sabato, 31 maggio 2008

ahi ahi ahi ahi ahi ahi gelosia la gelosia

Non potevo uscire di casa per via della tonsillite. Il dottore mi aveva imposto di starmene chiusa tra le mure domestiche per almeno due settimane, senza prendere nemmeno un alito di aria esterna. Era mezzogiorno e mezza, Maman era appena uscita dslla porta per andare a fare la spesa al despar vicino casa. Faceva caldo, erano i primi giorni di giugno, ma la luce esterna era opaca e grigiastra. Dalla finestra della cucina eravamo sempre riusciti a vedere il giardino del signor Eustacchio, il vecchio che ci aveva venduto il terreno su cui avevamo costruito casa; al posto di casa nostra una volta c'era un cortile grandissimo e uno stagno per le papere in mezzo. C'erano anche le papere. Adesso, al posto della stagno, c'era il nostro garage. E anche al posto delle papere. Anche quella mattina riuscivo a vedere il giardino del signor Eustacchio dalla finestra della cucina.

Me ne stavo con la punta del naso appiccicata al vetro, attenta alle mosse di quella bambina di quattro anni che correva su e giù tra i cipressi e la folsizia, tenuta sott'occhio da Luciano, il compagno della figlia del signor Eustacchio. La bambina non era loro figlia, Luciano e la Eustacchia erano troppo vecchi; la Eustacchia aveva una figlia di vent'anni di nome Sara avuta dal precedente matrimonio con un uomo che non avevo mai visto. Una volta Sara,che abitava sempre lì con gli Eustacchi e Luciano,  mi aveva accompagnata in camera sua; era stretta e lunga, con una finestra con gli scuri e le tende bianche lunghe fino a terra. Sui muri aveva dei poster di Beverly Hills. Non mi era piaciuta camera sua, alla fine Sara non mi era mia piaciuta e non mi piacevano nemmeno gli Eustacchi, anche se una volta il vecchio Eustacchio mi aveva portata nel suo laboratorio e lì mi ero divertita; puzzava di acqua ragia e colla.

Ad un certo punto era comparsa Maman, appena uscita dal garage dove aveva recuperato la bici per andare a fare spesa. Attraverso la rete che divideva il giardino degli Eustacchio dal nostro piazzale in porfido, Maman parlava vicina vicina alla bambina di quattro anni, rideva e le prendeva le mani piccole nelle sue. E io ero in cucina. Chiusa dentro. E non potevo uscire e non potevo fare niente e non potevo andare lì e urlare "Mamma, sei mia mamma, lascia stare questa qui, falle a me le coccole che sto male e non posso andare a correre in giardino!". Non potevo farlo, volevo farlo, ma non l'ho fatto. Perchè se fossi uscita me le sarei sentite. Così sono rimasta lì a guardare senza farmi vedere. E' un'arte che poi ho affinato con il tempo. Sono rimasta incollata al vetro finchè mia mamma non è effettivamente uscita dal cancello per andare al supermercato, finchè non rientrata, finchè non è arrivata in cucina con le borse della spesa e ricoperta di sudore.

"Che ci fai ancora lì?"

"Chi era quella bambina di prima?"

"La nipote di Luciano."

"Perchè sei stata tanto con lei?"

"Oh, Fulvì, ti prego, era piccola e carina. Adesso vai di là, mi fai il piacere? Mi inquieti lì davanti e poi prendi i soffi d'aria."

E' stata la prima volta che ho sperimentato la gelosia.

Postato da LaFulvia alle 21:07
I vostri commenti (2)
Rintracciabile in: famiglia, societas, questa è fulvia

