domenica, 27 aprile 2008

dall'autocompiacimento al senso di colpa

Queste ventiquattro ore-circa hanno visto la persona di Fulvia Sperelli attraversare diversi e diversificati stati d’animo, che si davano il cambio ogni ora, ogni mezzora, ogni minuto. Nella sua testa, nella sua pancia, nei suoi occhi, nelle sue mani e nella sua bocca. Ed ora, con una focaccia siciliana al prosciutto funghi e fontina nello stomaco (il suo pranzo. Fatto alle sei e mezza di sera. Insieme a una Jun famelica di patatine fritte che sbocconcellava al suo fianco un trancio di pizza di quella buuuuuuuona. In piedi in via Grazzano, sotto una casa fatiscente, vicino alla pasticceria siciliana), può finalmente analizzarli.

Autocompiacimento. E’ bello quando ricevi dei complimenti anche da gente a caso, o di cui non te ne potrebbe fregare di meno (leggi: il pelato e Ivana). E’ ancora meglio quando ricevi complimenti da gente di cui qualcosa, in effetti, ti importa. I complimenti di cui ha potuto godere quest’oggi-o-quasi Fulvia sono stati:
Complimento primo: “Io ti stimo Fulvia! Io stimo grandemente questa ragazza!” Grazie! Apprezzo.
Complimento secondo: “Che bene che ti stanno i capelli in questi giorni Fulvì!Sei proprio bella e hai anche una pelle liscia liscia”. Questo dopo che ero uscita dal bagno dandomi della faccia di culo.
Complimento terzo: “Salve! Ti ho vista da lontano! Davvero dei begli occhiali.” Fulvia: “Bene. Piacciono anche a me.” Tipo: “Sei proprio una bella ragazza!” Fulvia: “Ma se ho dei begli occhiali non vuol dire per forza che sia una bella ragazza!”
Complimento quarto: “Sei carinissima stasera!” Tu invece anche se ti sei tagliato i capelli sembri comunque un accattone. Ma va bene così.
Complimento quinto: “Sei una dea egizia incarnata in una ragazza dei giorni nostri.” E comunque io non sono ragazza, sono Fulvia. Un sesso a parte.

Utrum: qual è stato il complimento più apprezzato?

Insofferenza 1. Per Edoardo, che due minuti dopo avermi vista e con già due birre in corpo, ha iniziato a insultarmi davanti al Lele’s Chiosco a Lignano, perché non avevo avuto le palle di dire all’architetto per cui lavoriamo, e al cui ultimo incontro lo steso Edoardo non era venuto, che lui (l’architetto) è un deficiente. E lui allora cos’è? Che dopo due settimane che ce la menava che aveva otto tavoli al Charlie, che “sì Fulvia, sì Jun, potete tranquillamente unirvi a noi, poi potete anche dormire da me!”, non ci ha neanche degnate di uno sguardo e dopo avermi rotto i timpani dando anche a me della deficiente, sì e no che ci diceva dove e quando andavano gli altri al suddetto Charlie.
Utrum: chi dovrebbe urlare a chi che è un deficiente?

Delusione. Quando arrivi dopo cena al Tenda e ritrovi quegli amici che hai piacere di vedere e hai l’amara sorpresa che la persona che avevi più piacere di vedere degli altri ti rivolge sì e no tre parole. In questi momenti ti verrebbe di dare ragione a Jun, quando l’altroieri ti ha detto: “Ah, Fulvì. Quello lì potrebbe essere chiunque: un maniaco sessuale, un clown, un pedofilo, un represso, un drogato, un pazzo criminale, un nano psicopatico…non si capisce cosa sia dalla faccia.” E quando ti aveva detto questa cosa tu avevi riso e detto: “Cazzo vuoi che sia. Un clown!” Al Tenda ti stai ricredendo.
Utrum: quale delle due Fulvie aveva ragione?

Insofferenza 2. Finalmente giunte al Charlie, scoprire che è più merda di quanto te la ricordassi. Magari non c’è quel cerebroleso di ClK che ci aveva provato con Jun due anni fa. Magari non c’è il buttafuori scassa-cazzi che ti impedisce di entrare perché hai i capelli a fungo. Però c’è una branca di gente piccola e ubriaca e brutta che barcolla e spintona e mi fa cadere il mio prezioso Havana Cola sulla giacchetta nuova della Sisley. Non ci sono tavoli a cui aggregarsi, perché Edoardo, quella testa di Minchia, ci ha abbandonate. C’è puzza di sudore e il bagno delle donne, oltre ad avere una fila di almeno quindici persone, è pure intasato. Nessuna faccia conosciuta. Pure un pelato che ti fa i complimenti per gli occhiali (vedi prima). Insofferenza crescente. Voglia di dare fuoco a qualunque cosa, consolle, bagni e pelato compreso.
Utrum: ho fatto bene al trattenere i  miei barbari istinti?

