domenica, 30 marzo 2008

un pigiama rosa a pois come me

Volevo informare i gentili astanti di queste pagine che, oltre ad essermi messa il pigiama più FIGO nella storia dei pigiama (una cosa che potrei beffardamente indossare in una delle mie migliori serate in quel di (solit)udine), sono discretamente allegra, non tanto, tuttavia, da non rendermi conto che i miei gusti musicali ultimamente dipendono quasi esclusivamente dagli altri. Non tanto, tuttavia, da mettermi ad ascoltare justin timberlake gigi d'alessio fabri fibra (che in fondo è un mio concittadino, non essendo io di udine, ma di ben più giù, della MERAVIGLIOSA e mai vissuta pienamente Senigallia-spiaggia-di-velluto, dove spero di tornare  - se non per colossali serate amichevoli all'insaputa di parens e parents, ovviamente - solamente fra molti anni) e degni compagni. AdoVo gli avverbi e qualunque altra particella grammaticale atta a soddisfare la frase al di là delle proprie necessità vitali. AdoVO il rosa, il rosa come colore e il roso della mia biancheria. Checchè ne dica Ivana. Il rosa è amore a prima vsta. Il rosa è l'unico colore che sarà mio per sempre, il viola che utilizzo al presente momento della mia vita non è che un momento di sbandamento, lo riconosco, ma serve per riconoscere il vero valore del vero amore. Il rosa lo vedo quando spengo la luce. Lo vedo nel mare dell'estate, nel colore dell'ora legale. nella mia mancata femminilità. nell'orgasmo che ho bevuto un'ora fa all'angelo nero. buono, ma troppo costoso. rosa. le lenti degli occhiali che avevo cinque anni fa. il pigiama di oggi. con piccoli pois neri. maniche corte a sbuffo. è estate gente. tirate fuori la lingerie da notte. e una goccia di chanel numero cinque.
Vostra Fulvia, in posizione Nadu.

Postato da LaFulvia alle 00:41
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sabato, 29 marzo 2008

No, l'amore non è morto

No l'amore non è morto nel cuore negli occhi e nella bocca che annunciava l'inizio del suo funerale.
Sentite, ne ho abbastanza del pittoresco e del colore e del fascino.
Amo l'amore, con la sua tenerezza e crudeltà.
Il mio amore non ha che un nome, una sola forma.
Tutto passa. Delle bocche si incollano e questa bocca.
Il mio amore ha soltanto un nome, soltanto una forma.
E se un giorno te ne ricordi
Oh te, forma e nome del mio amore,
Un giorno sul mare tra l'America e l' Europa,
Nell'ora in cui il raggio morente del sole si riverbera sullo specchio increspato delle onde, oppure in una notte di temporale sotto un albero nella campagna, o in una veloce automobile,
Una mattina di primavera in boulevard Melesherbes,
Un giorno di pioggia
All'amba prima di coricarti,
Dì a te stessa, lo ordino al tuo fantasma familiare, che io fui l'unico ad amarti di più ed è un peccato che tu non lo abbia saputo.
Dì a te stessa che non bisogna rimpiangere le cose: prima di me Ronsard e Baudelaire hanno cantato il rimpianto delle vecchie e delle morte che disprezzarono il più puro amore.
Tu quando sarai morta
Sarai bella e ancora desiderabile.
Io sarò già morto, tutto chiuso nel tuo corpo immortale, nella tua immagine splendente per sempre tra le perpetue immagini della vita e dell'eternità, ma se io vivo
La tua voce e il suo accento, il tuo sguardo e i suoi raggi,
Il tuo odore e quello dei tuoi capelli e molte altre cose ancora vivranno in me,
In me che non sono nè Ronsard nè Baudelaire,
Ma che sono Robert Desnos e che per averti conosciuta e amata,
Li valgo;
Io che sono Robert Desnos, per amarti
E che non voglio alla mia memoria sulla spregevole terra legare altra reputazione.