Permalink

mercoledì, 28 maggio 2008

geneticamente modificata

Sono cresciuta in una famiglia in cui dire "ti voglio bene" è sempre stato considerato superfluo e imbarazzante.La prima volta che mia madre mi ha detto "ti voglio bene" è stata quella sera in cui sono tornata a casa e ho iniziato a dare calci e pugni a qualunque cosa, mi sono chiusa in camera e ho cominciato a piangere tremando come si vede nei film. Mi ha allungato mezzo Pasaden del padre e, più per effetto placebo che per i veri effetti del calmante, mi sono addormentata con lei che mi accarezzava i capelli ripetendomi che mi voleva bene e che dovevo contare su di lei. Avevo ventun anni. Mia madre mi ha sempre accarezzato i capelli per farmi calmare, i capelli e la pelle nuda delle braccia e dalla schiena, mi metteva una mano sotto la maglia del pigiama e mi faceva i grattini sulla pancia. Era il suo modo per dirmelo. Questo ho imparato. La prima volta che mio padre mi ha detto "ti voglio bene" non c'è mai stata. Mio padre non ha mai avuto una parola d'affetto, si è sempre solo limitato a quei piacevoli insulti di cui sentirò rimbombare le orecchie fino a quando il mio cervello non sarà troppo distrutto per ricordarli: ignorante, cicciona, cesso,  stronza, succhiasangue, perdigiorno, poco seria, debosciata, ingrata, inutile, fino ad arrivare al classico "se esci da quella porta non sei più mia figlia". Io l'ho fatto, sono uscita dalla porta e sono ancora sua figlia. Tuttavia credo sia ancora convinto del mio essere stronza succhiasangue perdigiorno poco sera debosciata inutile e ingrata. Mia madre dice che è il suo modo per dimostrare l'affetto che ha per me, e che pensa che se lo facesse in altro modo (e l'altro modo sono le parole) perderebbe quel ruolo di superiorità datogli dalla presunta assenza di sentimenti. Da mio padre ho ereditato questa convinzione inconscia. A parole non ho mai detto "ti voglio bene" a nessuno, pensavo fosse perchè in effetti non gliene volevo o perchè dicendolo senza essere certa che dall'altra parte ci fosse un uguale riscontro avrei degenerato i rapporti o perchè credevo fosse semplicemente inutile. Non era per quello. O forse sì, era anche per questi motivi, ma il dilemma fondamentale è che la mia gola è geneticamente modificata in modo da non riuscire a emettere i suoni "ti" "voglio" e "bene" vicini, per dare forma a una frase di senso compiuto. Vorrei farlo. Ma non ci riesco. E' come  la favola della principessa che non riusciva a ridere. Non ci riesco. Posso dimostrarlo in mille modi, pensarlo cercando di rendere il mio pensiero il più rumoroso possibile, nella speranza che almeno quello venga sentito. Posso condensarlo in una lacrima o inciderlo con le unghie, muovere le bocca come se lo dicessi, impastarlo con un cucchiaio di legno nella pasta frolla dei biscotti, sopportare, sorridere, perdonare e farlo senza fatica, perchè non mi costa fatica, me ne costerebbe se bene non volessi. Ma dirlo mi risulta impossibile, sarebbe fare un passo troppo in là per me, un'ammissione a me stessa che nell'ottica paterna (e purtroppo anche mia) mi renderebbe definitivamente vulnerabile. Così accendo e spengo ogni cinque minuti la mia macchina fotografica, per guardare una foto rosa seppia che a me piace più di tutte le altre.

Postato da LaFulvia alle 16:38
I vostri commenti (7)
Rintracciabile in: famiglia, pippe, questa è fulvia, a cosa servono i tag

Permalink

martedì, 27 maggio 2008

Domande e risposte

Ho passato dei giorni curiosi, cercando risposte a dilemmi fondamentali per la vita di ogni essere umano: il bidet si fa per davanti o per dietro? dove va messo rispetto al water? quanto grande è il mio bagno? riuscirò mai ad esprimermi in modo diverso che scrivendo? come si fa il salto acrobatico in Tekken 5? per quale motivo il protagonista di Assassin's Creed dovrebbe mimetizzarsi da monaco semplicemente congiungendo le mani? come ho fatto a prendere il raffreddore e la bronchite proprio adesso che sta venendo caldo? riuscirò mai a evitare di scrivere messaggi imbarazzanti quando ho un po' troppo alcol nel sangue? per quale motivo la redazione di Cluster non mi risponde più da quando ho spedito la recensione e il racconto (giovedì scorso)? fanno così schifo? naturalmente solo una di queste domande ha avuto una risposta e si può facilmente immaginare quale (il mio bagno è grande tre metri per tre). anche se potrei azzardare anche un: in effetti la recensione e il racconto non erano propriamente il massimo.