Sollievo. Quando finalmente recuperi in mezzo alla bolgia le tue facce conosciute e pur standoci insieme per nemmeno un’ora arrivi alla conclusione che qualunque posto può essere la merda peggiore del mondo, e Jun potrà anche andare in giro con la faccia scazzata del “checcifaccio io qua voglio andarmene muoviti” per tutto il tempo che vorrà, e potrà anche non esserci l’alcol (che palle, è dura ma posso farcela) e i tipi più brutti del mondo in giro, ma tutto potrebbe passare in secondo piano solamente grazie a una mano stretta in mezzo alla gente per passarci in mezzo e raggiungere l’ingresso. E degli occhi un po’ lucidi di Havana che ti fanno il calendario dei prossimi tre giorni: “Allora, domani è domenica, dopodomani è lunedì…” Fulvia: “…e dopo dopodomani è martedì!” “Esatto!”.
Utrum: e dopodopodopodomani?

Sorpresa. Le chiamate alle alle quattro e quindici di notte, mentre sei già sotto le coperte, nel letto vicino a quello di Jun, nel suo appartamento dalla temperatura glaciale.
Utrum: nessuna domanda.

Inconcludenza. Io e Jun ci svegliamo all’una e ventitre minuti. L’ora più assurda alla quale mi sia mai svegliata. Ho un libro di Zevi sulla mensola sopra la mia testa, ma il mio braccio non ce la fa a sollevarsi per prenderlo. Inconcludenza. Ho sognato il sogni che faceva qualcun altro, non so chi, ma non ero io. E di nuovo mia madre che mi insulta e si incazza all’inverosimile. Un sogno ricorrente che spero non voglia dire niente. Alle due facciamo colazione. Poi, giro per Lignano, scambiandoci sì e no due parole in croce, troppo stanche, pensierose e crevate dal sole per produrre una sola frase di senso compiuto. A parte io che a volte me ne esco con una delle miei solite imbecillità, un sicuro sintomo di stato di salute piuttosto buono. Non pranziamo, cappuccino alle quattro basta e avanza, con un cioccolatino completamente sciolto vicino, che Jun mangia ugualmente suscitando gli sguardi lascivi di vecchi tedeschi in cerca di una fellatio come si deve. L’insolvenza di una giornata passata a non fare assolutamente nulla e che prima di cominciare sembra essere già finita.
Utrum: qualcuno sa di chi potrebbe essere il sogno che ho fatto? Se qualcuno ha fatto un sogno MIO stanotte, mi avverta. Potrebbe essersi verificato uno scambio.

Rabbia. Per mia madre. dopo essersi accorta del tatuaggio, prima si è messa a ridere e poi, dopo due giorni, mi ha fatto un cazziatone di dieci minuti con tanto di lacrime. Oggi pomeriggio, tornando da Lignano, vengo a sapere dalla Soror che la punizione per cotanto affronto di essermi tatuata un simbolo elfico sul retro collo (vedi foto) la Mater non mi permetterà di fare la tanto attesa festa del 2 di maggio alla Domus, quando i Parens saranno via in qualche luogo sperduto delle Alpi a fare la solita gara di aereomodelli di maggio. La rabbia è incontenibile e devastante. Passo tutto il tragitto da Lignano a Udine meditando vendetta e insultando mentalmente la Mater: uno, perché non me l’ha detto prima e ora ho già avvertito tutti gli astanti; due, perché ho ventiquattro anni e non voglio più sottostare a punizioni imbarazzanti, soprattutto dopo che: uno, ho avuto anche la correttezza di dirle che tenevo la suddetta festa quando lei era via e quindi potevo anche non dirglielo; due, perché il tatuaggio è mio, so io perché l’ho fatto e lei ha la sua mentalità che non vedo perché dovrebbe essere più giusta e corretta della mia.

Senso di colpa. Fulvia CHIAMA la Mater con il SUO cellulare, appena tornata in appartamento e da lì a mezzora ha luogo il dramma psicologico. Dopo una serie di recriminazioni e lacrime da entrambe le parti (alla fine dei quali Fulvia ottiene il benestare di tenere la festa venerdì prossimo) parte la tragedia familiare: perché lei è preoccupata per me, perché non sa quello che faccio, con chi mi vedo e cosa mi passa per la testa, perché ogni volta le rispondo a monosillabi, perché lei mi ha sempre difesa in questa cosa di andarmene di casa, perché non è solo per quello che faccio adesso che lei è in pena, perché ci sono cose che in passato non le ho detto e ha paura che neanche ora le dica. In pratica: mi ha fatto sentire una figlia degenere, nonostante io continuassi a mantenere il mio aplomb da “ma mamma che cazzo stai dicendo, non ti fidi di me, forse?”. Dopo aver chiuso la telefonata Fulvia piomba in uno stato di depressione catatonica e sensi di colpa lancinanti, consapevole che se la Mater sapesse cosa sta facendo della sua vita, sicuramente le verrebbe un colpo apoplettico. E perché ci sono ancora cose irrisolte del suo passato da day-hospital e la Mater non lo sa.
Utrum: Fulvia dovrebbe dirgliele? E soprattutto: dovrebbe dirle a qualcuno in generale per liberarsi dei suoi fantasmi interiori?

Vostra Fulvia, come sempre in posizione Nadu.

Postato da LaFulvia alle 20:26
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Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.

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