venerdì, 05 settembre 2008

un crash dentro il cervello

E' forse da troppo tempo che non entro in questa stanza per lasciare segni della mia presenza. In questi giorni di silenzio forzato ho dovuto fare i conti con ben altre parole e con ben altri rumori, passando almeno tre settimane di vita  come se fossi su un tapìrulan e dovessi correre per forza per non cadere. E come se questo tapìrulan aumentasse sempre la velocità e io dovessi correre correre correre, e so che il momento in cui non ce la farò più e sbatterò la faccia è molto vicino. Il 15 agosto sono partita per Barcellona, vacanze all'insegna della cultura e della sangria; Gaudì lasciamo stare che non mi piace e non mi piacerà mai, era semplicemente un pazzo megalomane che avrebbe fatto meglio a limitarsi alla scultura (questo è il mio pensiero, non sopporto le cose troppo elaborate). Dopo dieci giorni di full immersion nell'ignoranza più totale ho pensato bene di continuare a ledere la mia ormai quasi del tutto scomparsa salute fisica andando ad abitare nella casa nuova, insieme a Simone, Moba e Pierino. Una fortuna di casa inaudita a un prezzo modico e in ottime condizioni. Una fortuna talmente grande che sento pendere la spada di Damocle sulla mia testa, pronta ad aprirmi in due il cervello in modo da rimediare a cotanta casalinga botta di culo. E intanto si continua a fare quello che si è sempre fatto, ovvero iniziare con uno spritz bianco e bruchetta all'aglio alla polse, il tutto condito con un beneaugurante "stasera sono stanca, non bevo tanto", preceduto dal solito e ormai rituale "ma Fulvì, stasera esci?" "sì" "ti sbronzi?" "no stasera no, non sono in forma". Ovviamente si va a finire minimo alle due con una tale quantità di liquidi in corpo che quando Moba dice che sono gonfia di alcol inizio a pensare che abbia ragione.

D'altra parte, ultimamente, chi non conosce le mie sane abitudini e non mi vede da un po' di tempo, mi accoglie sempre con un ottimo: "Fulvia ti vedo in forma". Io naturalmente rispondo sempre con: "Ah grazie, vuol dire che sono ingrassata." Solitamente la risposta dell'altra persona è una risata e un: "Stai benissimo davvero, e poi le tette sono sempre quelle". Odio che la gente parli delle mie tette perchè vuol dire che le guardano. E se c'è un'altra cosa che odio, più che ne parlino, è che le guardino. E un'altra cosa che odio è che le zanzare tigre mi pungano sulle tette attraverso la maglietta. Penso che questa sia la cosa che odio maggiormente. E' oltremodo fastidioso ritrovarsi un bubbone di forma scomposta (solitamente assumono la forma di dinosauri, l'altro giorno salutavo sul mio corpo un triceratopo, un brontosauro e un tirannosauro) esattamente dove finisce il reggiseno, procurandoti ancora maggiore fastidio. Probabilmente l'unica soluzione è smetterla di spalmarsi la crema alle ciliegie dopo la doccia e rassegnarsi a puzzare in modo da fornire un ottimo repellente naturale alle malefiche zanzare tigre.

Ho avuto altri dubbi a riiniziare a scrivere su questi schermi per altri motivi, poi. Il primo è che mi è stato detto che tenere un blog è una cosa infantile. D'impatto l'ho semplicemente mandato affanculo (vaffanculo!) a prescindere, poi però ci ho pensato. Forse dovrei iniziare a considerare seriamente il fatto che sia un po' da bambino ingenuo ed erroneamente speranzoso nel mondo pensare che a qualcuno interessino veramente tutte le stronzate che riverso su internet e che prima o poi questo mi sia utile a realizzare l'unico sogno della mia vita, ovvero diventare una scrittrice di successo? Mah. L'altro motivo è che si sta purtroppo riverificando un altro problema, che questo doveva essere un blog quasi privato, per poche scelte persone conosciute e si sperava (vana speranza) molte persone sconosciute. Sto notando che le persone conosciute che leggono stanno aumentando e questo tarpa considerevolmente le ali della mia libertà di espressione. Pazienza. Me ne farò una ragione. Non è mai stata mia intenzione mantenere una buona reputazione sociale. Finirò chiusa da sola nella mia nuova casa in via Rivis, con Mario che mi cammina tra le gambe facendomi le fusa e attaccandomi la rabbia, son dell'alcool dell'eurospin e nessun amico. Perchè è così, alla fine. Tutto ciò che può andare male, sta sicuro che andrà peggio.