Postato da LaFulvia alle 11:17
I vostri commenti
Rintracciabile in: questioni di stato

Permalink

mercoledì, 21 maggio 2008

Quello che mi merito

Non sono portata per un sacco di cose. Non sono portata per il matrimonio, ad esempio. E credo, anzi, ne ho la assoluta certezza, di non essere portata nemmeno ad avere figli. Amo che la gente mi odi, adoro stare sul cazzo alle persone, mi trovo a disagio se qualcuno ha un'ottima opinione di me, perchè so di non meritarmela. /// Oggi ho avuto l'ulteriore conferma di quanto il mio cervello stia inesorabilmente sfumando e di quanto intuili siano i miei sforzi per mantenere delle relazioni sociali o dei rapporti convenzionali perlomeno decenti. / Ero rimasta d'accordo con mia madre che mi passasse a prendere alle otto e dieci stamattina per venire in università a usare i maledetti computer dell'aula cad (sul mio portatile il file megagigante del laboratorio che avrei dovuto dare tre mesi fa non va); e mi ha trovata a letto. Non sono quasi riuscita ad alzarmi. (PARENTESI: mia madre pensa che io abbia dei problemi. Ha ragione. Se c'è una, una cosa che odio, più di stare male da sola, più di deludere chiunque, più di sapere che sto buttando la mia vita a puttane, più più di tutto questo, se c'è una cosa che odio è sapere che mia madre si preoccupa per me. Vedere nei suoi occhi l'espressione "Fra che cazzo combini". Gliene ho fatte troppe. Vorrei solo che fosse contenta di me e so che se sapesse come tuttora conduco le mie giornate, non lo sarebbe per niente. Anzi, probabilmente le verrebbe un colpo apoplettico) /// Alle dieci e mezza avevo revisione per il suddetto laboratorio. Mi sono svegliata alle undici. Ho scritto alla prof per scusarmi. Lei è sempre carina e gentile con me, pensa che sia una ragazza affidabile e tutto il resto. Penso che ora mi odi. /// Approfittando del fatto che Jun mi avesse scritto di essere per strada per andare in università l'ho chiamata praticamente supplicandola di passarmi a prendere (non è vero, io non supplico mai). E' passata. Penso che ora mi odi, anche perchè le dico sempre un sacco di cattiverie. Perchè non sopporto ammetterlo, ma di natura sono esattamente come mio padre, che ha un  carattere di merda e gioca su ebay e una volta l'ho beccato su un sito porno. Io non ci vado sui siti porno, forse dovrei iniziare a farlo, o a fare un sito porno (al che mia madre si procurerebbe una rivoltella e si tirerebbe un colpo alla tempia prima ancora che le venisse un colpo apoplettico). /// Naturalmente ho dimenticato la chiavetta USB a casa, quindi all'università non ho potuto mettermi a disegnare come era mio programma (vedi sopra). Lezione non c'era. Non c'era niente. Non c'era neppure una colazione nello stomaco. Ho mangiato un panino con Simone seduti sugli scalini del giardino interno dell'università. Simone c'è quasi sempre, o almeno, c'è quando non so che mi serve. Oggi mi serviva anche se non lo sapevo. Mi serviva per inquadrare bene le mie priorità e la soluzione più veloce ai miei problemi: uccidere le persone che mi danno fastidio, in particolare, mentre stavo parlando di altro e vedevo Jun arrivarci incontro attraversando il cortile, ho concluso che l'avvelenamento può essere una buona soluzione. In particolare (ancora), trovo che del buon topicida in dosi massicce possa fare al caso mio. Nel caso non bastasse, comunque, posso sempre aggiungerci del sano arsenico estratto dalla carta moschicida. /// All'una e mezza mi sono ricordata che ieri mattina (giornata di merda, a Venezia con l'acqua alta il 20 DI MAGGIO, ma si può? ho preso tanta di quell'acqua che tornata a casa ero indecisa se farmi la doccia o meno) avrei dovuto scrivere all'architetto per dirgli che l'appuntamento era spostato a domani a mezzogiorno e non oggi alle due. Naturalmente non avevo il numero per avvertirlo così è venuto all'università inutilmente. Penso che ora mi odi e, esattamente come la prof di cui sopra, stia iniziando a pensare a quanto io sia in realtà inaffidabile e poco seria. /// sono tornata in appartamento in bici, ho preso la chiavetta, ho preso le sigarette e un accendino, ho dato il regalo di compleanno a Ivana (ha fatto gli anni più di una settimana fa. Mi odia)*** e ho mandato solennemente a cagare Patrizia (la Mamma) che mi ha detto di scopare per terra. Vada a fare in culo, ho fatto le pulizie di tutta la casa sabato e non intendo scopare la polvere inesistente. Penso che ora mi odi, in realtà penso che mi abbia sempre odiata e in fondo fa bene a farlo perchè io se potessi la soffocherei nel sonno infilandole un vibratore over-size in bocca e spingendoglielo in fondo ben bene fino a chiuderle del tutto laringe e faringe insieme (ho pessime nozioni anatomiche, lo so). /// Ho ripreso la bici, mi sono ricatapultata ai rizzi rischiando la vita quelle cinque volte, semplicemente perchè non guardavo attraversando la strada. Stupida Fulvia, è il momento peggiore per morire. Hai 24 anni, la gente ti vuole inspiegabilmente bene nonostante tu sia una testa di cazzo (questo sarebbe un buon motivo per morire), hai appena perso tutto quello che hai scritto in una vita di produzione para-letteraria (questo sarebbe un buon motivo per morire: sopprimermi per non produrre altra spazzatura) e non hai ancora raggiunto un orgasmo come si deve (questo sarebbe un buon motivo per morire: secondo me un orgasmo come si deve è deludente al massimo, chissà cosa penso che sia! Sarebbe meglio morire con ancora l'illusione). Non puoi assolutamente morire ora (eh no!). Questo ragionamento l'ho fatto quando ho parcheggiato il bolide, canticchiando Champs Elysèe e facendo tintinnare il bracciale che ho comprato ieri in treno a una sordomuta (2euro, che per quanto faccia schifo non si trovano cose che fanno più schifo a meno soldi in negozio. E comunque ho fatto una buona azione. Circa). /// E comunque no, non posso morire ora.

