempio si soffermerebbero sulle gambe o sulle mani (preferisco l'uomo feticista che l'uomo di Neanderthal). Sarebbero vittime di fulminanti colpi di fulmine, si farebbero problemi a uscire con una tipa più piccola di loro di dieci anni e che chiamano solo per scopare, non scriverebbero messaggi allusori alla migliore amica della loro morosa, non farebbero commenti volgari in presenza di una loro amica particolarmente sensibile, non ti scriverebbero messaggi carini dichiaratori di amore sempiterno ogni sei mesi e poi la morte, non si incazzarebbero come delle bisce dandoti della puttana se tu "no sabato non possiamo vederci prima delle sette e mezza perchè devo andare a fare il palo a Innovaction Young", non ti abbandonerebbero nel bel mezzo della serata per farsi i cazzi loro. Non ti chiamerebbero solo quando hanno bisogno. Capirebbero quando sei delusa. Cercherebbero di rimediare. Ma non lo fanno. E in fondo, se l'amore esistesse, io non sarei da sola. Se l'amore esistesse avrei accanto a me quella gran sòla di Luca il mio amore delle medie, che se fosse stato amore - amore quello vero - non si sarebbe rivelato una catastrofe sotto ogni aspetto (e questo dopo cinque anni che neanche ci eravamo mai visti e dopo cinque anni di amore incondizionato a senso unico da parte mia). Se l'amore esistesse, la Zecca lo sarebbe stato, ma così non è stato (anche qui: due anni di amore doloroso amore non ricambiato e poi, dopo tre anni, lui torna e c'è il dramma: non mi piaceva più. Stavolta è stato lui a starci di merda. Gli sta bene. Bastardo. Ops). Se l'amore esistesse Hollywood non avrebbe motivo di esistere e, probabilmente, nemmeno la droga e l'alcol.
Postato da LaFulvia
alle 12:55
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Rintracciabile in: ammmore, pippe, a cosa servono i tag
venerdì, 08 febbraio 2008
C’è un vantaggio indubbio nell’essere una semi-alcolizzata. In certe situazioni, soprattutto dopo tre spritz aperol, un americano e due negroni a stomaco vuoto, puoi permetterti di fare tutto quello che ti pare. Non tanto perché la gente intorno a te tenderà a giustificarti per il fatto di essere ubriaca, ma soprattutto perché tu stessa tenderai a giustificarti dal momento che, da un certo punto in poi, non ti ricorderai più nulla. E’ una cosa che mi era capitata poche volte, quella di rimuovere totalmente intere mezzore della mia vita e, anche se con notevole rammarico pensando alle condizioni in cui sto vertendo, devo ammettere che non è affatto male. Mercoledì mattina mi sono svegliata con un occhio nero, una sbarretta degli occhiali completamente piegata, una puntina della lavagnetta di sughero sulla foto di Simone e un mal di testa da chilo. Certo, avevo voglia di piangere e mi sentivo una merda, ma la cosa ha avuto poco seguito. Certo, nel pomeriggio ho vegetato a letto per tre ore con nevralgia fulminante e costante desiderio di vomitare, ma con il senno di poi posso dire: è bello dimenticare. E’ bello dimenticare che stavo barcollando, che ho risposto a telefonate in cui ho detto cose senza senso alla gente, che sono probabilmente caduta in ascensore o dal marciapiede tornando a casa, che ho sicuramente mandato messaggi intimidatori a chiunque, che ho spaccato le scarpe rosse da eroinomane e che ho passato gli ultimi cinque minuti alla Tana del Luppolo (prima che Vale mi trascinasse di peso in macchina) a chiedere sigarette a chiunque per venti volte di seguito. Sì. Che bello. Il pensiero della revisione di Sorace che avrei dovuto avere (e in effetti ci sono andata, l’unica cosa positiva è che mi sono rifatta gli occhi con Cek) completamente cancellato dalla mente, come pure il fatto di aver mandato a fanculo Jun (preoccupantemente prima di aver ingerito qualunque quantità barra tipo di unità alcolica). Ad ogni modo, negroni = veleno = morte, c’è poco da fare. Un po’ come il God Father, o forse allo stesso livello, o forse per me di più. Considerando le ultime acquisizioni scientifiche apprese dal libro “Farmaci e sostanze”, di cui mi sto nutrendo negli ultimi giorni, penso che un negroni ti faccia passare la percentuale alcolica nel sangue direttamente dallo zero percento allo zero virgola due percento, corrispondente all’ubriachezza molesta. Considerando anche il fatto che lo zero virgola quattro percento corrisponde al rischio di morte (lo zero virgola uno allo stordimento e sensazioni piacevoli e lo zero virgola tre alla completa ubriachezza), suppongo che l’equazione prima scritta sia del tutto giustificata.
Cristo, mi odio quando sono ubriaca. Divento veramente insopportabile e fastidiosa. E’ un peccato, perché di base sarei una personcina deliziosa e anche mediamente intelligente ( a volte capita che lo sia, per la verità) e inficiare il mio sangue con unità alcoliche non è che propriamente migliori il mio appeal sociale. A parte che per le persone ubriache quanto o quasi o più di me. Che sono le persone di cui voglio circondarmi quando sono in certe condizioni, chissà perché. La mia ginecologa, ad esempio, non penso capirebbe. Oggi mi ha cazziata perché fumo.
“Lei fuma?”
“Sì.”
“Perché?”
Che cazzo di domanda è: perché fumo? E’ un po’ come chiedere: perché studi architettura? Boh. Oppure: perché scrivi? Boh. Oppure: perché ami una persona? Ma che cosa ne so. E poi una risposta alla domanda perché fumo ci sarebbe: fumo perché adovo sapere che mi fa male. Sì, sono scema.
E comunque quella ginecologa non capisce niente. Sono andata là per farmi prescrivere la pillola e non ha voluto darmela, girando con perizia attorno al discorso “mestruazioni irregolari” per indirizzarlo su un non ben identificato problema di contrazione del muscolo pelvico, una cosa che sinceramente potrei anche sopportare e che non mi ha mai disturbato più di tanto, ma lei ha detto che avere il muscolo pelvico contratto è come non mettere il sale nell’acqua e non sapere che ci va – quando poi assaggi la pasta con il sale ti si apre un mondo. Bah. Io il sale nell’acqua non ce lo metto mai apposta.
Postato da LaFulvia
alle 11:40
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Rintracciabile in: alcol
Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.
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