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martedì, 05 agosto 2008

la poesia il romanticismo

La poesia? La poesia non esiste. O almeno, non esiste per me. La poesia non esiste se non conciliata con il romanticismo. Per me la poesia esiste se conciliata con il romanticismo.  Questo è quello che vogliono i più. E non esiste il romanticismo, comunque, perché se può esserlo solo in poesia. Forse è per quello che non sono poetica, o se lo sono, lo riesco a essere solo quando divento romantica. E quindi se voglio essere poetica riesco a esserlo solo sforzandomi di essere romantica, cosa che non sono. Per cui, in questo momento, quando nulla di romantico possa dire sia esistente, perché in mille cose ho avuto conferma che il romanticismo non esiste, compresa la presente, credo di dovermi rassegnare a una vita di non poesia. E una vita di non poesia è andare a togliere i calzetti a una persona che sta dormendo nel mio letto, mentre io andrò a dormire nel letto dei miei. Con il mio gatto. Notte ragazzi, vostra Fulvia, come sempre in posizione Nadu.

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giovedì, 31 luglio 2008

Bertolli e Santarosa

Ho aperto uno sportello dello sgabuzzino stamattina. C’erano tre bottiglie di olio extravergine Bertolli, tutte con un cartoncino intorno al collo. Erano dei cartoncini con la faccia dei protagonisti delle pubblicità televisive della Bertolli e della marmellata Santarosa. Ho pensato a mia madre che andava al supermercato e comprava quelle tre bottiglie. Poi ho guardato il resto che c’era nella dispensa. Scatolette di tonno, sughi pronti, Simmenthal. Ho pensato a mia madre che andava al supermercato e comprava tutte quelle cose. Che le accatastava nel carrello come l’ho vista fare mille volte da quando ho ricordo. Che va alla cassa, paga e torna a casa. Il più delle volte da sola. Che mette tutto nelle buste di plastica che carica in macchina. Non so perché, ma mi è venuto da piangere. L’ho rivista ieri, quando ha pianto almeno tre volte. L’ho rivista quando mi ha chiamata in camera sua e mi ha iniziato a fare il suo discorso sulla fiducia, sull’alcol, sulla droga, sul fatto che sono fragile, che non mi ha più sotto controllo, che non sa cosa faccio, che vuole che io stia bene e tutto il resto. La faccia invecchiata di dieci anni, o meglio, la faccia della cinquantasettenne che è, anche se di solito le daresti dieci anni di meno. Quel continuo “Dimmi che non devo preoccuparmi”, le continue allusioni a due, tre anni fa, che tanto lo so benissimo che non l’ha superato per niente quel periodo, che ancora non mi perdona di averle fatto quello che le ho fatto, e questo perché prende tutto come una questione personale, senza pensare che qualunque cosa io abbia fatto, l’ho fatta a me stessa e non a lei. Cazzo. Quando Monica mi diceva che non dovevo pensare a mia madre, sentirmi in colpa per lei e credere di fare un torto a lei, aveva ragione, ma come riesco a dirmelo quando mi ritrovo quella faccia davanti, quando so che non c’è niente di quello che lei mi chiede a cui posso rispondere come lei vorrebbe che rispondessi, a parte che non deve preoccuparsi, no che non deve, io sto bene, sto bene, sto bene, sto bene.
Sono una cogliona.