*** Ivana la ucciderei infilandole un tubo su per il retto e iniziando a pomparle dentro qualsiasi tipo di cibo fino a farla scoppiare; per essere precise, darei la preferenza ai suoi cibi preferiti. Inizierei con almeno tre barattoli da 500 grammi di insalata russa e uno di salsa capricciosa. Poi passerei alla paella surgelata dell'Eurospin, in quantità da definire sul momento. Un po' di minestrone di quello che fa lei e poi una cinquantina di acciughe, quelle che mi mangia davanti agli occhi la mattina alle dieci mentre sto facendo colazione e che emanano un fetore pestilenziale. Concluderei con degli spaghetti al pesto della Pam (quello bbbuono) e con dei cordon bleu, sempre il quantità da definire sul momento, naturalmente triturati a mò di pappina sennò non ci passano. Avevo anche pensato a dei cannoli siciliani, quelli con i pistacchi, però è uno spreco

Postato da LaFulvia alle 14:52
I vostri commenti (6)
Rintracciabile in: alcol, pippe, societas, questa è fulvia, a cosa servono i tag, inutili oggetti del desiderio

Permalink

sabato, 17 maggio 2008

La rabbia sobbalza come un acido rigurgito in gola

Martedì pomeriggio tornando dalla Domus per trovarmi con Jun (porta Manin, ore 18), ricordo con esattezza allarmante i pensieri che continuavano a deambularmi per la testa. Mi ricordo di come ero tranquilla, della luce diversa con cui guardavo le cose intorno, una luce fatta di poche certezze, ma di momenti felici. Mi ricordo di come stavo mandando solennemente tutto a fanculo, fanculo la stabilità, fanculo i contratti, fanculo i nomi che si danno alle cose che ci succedono, fanculo. Mi bastava semplicemente essere lì, per strada, con quattro chili di carta da giornale in una borsa di carta dell’Almonature, un cellulare mezzo carico in tasca, il pensiero di due giorni di festa (quella su in castello di mercoledì sera, quando mi sarei rotta il mento; quella per la laurea di Moba, di cui il giorno dopo avrei fatto una distinta caricatura riscoprendo la mia vena artistica), la consapevolezza di aver trovato una persona con cui potevo permettermi di essere totalmente me stessa e basta, che le parole sarebbero arrivate da sole, quando si sarebbero formate da sole, ma che alla fine, perché diavolo avrebbero dovuto servire quando tutto stava andando bene?
Ma con altrettanta esattezza allarmante mi ricordo di quanto solo due giorni dopo mi sono sentita cadere e non è stata un bella sensazione, per niente, perché tutto si è amplificato e ho sbattuto la faccia per terra, oltre che in mille litri di anestetizzante Havana e Rum. E purtroppo per me ho avuto come un flash forward di come prima o dopo dovrò sentirmi ancora, necessariamente, e non è stato bello. La rabbia sobbalza come un acido rigurgito in gola.
Ieri pomeriggio ho aperto a caso i diari di Sylvia Plath, nessun paragrafo ci stava meglio di quello che ho letto ad alta voce. A volte credo nel destino.
