sabato, 17 maggio 2008

La rabbia sobbalza come un acido rigurgito in gola

Martedì pomeriggio tornando dalla Domus per trovarmi con Jun (porta Manin, ore 18), ricordo con esattezza allarmante i pensieri che continuavano a deambularmi per la testa. Mi ricordo di come ero tranquilla, della luce diversa con cui guardavo le cose intorno, una luce fatta di poche certezze, ma di momenti felici. Mi ricordo di come stavo mandando solennemente tutto a fanculo, fanculo la stabilità, fanculo i contratti, fanculo i nomi che si danno alle cose che ci succedono, fanculo. Mi bastava semplicemente essere lì, per strada, con quattro chili di carta da giornale in una borsa di carta dell’Almonature, un cellulare mezzo carico in tasca, il pensiero di due giorni di festa (quella su in castello di mercoledì sera, quando mi sarei rotta il mento; quella per la laurea di Moba, di cui il giorno dopo avrei fatto una distinta caricatura riscoprendo la mia vena artistica), la consapevolezza di aver trovato una persona con cui potevo permettermi di essere totalmente me stessa e basta, che le parole sarebbero arrivate da sole, quando si sarebbero formate da sole, ma che alla fine, perché diavolo avrebbero dovuto servire quando tutto stava andando bene?
Ma con altrettanta esattezza allarmante mi ricordo di quanto solo due giorni dopo mi sono sentita cadere e non è stata un bella sensazione, per niente, perché tutto si è amplificato e ho sbattuto la faccia per terra, oltre che in mille litri di anestetizzante Havana e Rum. E purtroppo per me ho avuto come un flash forward di come prima o dopo dovrò sentirmi ancora, necessariamente, e non è stato bello. La rabbia sobbalza come un acido rigurgito in gola.
Ieri pomeriggio ho aperto a caso i diari di Sylvia Plath, nessun paragrafo ci stava meglio di quello che ho letto ad alta voce. A volte credo nel destino.
“Dio, la vita non è proprio altro che solitudine, malgrado tutti gli oppiacei, malgrado la stridula, posticcia allegria delle “feste” senza scopo, malgrado il sorriso falso che tutti indossiamo. E quando infine trovi qualcuno in cui senti di poter riversare la tua anima, ti blocchi di colpo davanti alle tue stesse parole – le hai tenute dentro così a lungo, contratte nel buio, che sono ormai sbiadite, brutte, banali e fiacche. Sì, c’è l’allegria, l’autorealizzazione, lo stare insieme: ma la solitudine dell’anima, nella sua spaventosa autoconsapevolezza, è insopportabile, soverchiante.”
Ho dato calci alle serrande abbassate di un negozio di articoli sacri e mi hanno urlato dietro che se non la piantavo avrebbero chiamato i carabinieri; ho spaccato bicchieri vuoti per terra; mi sono addormentata con la mano in quella di un amico che mi teneva calma; ho dato pugni e graffiato schiene; ho tirato sberle e ho pianto mentre stavo dormendo, mentre Vale mi accarezzava la schiena e mentre bevevo un cappuccino alla Polse, ho pianto stendendo i panni in terrazza e mentre vomitavo due giorni di tour-de-force etilico, lo stomaco strizzato dal nodo che si era formato più di qualche ora prima; ho pianto davanti ad altre persone e mentre qualcun altro era dentro di me. Ho visto anche piangere, e questo mi ha riempito d’aria i polmoni. Vorrei capire da dove mi è venuta fuori così tanto acqua salata, solitamente mangio sciapo per cui non me ne capacito. Vorrei anche capire i meccanismi mentali che hanno scatenato tutto questo, una volta non riuscivo semplicemente a dire le cose alle altre persone, mentre ora sto evidentemente regredendo non riuscendo nemmeno a dirle a me stessa e avendo serie difficoltà e giocare a domino con le tesserine del mio cervello. Non sono triste. Non sono incazzata. Forse non sto nemmeno male. Ho solamente paura. Più di quanta pensassi di poterne avere.

Postato da LaFulvia alle 13:49
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Have enjoy.

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