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sabato, 26 luglio 2008

autolesionismo etilico

Sono stordita. Ho un macigno al posto del cervello, le orecchie che mi fischiano e devo vomitare. Mi sento la pancia gonfia e mentre guardo l’orologio del cellulare mi domando come ho fatto a svegliarmi alle otto e cinquantaquattro. Me ne compiaccio, stamattina studierò, allora non sono proprio una merda. In realtà non mi sono svegliata da sola, mi ha chiamata Moba per dirmi di andare a prendere il Gio Style a casa dei miei perché uno solo non basta, e Sal ha dimenticato di portare il suo. Peccato che la cosa sia infattibile. Oltre al fatto che questo week end mio padre ha una gara a Volterra, non credo che anche se rimanessero a casa e il Gio Style fosse relegato inutilizzato nel suo angolo di armadio, me lo presterebbero. I miei non sanno per niente che domani andrò al Sunsplash e non devono saperlo. La tenda me la sono fatta dare con la scusa di doverla prestare ad Andreja.
Mi alzo dal letto. Tiziana non c’è, nemmeno Ivana e nemmeno quella rotta in culo di Patrizia. La casa è vuota, posso deambulare tranquillamente in mutande e in canottiera senza reggiseno. E bestemmiare un po’. Una volta non ero così. Una volta non bestemmiavo, dicevo poche volgarità e mi vestivo con le maglie che mi faceva mia nonna, quella che tra un po’ schiatta. Una volta non fumavo sigarette e non assumevo della droga. Una volta non bevevo come un’assassina spendendo tutti i soldi che mia madre mi passa al mese in unità etiliche. Una volta ero vergine, un po’ in generale.
Quando arrivo in cucina mi accorgo che in realtà sono le undici meno dieci. L’orologio del mio telefono evidentemente non funziona. Lo metto a posto mentre faccio avanti e indietro domandandomi per quale motivo mi faccia così male camminare. E mi fa male anche il braccio sinistro. Cazzo ho? Il mio riflesso sullo specchio mi dice che ho un gomito sfasciato e un ginocchio dilaniato. Le lenzuola del letto, che mi trascino a vedere mentre sto ancora cercando di mettere a posto l’ora del cellulare, mi confermano che stanotte ho perso del sangue. Non tanto, giusto un due macchie per far scena, mai come quando Sal si è svegliato con la testa praticamente aperta e in un lago di sangue semicoagulato.
Poco male. Mi preparo 200mml di latte scremato diluito con 400 mml di acqua, piazzo il misurino nel microonde e mi siedo in cucina aspettando il DLIN che mi avviserà che la mia colazione è pronta. Mi rendo conto che ultimamente le mie mattine tendono tutte a somigliarsi in modo abbastanza preoccupante. E questo perché non so che fra una settimana sarà  Ivana a ritrovarmi riversa sul pavimento del bagno, completamente addormentata e senza scarpe. Da quella volta non avrò più il coraggio di guardarla in faccia. Come mi farò mille imbarazzi a guardare Tiziana, la prima faccia conosciuta che riconoscerò quando aprirò gli occhi e mi renderò conto della gigantesca figura di merda che avrò fatto. Ma stamattina queste cose ancora non lo so. So solo che stanotte non mi ricordo come sono tornata a casa, che ero convinta di dormire con qualcuno mentre mi sono ritrovata da sola, che mi fa male la gamba a camminare e il gomito da piegare, che mia madre arriverà qua fra un’ora e dovrò inventarmi l’ennesima scusa.
Quando mi sono spaccata il labbro, a marzo, le ho detto che ero scivolata dai tacchi andando a fare la spesa. In realtà Vale mi aveva spinta giù da una macchina prima che io potessi scendere con le mie gambe.
Quando mi sono rotta il mento, a maggio, le ho detto che abbassandomi per prendere una cosa sotto il tavolo ho intercettato il pianale prendendolo per sotto. In realtà sono caduta da sola nel bagno della taverna durante la notte di Vicino Lontano in castello.
Quando ho dei morsi sul braccio le dico che sono sfoghi. In realtà sono semplicemente morsi sul braccio.
Quando mi faccio dei lividi sui fianchi le dico che sono caduta dal letto o ho urtato contro il comodino. Beh, e questa è la verità.
Oggi le dirò che sono caduta dalle scale venendole ad aprire il portone. Penserà che sono una disadattata, ma per quanto la riguarda, sempre meglio che alcolizzata.

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martedì, 15 luglio 2008

Oggi Dio mi ha regalato una mattina.

Grazie Dio.