“Dio, la vita non è proprio altro che solitudine, malgrado tutti gli oppiacei, malgrado la stridula, posticcia allegria delle “feste” senza scopo, malgrado il sorriso falso che tutti indossiamo. E quando infine trovi qualcuno in cui senti di poter riversare la tua anima, ti blocchi di colpo davanti alle tue stesse parole – le hai tenute dentro così a lungo, contratte nel buio, che sono ormai sbiadite, brutte, banali e fiacche. Sì, c’è l’allegria, l’autorealizzazione, lo stare insieme: ma la solitudine dell’anima, nella sua spaventosa autoconsapevolezza, è insopportabile, soverchiante.”
Ho dato calci alle serrande abbassate di un negozio di articoli sacri e mi hanno urlato dietro che se non la piantavo avrebbero chiamato i carabinieri; ho spaccato bicchieri vuoti per terra; mi sono addormentata con la mano in quella di un amico che mi teneva calma; ho dato pugni e graffiato schiene; ho tirato sberle e ho pianto mentre stavo dormendo, mentre Vale mi accarezzava la schiena e mentre bevevo un cappuccino alla Polse, ho pianto stendendo i panni in terrazza e mentre vomitavo due giorni di tour-de-force etilico, lo stomaco strizzato dal nodo che si era formato più di qualche ora prima; ho pianto davanti ad altre persone e mentre qualcun altro era dentro di me. Ho visto anche piangere, e questo mi ha riempito d’aria i polmoni. Vorrei capire da dove mi è venuta fuori così tanto acqua salata, solitamente mangio sciapo per cui non me ne capacito. Vorrei anche capire i meccanismi mentali che hanno scatenato tutto questo, una volta non riuscivo semplicemente a dire le cose alle altre persone, mentre ora sto evidentemente regredendo non riuscendo nemmeno a dirle a me stessa e avendo serie difficoltà e giocare a domino con le tesserine del mio cervello. Non sono triste. Non sono incazzata. Forse non sto nemmeno male. Ho solamente paura. Più di quanta pensassi di poterne avere.

Postato da LaFulvia alle 13:49
I vostri commenti
Rintracciabile in: pippe

Permalink

mercoledì, 14 maggio 2008

Ghost writing

Ricevo un messaggio da un numero Tim (perchè diavolo devo avere a che fare con numeri Tim a pagamento quando ho Vodafone?):

"ho letto lannuncio che da ripetizioni di italiano" (scritto esattamente in questo modo)

Rispondo con un vago: "Sì, è così.può interessarti?" (scritto esattamente in questo modo)

Ricevo un altro messaggio: "ho 42 anni, devo scrivere un articolo per una rivista del mulino ma non so scrivere.posso chiamarti su un fisso?"

Fai pure, non so se sei maschio e femmina, non so perchè ti abbiano dato da scrivere un articolo per Il Mulino se non sai scrivere. Non so niente. Ma tu chiamami quando vuoi. Il pensiero che sia qualche maniaco sessuale che, naturalmente non avendomi vista, voglia approfittare di me, mi balena per la testa, ma sono attaccata ai soldi, e cento euro in più nel portafoglio, guadagnati grazie alla redditizia (ma neanche tanto) professione di ghost writer, mi farebbeo tutt'alro che schifo.

Postato da LaFulvia alle 11:10
I vostri commenti
Rintracciabile in: lavorare stanca, a cosa servono i tag

Permalink

sabato, 10 maggio 2008

chi non ci prova con ivana...