Postato da LaFulvia alle 14:05
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sabato, 29 marzo 2008

assunto numero 1: sono rincoglionita

Sono poche le certezze che si possono avere nella vita. Ogni nostro giorno è costellato da dubbi, incertezze, domande alle quali non potremo mai dare una risposta e, nel momento in cui lo faremo, non potremo comunque dire che sia quella definitiva. Ebbene, in una società caratterizzata dall'angoscia e dalla mancanza di punti fermi, è mia intenzione rassicurare chiunque che in effetti qualcosa di certo, pochi ma fondamentali assunti imprescindibili, esistono: il primo di essi è che Fulvia Sperelli è una completa rincoglionita. E' da una settimana che sto cercando di accedere a questo blog per scriverci qualcosa, e ogni volta sbagliavo a inserire il nick, ragion per cui è da una settimana che bestemmio contro splinder (e quindi, non essendo colpa di splinder bensì mia, bestemmio semplicemente contro me stessa). Medito di riprendermi definitivamente dopo aver metabolizzato questo primo assunto fondamentale e di tornare più rincoglionita che mai a infestare internet con le mie colossali puttanate.
Ave popolo, vostra Fulvia in posizione Nadu.

Postato da LaFulvia alle 10:49
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mercoledì, 19 marzo 2008

La festa del papà

Maman mi scrive due minuti fa:

"E' la festa del papà. Mandagli un messaggio."

Non c'è niente di strano in sè, ma a me sta cosa fa un po' tristezza.

Postato da LaFulvia alle 12:35
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martedì, 18 marzo 2008

Se c’è una cosa veramente fastidiosa, oltre ad assistere dal terrazzo di casa a matrimoni ad alto tasso etilico che stanno avendo luogo nel ristorante di fronte, è depersonalizzarmi al punto da dare fastidio anche a me stessa.

Postato da LaFulvia alle 09:35
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domenica, 16 marzo 2008

donne e praticità

Ne “Il mestiere di vivere” Cesare Pavese ha detto che hanno senso umoristico quelli che hanno senso pratico. Perché chi ha senso pratico, a differenza del contemplativo, riesce ad essere staccato dalle cose e comprenderle nel loro meccanismo complesso; solamente chi è staccato dalla cosa riesce quindi a parlarne e a vederla in modo umoristico. Forse è per questo che si trovano poche donne dotate di senso dell’umorismo, il che è una verità assolutamente certa, nonostante nel mondo moderno anche gli uomini stiano perdendo gran parte della loro verve comica, per rintanarsi nei bui anfratti della permalosità e del prendere tutto sul serio. La società moderna è, infatti, prevalentemente contemplativa. La gente è troppo attaccata alle cose, il che è la banalità più assurda che abbia mai scritto su questo blog, ma alla fine è vero. Ammetto anche io candidamente di essere una consumista di prima categoria, anche se io lo faccio sostanzialmente perché mi piace spendere, non perché provo un particolare attaccamento a ciò che compro; l’atto di spendere è una delle azioni migliori che l’uomo possa compiere, è come una favola. All’inizio vedi l’oggetto del desiderio, lo valuti attraverso tutti i sensi del corpo, estrai il portafoglio e SAI che grazie a poche carte ruvide e che puzzano di mani d’altri, quell’oggetto sarà d’ora in poi TUO. Una perfetta storia d’amore ed io sono decisamente romantica per certe cose. Una perfetta storia d’amore che, nel mio caso, va a finire esattamente come tutte le storie d’amore, ovvero con un abbandono da parte di uno o dell’altro: nella miglior tradizione di Fulvia le occasioni in cui è lei a mandare in pensione l’ex-oggetto-del-desiderio e le occasioni in cui è l’ex a scomparire misteriosamente, si equivalgono esattamente.
Ma non è di questo che volevo parlare. Stavo dicendo che nel mondo moderno la contemplazione prevale sul senso pratico e che le donne sono molto più contemplative degli uomini, aspetto che si rivela evidente anche attraverso della semplici analisi di mercato. La mancanza di senso pratico nelle donne viene però spesso interpretata in modo diverso, a volte addirittura esaltata e messa sullo stesso piano dell’Eleganza. In questi casi “eleganza” diventa sinonimo di “sacrificio del senso pratico in nome di un’estetica che in quando bellezza pura non può essere minimamente pratica”. Secondo questa visione, quindi, la praticità assume connotazioni negative, fino ad essere associata a concetti come “trascuratezza”, “sciattezza” e via dicendo. Strani procedimenti sinaptici che non comprendo. Io penso (e qua potrebbero scattare le battute ironiche sulle mie dubbie facoltà riflessive) che non ci sia eleganza dove non ci sia praticità. Praticità intesa sia nell’accezione comune del termine, quindi come la tendenza a coniugare il facile e il comodo, sia nell’accezione di Pavese. Sacrificare la praticità per un’estetica decisa dalla contemplazione è inutile, faticoso e non porta a niente a lungo termine, oltre a costringere chi ne soffre a rimanere costantemente con i piedi per terra, senza assumere il necessario distacco da ciò che gli sta attorno e quindi da coloro che decidono al loro posto ciò che è eleganza e stile. Si può ammirare la voluta mancanza di praticità come sforzo verso la perfezione, a discapito di un benessere personale non percepito dagli altri, si può fare, ma io continuo a non vederne il motivo. E comunque ritengo che la mancanza di praticità non competa solamente alle donne, ma trovi uguale diffusione anche tra il genere maschile, nonostante gli uomini siano usualmente considerati più pratici per una serie di motivi che hanno trovato il loro maggiore portavoce nell’autore di “Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere” (1992), tal John Gray.
Gray espresse il suo pensiero in modo illuminante specialmente in un capitolo del suddetto volume, un best seller di diffusione mondiale, diventato famoso anche grazie alla pubblicità gratuita che gli è venuta da “Il Diario di Bridget Jones”; il capitolo era “Mister Aggiustatutto e il Comitato per il miglioramento della casa”. Scrive Gray:

I marziani danno importanza soprattutto al potere, alla competenza, all’efficienza e ai risultati. Vivono mettendosi continuamente alla prova e tentando di sviluppare la loro abilità. Definiscono il proprio senso di sé in base alla capacità di raggiungere risultati. Si sentono realizzati soprattutto attraverso un successo.

Il che passa, usualmente, come la quint’essenza del senso pratico. Scrive ancora Gray, stavolta delle donne:

Le venusiane hanno valori diversi. Per loro importanti sono soprattutto l’amore, la comunicazione, la bellezza e i rapporti interprersonali. Dedicano molto tempo ad aiutarsi e a vezzeggiarsi l’una con l’altra. Il loro senso del sé si definisce attraverso i sentimenti e la qualità dei rapporti interpersonali. Si sentono realizzate tramite la partecipazione e la relazione.

Tralasciando il pessimo quadro da galline che Gray ha dato delle donne e quello da “Uomini della Coca Cola Light” degli uomini, ora posso dire di capire molte cose, soprattutto da dove derivi la convinzione maschile che le donne non abbiano senso della praticità: semplicemente questo viene confuso con qualcos’altro, che ne è la sua versione più spiccia e terra terra, basata su azioni concete.
Concludendo potrei riportare una citazione sempre di Pavese, che a mio avviso ne capiva molto più di Gray, infatti Gray ha fatto tanti più soldi di lui.

(Nell’essere pratici)…è implicita una tragedia: ci si impratichisce di una cosa, staccandosene e cioè perdendovi interesse. Di qua, la corsa affannosa.
Naturalmente, di solito nessuno è contemplativo o pratico in modo totale, ma siccome tutto non si può vivere, resta anche ai più navigati sentimento di qualcosa.

Meditate gente, meditate. Io, da parte mia, torno in appartamento e mi fumo una cicca.

Postato da LaFulvia alle 14:53
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giovedì, 13 marzo 2008