Fulvia sta guardando il telegiornale mangiando la sua insalatina, di fianco a lei Ivana. La nana. Quella sottospecie di sottoprodotto culturale ed estetico che non mi ha neanche invitata fuori a cena quando ha finito gli esami. Ce l’avete presente no?
GIORNALISTA: “Ed ora passiamo al caso del famoso cardiochirurgo infantile Cipelo Ciapelo (non mi ricordo come si chiama)…”
IVANA: “Bah, io non ci credo niente a sta roba.” (che è lo stesso commento che ha fatto mia madre quando a pranzo hanno mandato lo stesso servizio. Momenti di preoccupazione per la salute mentale di mia madre, che stia diventando come Ivana? O peggio, che LO SIA GIA’? Naaaaaaaaaa…)
FULVIA: “Boh. Infondo non si può mai dire…se ha salvato tanti bambini e fatto tanta ricerca alla fine non è che non POSSA avere materiale pedopornografico sul telefono. O che non abbia cercato di fare soldi. Voglio dire, una persona non può essere tutta buona o tutta cattiva…prendi me. Sono una ragazza seria, corretta e del tutto eterosessuale ma ieri sera ho girato quattro limoni ad una mia amica davanti a circa cinque persone, di cui quattro maschi, mai visti. E non è che avessi tutta sta necessità di limonare o che. E con ciò? Non toglie che rimango una ragazza seria corretta e del tutto eterosessuale.” (naturalmente non le ho detto tutto questo, mi sono limitata al “Boh”)
IVANA: “No no…mi par la storia del mio ginecologo di Palemmo. Un luminare bravissimo super primario capo generale professore universitario (e chi più ne ha più ne metta) che è stato accusato di abusi su una paziente. Adesso fa il medico generico e dopo esercita anche il suo mestiere ma in sede privata e molto meno di prima. L’hanno rovinato.”
FULVIA: “Fico. Ma era vero?”
IVANA: “Ma no eh…io ci andavo da questo e ok, faceva la battutina, tipo ‘Eh, ma qua non si tromba? Dovete darvi da fare ragazze!’ e poi salutava tutte le pazienti con ‘Ciao amore come stai? Il mio tesoro!”. Bravissimo nel suo lavoro: a me ha curato il ciclo irregolare, la candida, la verruca (ma quante cazzo di malattie ha avuto?). Sai quante volte siamo rimasti da soli nel suo studio? Tantissime! (ce credo, avevi la collezione completa di malattie all’apparato genitale e ormai ti eri fatta l’abbonamento da lui) Eppure non ci ha mai, dico mai, provato. E ne avrebbe avuto mille occasioni.”
FULVIA: “…”
IVANA: “Eh! Minghia!”

Postato da LaFulvia alle 12:44
I vostri commenti (5)
Rintracciabile in: un nano alla mia corte, vita dìappartamento

Permalink

mercoledì, 07 maggio 2008

Motivi per dispiacersi

Ho mal di denti e quindi un gran mal di testa.
Mi è pure tornato il ciclo, con due settimane di anticipo.
Ho delle mani poco curate e sto pure ingrassando, senza contare che le mie sopracciglia potrebbero essere confuse con un paio di mustacchi. Messi nel posto sbagliato.
Arriva l'estate e io sono pallida in ogni dove e ho troppi peli (e troppo neri!) sulle braccia.
Non mi piaccio per niente. Dovrei fare qualcosa ma mi mancano le forze per farlo, sto già investendo troppe fatiche a mantenere i miei capelli in uno stato decente adesso che sono di quella mezza fottuta lunghezza che devo sopportare prima che mi crescano in maniera dignitosa.
E tanto lo so che uno dei commenti MOLTO ORIGINALI a questo post MOLTO ORIGINALE sarà: se non ti piaci tu non piacerai mai agli altri. Oh, queste perle di saggezza.

Postato da LaFulvia alle 18:22
I vostri commenti (3)
Rintracciabile in: lavorare stanca

Permalink

domenica, 04 maggio 2008

Mrs Dalloway

Mrs Dalloway organizzava sempre feste per tenersi impegnata.
Le piaceva riempire le proprie giornate di cose da fare.
Voleva vivere sempre indaffarata.
Anche Fulvia avrebbe deciso di darsi alla vita di Mrs Dalloway.
Anche lei vorrebbe organizzare feste in un continuum alcolico-musicale da riempire della gente che ama.
Ma non può farlo. Non può farlo perchè non vive in un romanzo, anche se ultimamente potrebbe sembrare.
Il week end è stato impegnativo e impegnato. Si è diviso tra vino, birra, havana ed erba.
E domani ci sono le analisi del sangue, proto-trombina, o come diavolo si chiama, e tutte quelle altre mille analisi il cui scopo sarebbe quello di valutare come quando se e perchè iniziare a prendere la pillola. Non che se le trovano una sovrabbondante dose di THC nel sangue possano farle qualcosa, ma forse sarebbe stato meglio che la settimana della droga fosse stata posticipata. Tant'è.
La festa di maggio alla Domus (parens ad Asiago permettendo) è andata bene, con due cambi d'abito uno più assurdo dell'altro, i soliti danni al parquet del salotto e una quantità improponibile di besciamella avanzata in frigo. Residui di cenere in terrazzo. Residui di dolore alla testa. Una camera nuova nella soffitta, che userò quando verrò a dormire qua e il soggiorno mi sarà più lieto (a parte Pochi che si impossessa regolarmente di metà letto). registrazioni sincopate sul pianoforte, ascoltando le quali mi sembra di vedere i tasti abbassarsi ed alzarsi.
Nostalgia. Come ogni anno. Quest'anno di più perchè la festa è stata solo il culmine di una settimana perfetta dai capelli alla punta delle scarpe, che come ogni cosa bella stento sempre a credere che possa ripetersi; tuttavia bisogna anche riconoscere che ogni volta mi sono ricreduta.
E nella testa le stesse parole che mi hanno detto ieri sia Jun che Vale: adesso che le cose vanno bene, potresti. Ma Fulvia non è brava a parlare, ha paura di farsi del male. E aspetta.

Postato da LaFulvia alle 21:28
I vostri commenti (8)
Rintracciabile in: verba volant, droga, alcol, societas, lavorare stanca, a cosa servono i tag

Permalink

sabato, 03 maggio 2008

fulvia su little people.com

Oggi pomeriggio ho ripreso possesso del mio portatile. Ho aperto la mail (g-mail) e ho scoperto che il mio profilo su LITTLEPEOPLE.com (il sito di incontro per dwarves e midgets) è stato visitato da ben 448 utenti. Naturalmente non ho potuto accertarmi di persona che fossero dwarves o midgets di rispetto (dato che avrei dovuto PAGARE), in realtà penso facciano alquanto cagare, indipendentemente dall'altezza e tutto, ma per il solo fatto di essere andati a visitare il MIO profilo (pagando, sottolineerei). Credo che dovrei comunque iniziare a pensare seriamente al fatto di orientare le mie preferenze sessuali sui nani, avrei di sicuro tanti ammiratori, se tanto mi dà tanto.

Postato da LaFulvia alle 18:17
I vostri commenti (4)
Rintracciabile in: razzismo, questa è fulvia, a cosa servono i tag

Permalink

Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.

Questa è Fulvia

» mi piaci, ah ah
» una simil-vita
» Fulvia la solitaria senza brillante

Fulvia abita una società composta da

» rasputin
» la zecca
» le cose che mi hanno insegnato

Fulvia's love affairs

» quello che manca
» l'ammore questo folle sentimento
» cinica romantica
» la rabbia sobbalza

inutili oggetti del desiderio di Fulvia

» Accendini e braccialetti
» shopping e matrimoni

Fulvia in occasioni particolari

» il natale di fulvia
» la festa della donna

I vizi di Fulvia: l'alcool

» un'equazione sul negroni
» autolesionismo etilico

I vizi di Fulvia: le droghe

I vizi di Fulvia: il cibo

I vizi di Fulvia: il sesso

» io sono alle seychelles

I vizi di Fulvia: il lavoro

» mi licenzio dal bar
» obiettivo: fallire
» ghost writing

I vizi di Fulvia: il denaro

» come buttare via i soldi 1

Le mirabolanti avventure di Ivana la pechinese

» gli esami di ivana 1
» l'amore ai tempi di ivana
» sul pianeta parapalla
» chi non ci prova con Ivana...

Antidoto di cultura a questo blog

» Robert Desnos
» Eluard e Breton
» Efraim Medina Reyes
» inchiesta sulla sessualità

Link

Contatore

*loading*

Archivio

oggi
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007

Categorie

a cosa servono i tag
alcol
ammmore
autolesionismo
bauhaus
bidet
cash
copiature
cultura
difesa personale
droga
famiglia
gli assunti
infanzia
inutili oggetti del desiderio
invidia
lavorare stanca
letture
natale
parole sante
pippe
poesie minime
questa è fulvia
questioni di stato
razzismo
ri-flessioni specchiate
risotto
scripta manent
sfigaggine
societas
surrealismo
un nano alla mia corte
velleità
verba volant
vita dìappartamento

Feeds

Fanlist

Inserisci qui la tua fanlist!

Credits

ArancioGrafica o ArancioMacchia che dir si voglia per il template. Jordi Labanda per l'immagine. Splinder e Altervista per l'hosting.