sana superbia e finta modestia, un'auto apologia di Fulvia

Sono intimamente e fermamente convinta che la gente sia certa che io, Fulvia Sperelli in arte, sia scema. Sì sì. Ne ho quasi la certezza. Non che ultimamente faccia cose che possano far cambiare questa opinione diffusa che ho la sfortuna di vedermi appioppata a prescindere ingiustificatamente. Con questo voglio dire, se qualcuno mi conoscesse ADESSO e valutasse ALCUNI aspetti della mia esistenza, allora sarebbe IN PARTE giustificato a pensare che il mio cervello non funzioni propriamente nel modo giusto, diciamo, in parole povere, che sarebbe IN PARTE giustificato a pensare che sono stupida. Tuttavia lo sarebbe solamente in parte, dal momento che ho dalla mia notevoli punti a favore per la costruzione di un’opinione di me che potrebbe variare da buona a molto buona, o, per lo meno, che non contempli il fatto di essere stupida, oca, ignorante, ripetitiva, infantile, banale (ah, Cristo, odio la banalità) e umile (trovo che l’umiltà non sia fatta per la persona moderna, ormai non è più un pregio, ma un difetto. Un po’ di sana superbia, per Dio! E io, in questo, sono modestamente maestra. Un po’ di sana superbia e finta modestia fanno dell’uomo d’oggi un uomo in grado di sopravvivere). I punti a favore sarebbero:
a) mi sforzo abbastanza costantemente di imbibire le mie volute cerebrali di nuove conoscenze, e con “nuovo conoscenze” non intendo conoscere a menadito la legge Merloni o come si usa quello stracazzo di programma di strutturazione che è il Sap, con “nuove conoscenze” intendo semplicemente “cose” che non so e che potrebbero fare di me una persona migliore. Ad esempio non sapevo che Bach ha composto quattro Passioni diverse, una per ogni evangelista (grazie infinite attese davanti alla biblioteca chiusa!), ad esempio non sapevo che a Udine girasse così tanta cocaina (grazie Marika di avermi avvisata!). Ogni volta che un dialogo mi apporta conoscenze che già ho allora può ritenersi una perdita di tempo, può ritenersi una LUNGA et GRAVOSA perdita di tempo soprattutto se mi ficco in testa che per educazione devo stare comunque a sentire e soprattutto se la persona con cui “parlo” si sente pienamente ascoltata e continua a blaterare in eterno. Ad esempio tutte le cose che mi dice Ivana;
b) sto mantenendo una buona media alcolica, se non ottima, questo mi fa onore e mi rende consapevole di possedere una certa dimestichezza con il mio fegato e il mio esofago, contando anche il fatto che ormai sono talmente avvezza ai piaceri etilici che la parola “sbornia”, per quanto mi riguarda, potrebbe anche scomparire dal vocabolario. Ho detto “sbornia”, non “sbronza”;
c) non sono pesante, so capire esattamente quando posso iniziare a dare fastidio a qualcuno o meno, cosa che ad esempio Ivana non sa fare, e come lei una serie di persone che conosco e che non riescono a leggere nel mio sguardo l’insofferenza che stanno contribuendo a fare crescere in modo smisurato dentro il mio stomaco. Il difetto principale di queste persone è che non riescono a percepire i segnali, e non ci riescono perché sono troppo concentrati a pensare a quanto sono intelligenti e interessanti le cose che stanno dicendo. Quindi in teoria potrebbe anche essere un difetto MIO. Mmm. No no, io non sono come Ivana, non inseguo le persone in reggiseno e mutande per raccontargli con voce squillante e accento siciliano le mie ultime performance sessuali e quanta gente oggi mi ha detto che sono brava, barra, a lamentarmi di quanto la mia vita faccia schifo e “Fulvì, vogghiu murì” e “Tussì che sei fortunata, meschina che sei a piangere per un 25” (che poi non stavo piangendo per il 25, va be). Eh;
4) sono GGGGGENTILE cazzarola! Sono MOLTO gentile. Se posso fare qualcosa per gli altri lo faccio volentieri, a meno che non mi metta in grave imbarazzo o sia qualcosa che va contro la legge degli uomini (che tanto ormai la legge di Dio è obsoleta, dovrebbe aggiornarla, ma non lo fa. Non ci sono buone facoltà di giurisprudenza in paradiso e soprattutto, nessun avvocato è andato o andrà  mai in Paradiso. Ah, buona questa). Ad esempio permetto sempre alle mie amiche di truccarmi quando vogliono farlo, a loro fa piacere e io mi presto con condiscendenza. Ad esempio non nego mai la compagnia a nessuno e se lo faccio non è mai una negazione esplicita, semplicemente non rispondo al telefono. Ad esempio sopporto Tiziana russare ogni notte e non vado a soffocarla con un cuscino; così come la sopporto durante tutto il giorno quando va in giro per casa sbattendo contro gli stipiti delle porte, mangiandomi la MIA zuppa Arancio e dicendo tra sé e sé a voce alta quello che sta facendo (“Adesso mangio,sì!”, “Ed ora un bel bagno!”, “Oh, mi viene da dire una parolaccia…cazzo.Ops.”,”Ora mi vesto e vado dalla sarta.” – credetemi, è più fastidiosa di quando russa);
5) mi piacciono un sacco di cose. Giusto per non fare sempre gli stessi esempi, Ivana ad esempio non è appassionata di niente, a parte che di pompini con ingoio (che, a detta sua, sa fare divinamente) e dei depliant dell’Acqua e Sapone. Per il resto la sua vita fa schifo. Non le piacciono i bei vestiti. Non le piacciono i libri (e insegna lettere). Non le piace la musica (ascolta solo Tiziano Ferro ed Eros Ramazzotti e altra gentaglia di quella risma). Non le piace cucinare. Non le piace viaggiare. Non suona nemmeno uno strumento. Non scrive. In tv guarda Uomini e Donne e C’è posta per te. E’ naturalmente non predisposta a non innamorarsi di niente, figurarsi di un uomo – tanto si sa, per Ivana l’importante è trumbà, per questo tutti i tipi che rimorchia sono abbastanza inguardabili e li sbatte contro un muro la prima volta che ci esce. Ah. giusto, l’ammore non esiste. L’amore sì, però, e io amo dire fare baciare lettera e testamento un sacco di cose. E questo è sintomo di non stupidità, secondo me (una cosa di cui dovrei essere innamorata è andare avanti con i disegni di quella minchia di biblioteca in piazzale Cavedalis, ma purtroppo sono più innamorata dello scrivere emerite cagate su questo blog);
6) sono onesta e limpida. Una cosa che mi fa veramente girare i coglioni, ecco, è questa, quando la gente mi prende per cretina, maleducata e ignobile solo perché faccio cose che gli altri farebbero con tutta la malizia del mondo mentre io di malizia non ne ho nemmeno un po’ (e anche come deodorante faceva schifo, comunque). Fare le cose alla luce del sole, adoVo. Forse pecco di ingenuità, però, e l’ingenuità è per gli stupidi. E’ un po’ come l’umiltà, non dovrebbe esistere nel mondo moderno. Ad esempio, l’altra sera mi si appiccica un trentenne alla pizzeria al trancio; io mi prendo la mia coca light ed esco; sto qua mi segue e bla quanto sei carina bla che begli occhiali bla ma quando sei simpatica bla ma cosa fai stasera bla e io okokokokokok; mi segue fino in piazza San Giacomo e io lì già paura e mi fa “mi dai il tuo numero”, beh io gliel’ho dato, chissenefrega, mica  mi rintraccia per telefono, per Dio. Ecco, mi sono persa, non so se si è capita la logica dell’esempio, ma c’era.

Con questo simpatico aneddoto chiudo il post, pubblico e vado a fumarmi una cicca. Poi cercherò di innamorarmi del mio progetto, o meglio, del disegnare il mio progetto. Della MIA biblioteca io sono già cotta.

Postato da LaFulvia alle 15:29
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sabato, 08 marzo 2008

intellectual competitions

Non riesco a capacitarmi di come possa esistere al mondo ancora tanta ignoranza. E proprio oggi, per quella inutile quanto fastidiosa occasione che è la festa della donna, ne ho avuta una ulteriore a lampante conferma. Premesso che non credo ci sia niente da festeggiare l’otto marzo, a parte il ricordo di quelle poverine morte carbonizzate nella fabbrica tessile (e a questo punto mi domanderei per quale motivo un evento del genere debba essere ricordato in modi che vanno dal regalarsi un rametto di mimosa al mettere soldi dentro i boxer di uno spogliarellista; è come se l’undici settembre, fra qualche anno, si andasse tutti a bere in allegria festeggiando gli impiegati d’ufficio e si organizzassero feste danzanti a base di alcol e sesso in ogni dove. Non ha senso, capito?), vorrei approfittare di questa occasione per illuminare le gentili lettrici di sesso femminile su alcuni processi sinaptici che competono al genere maschile moderno – il quale, per quanto possa vantarsi di essere completamente immerso nel ventunesimo secolo, ragiona ancora come Giancarlo Giannini nel Profumo del mosto selvatico. A quanto pare gli uomini sono ancora spaventati dal fatto di non possedere una posizione di superiorità all’interno della coppia, la quale assunzione potrebbe sembrare tra le più banali che posso scrivere su questo blog, ma vi posso assicurare che finchè lo dicono in televisione o lo scrivono su Cosmopolitan è un conto, ma viverlo in prima persona, sentirselo dire, è tutta un’altra cosa. Insomma, è così, c’è poco da fare: l’uomo preferisce quella che è intellettualmente inferiore a lui e può insegnargli cose utilissime come “abbinare i colori” (che tanto è ormai una verità universalmente riconosciuta che l’abbinamento dei colori non fa l’eleganza, è una mera convinzione femminile) oppure l’educazione oppure a usare una serie di cremine antietà che normalmente il maschio non conosce. Perché l’uomo non ha bisogno di essere arricchito da nient’altro. Nient’altro che possa dargli una donna con cui vorrebbe stare. Io non capisco. Insomma, se uno vuole imparare l’educazione non può comprarsi un libro? Una persona non dovrebbe arricchirti per quelle cose che non si riescono a trovare nei libri? Quelle cose che non sai neanche che dovresti imparare ma nel momento in cui le impari capisci che non potevi farne a meno…e come hai fatto a vivere fino a quel punto? Queste cose mi fanno incazzare, non c’è niente da fare. Mi sento sminuita come donna dotata di una sottospecie di cervello e comunque il fatto di essere ritenuta più intelligente di altre persone mi fa preoccupare sul livello di quelle altre persone, in che mondo viviamo?

Vado a farmi un caffè solubile e fumarmi una cicca. Ci penserò.

Postato da LaFulvia alle 12:02
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mercoledì, 05 marzo 2008

chi non lavora...

No no no no no. Non ci sono storie che tengano. Fulvia Sperelli, proprio come il suo omonimo dannunziano, non è fatta per il lavoro. Io mi sforzo, ma proprio non ci riesco. Un po’ come mi sforzo di bere la sambuca, però mi fa schifo e quindi va a finire che, se non la vomito due secondi dopo averla ingerita, me la ritrovo a girare fastidiosamente per lo stomaco per i due giorni successivi (pessima sensazione). O come mi sforzo di fumare cicche che non siano Lucky o Pall Mall blu, una sfida persa in partenza sia per i miei polmoni che per le mie finanze. Però dicono che il lavoro nobiliti l’uomo e che sia necessario alla società, quindi ci tocca adattarci e fare di necessità virtù, il brutto è che non ho capito bene come. Momentaneamente Fulvia può vantarsi impegnata in una serie di impegni sociali e lavorativi che agli occhi di un estraneo potrebbero sembrare segni evidenti che questa ragazza, cazzarola, voglia di lavorare ce l’ha eccome. Purtroppo nulla è stato frutto di una scelta consapevole, ogni volta che ho detto sì o ero ubriaca oppure inebriata dalle parole con cui mi proponevano ogni nuovo impegno lavorativo. Mi odio per dimostrarmi così debole. In effetti sono una debole di natura, nei tempi recenti anche piuttosto alienata, nessun stupore nello scoprire che ultimamente sto perdendo il mio mordente da boss, quindi. Ebbene, passiamo a un elenco numerato, che come ogni buon post di questo blog insegna, è un elemento dell’organizzazione narrativa assolutamente fondamentale. Se di narrazione può parlarsi in questo caso, il che è tutto da vedere.

1.       Fra due settimane circa inizio uno stage di tre mesi o quasi alla Moroso. La domanda è: perché? Perché andare a spaccarsi il culo senza una minima retribuzione (“ma c’è la mensa, eh!”), perdendo ore e ore di corsi universitari e ore e ore di sonno dovendo iniziare alle nove (e la Moroso si trova a Culonia, prestigioso centro irraggiungibile se non con tre cambi di bus e un’infinita strada a piedi sullo stradone più trafficato fuori Udine, a parte la tangenziale), non sapendo neanche dove si inizia ad annusare una stoffa, totalmente inconsapevole di ogni nozione di programmi di grafica che vada l’oltre a “apri nuovo documento”. Perché? La risposta è: l’architetto che mi seguirà è un figo della Madonna, l’ufficio creativo sembrava camera mia nei momenti peggiori e, da ultimo ma non ultimo, sono stupida.

2.       Sto continuando a scrivere nell’ombra saggi brevi e unità didattiche per Ivana e le sue amiche. Il brutto è che queste deficienti stanno diventando sempre più esigenti e iniziano anche a permettersi di darmi dei paletti temporali e a mettermi fretta. Senza contare che ogni saggio che scrivo ha un argomento sempre più penoso, o meglio, l’argomento potrebbe anche essere interessante, ma i documenti che danno non si sa da dove li tirino fuori, io penso dal Dixan, anzi no, perché i libriccini che regalavano dentro al Dixan raccontavano delle storie belle e i disegni non erano per niente male. Probabilmente allora li tirano fuori al General. Perché continuo a farlo? La risposta è: questo lavoro costituisce la fonte principale e più immediata di guadagno, alla fine è un’occupazione che posso svolgere relativamente ovunque e che a volte mi prende bene e, da ultimo ma non ultimo, sono stupida.

3.       La tutor di corso ha praticamente costretto me ed Edoardo a collaborare con un architetto che la testa ce l’ha tipo il cavaliere senza testa di Sleepy Hollow, ovvero in mano. Sto qua almeno dovrebbe pagare, ma non si sa bene per fare che. Le uniche due volte che l’abbiamo visto si è perso in un discorso senza senso su un0unità abitativa d’emergenza che dovrebbe presentare alla Triennale di Milano e che non sta in piedi proprio come progetto. Zio Can, questo secondo me deve giocare un po’ meno con il lego e leggersi un due cose di Zumthor, senza contare che sarebbe cosa buona e giusta cercasse di uscire dal tunnel di Zaha Hadid: il grattacielo cilindrico ruotante con altri tre grattacieli cilindrici ruotanti di altezze diverse al suo interno non di può guardare. Alla fine devo presentargli una tavola sull’unità abitativa per martedì prossimo e la mia voglia è pari allo zero. Perché ho accettato? La risposta è: non so dire di no, alla fine paga e , da ultimo da non ultimo, sono stupida.

E questo è quanto. Tiziana non si vede da una settimana e mezza e non penso tornerà prima di lunedì, ciò vuol dire che ho, come quasi sempre, una doppia singola e questo potrebbe essere un valido motivo di buon umore. Stasera ho voglia di bere e adesso  ho voglia di una cicca. Mi fa male il collo e sembro una sick girl. Mi piace sembrare una sick girl. Fumo e finisco il saggio sui fumetti. Fanculo.

PS: Suze è in gita in Campania da lunedì, per un totale di sei giorni, tre minuti fa mi è arrivato questo messaggio: Sono a Capri. Prima ha dato una slavinata che c’ho l’acqua pure nelle mutande. Ho malissimo alla pancia e prima in aliscafo c’era metà gente nel vomito. Fa freddo. Io adoVo mia sorella.

Postato da LaFulvia alle 09:44
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sabato, 01 marzo 2008

la casa quando torneremo - una poesia di Fulvia Sperelli

Le pareti sono imbevute di immagini
che non posso riconoscere.
Fotogrammi inconcludenti
di storie passate.
Dalle mattonelle salgono
suoni di tacchi e cigolii di scarpe
che non ho mai messo
e i piedi che le calzavano
camminano ora altrove.
Specchi mai puliti trattengono
sotto la polvere visi non familiari
che non  voglio liberare.
Ante degli armadi si aprono da sole
creando correnti fredde
che vengono da altri inverni.
Nell’acqua della vasca,
forse ancora qualche goccia
che ha lavato pance altrui.

Ora i muri hanno assorbito i miei racconti
e le nostre parole.
I pavimenti hanno subito
i nostri piedi scalzi.
Sulla polvere degli specchi è impressa
la nostra doppia faccia
e dagli armadi esce il mio respiro
rarefatto delle sei di mattina.
La vasca ha i segni dei miei capelli,
sullo smalto il rumore futuro
delle nostre unghie. 

Niente di quello che c’era
sarà così all’altezza di sopportarci ancora
quando torneremo.
E avremo muri mattonelle specchi
armadi e vasche
ricoperti solo del nostro peso.

Postato da LaFulvia alle 13:51
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Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.

Questa è Fulvia

» mi piaci, ah ah
» una simil-vita
» Fulvia la solitaria senza brillante

Fulvia abita una società composta da

» rasputin
» la zecca
» le cose che mi hanno insegnato

Fulvia's love affairs

» quello che manca
» l'ammore questo folle sentimento
» cinica romantica
» la rabbia sobbalza

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I vizi di Fulvia: l'alcool

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» l'amore ai tempi di ivana
» sul pianeta parapalla
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