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mercoledì, 21 maggio 2008

Quello che mi merito

Non sono portata per un sacco di cose. Non sono portata per il matrimonio, ad esempio. E credo, anzi, ne ho la assoluta certezza, di non essere portata nemmeno ad avere figli. Amo che la gente mi odi, adoro stare sul cazzo alle persone, mi trovo a disagio se qualcuno ha un'ottima opinione di me, perchè so di non meritarmela. /// Oggi ho avuto l'ulteriore conferma di quanto il mio cervello stia inesorabilmente sfumando e di quanto intuili siano i miei sforzi per mantenere delle relazioni sociali o dei rapporti convenzionali perlomeno decenti. / Ero rimasta d'accordo con mia madre che mi passasse a prendere alle otto e dieci stamattina per venire in università a usare i maledetti computer dell'aula cad (sul mio portatile il file megagigante del laboratorio che avrei dovuto dare tre mesi fa non va); e mi ha trovata a letto. Non sono quasi riuscita ad alzarmi. (PARENTESI: mia madre pensa che io abbia dei problemi. Ha ragione. Se c'è una, una cosa che odio, più di stare male da sola, più di deludere chiunque, più di sapere che sto buttando la mia vita a puttane, più più di tutto questo, se c'è una cosa che odio è sapere che mia madre si preoccupa per me. Vedere nei suoi occhi l'espressione "Fra che cazzo combini". Gliene ho fatte troppe. Vorrei solo che fosse contenta di me e so che se sapesse come tuttora conduco le mie giornate, non lo sarebbe per niente. Anzi, probabilmente le verrebbe un colpo apoplettico) /// Alle dieci e mezza avevo revisione per il suddetto laboratorio. Mi sono svegliata alle undici. Ho scritto alla prof per scusarmi. Lei è sempre carina e gentile con me, pensa che sia una ragazza affidabile e tutto il resto. Penso che ora mi odi. /// Approfittando del fatto che Jun mi avesse scritto di essere per strada per andare in università l'ho chiamata praticamente supplicandola di passarmi a prendere (non è vero, io non supplico mai). E' passata. Penso che ora mi odi, anche perchè le dico sempre un sacco di cattiverie. Perchè non sopporto ammetterlo, ma di natura sono esattamente come mio padre, che ha un  carattere di merda e gioca su ebay e una volta l'ho beccato su un sito porno. Io non ci vado sui siti porno, forse dovrei iniziare a farlo, o a fare un sito porno (al che mia madre si procurerebbe una rivoltella e si tirerebbe un colpo alla tempia prima ancora che le venisse un colpo apoplettico). /// Naturalmente ho dimenticato la chiavetta USB a casa, quindi all'università non ho potuto mettermi a disegnare come era mio programma (vedi sopra). Lezione non c'era. Non c'era niente. Non c'era neppure una colazione nello stomaco. Ho mangiato un panino con Simone seduti sugli scalini del giardino interno dell'università. Simone c'è quasi sempre, o almeno, c'è quando non so che mi serve. Oggi mi serviva anche se non lo sapevo. Mi serviva per inquadrare bene le mie priorità e la soluzione più veloce ai miei problemi: uccidere le persone che mi danno fastidio, in particolare, mentre stavo parlando di altro e vedevo Jun arrivarci incontro attraversando il cortile, ho concluso che l'avvelenamento può essere una buona soluzione. In particolare (ancora), trovo che del buon topicida in dosi massicce possa fare al caso mio. Nel caso non bastasse, comunque, posso sempre aggiungerci del sano arsenico estratto dalla carta moschicida. /// All'una e mezza mi sono ricordata che ieri mattina (giornata di merda, a Venezia con l'acqua alta il 20 DI MAGGIO, ma si può? ho preso tanta di quell'acqua che tornata a casa ero indecisa se farmi la doccia o meno) avrei dovuto scrivere all'architetto per dirgli che l'appuntamento era spostato a domani a mezzogiorno e non oggi alle due. Naturalmente non avevo il numero per avvertirlo così è venuto all'università inutilmente. Penso che ora mi odi e, esattamente come la prof di cui sopra, stia iniziando a pensare a quanto io sia in realtà inaffidabile e poco seria. /// sono tornata in appartamento in bici, ho preso la chiavetta, ho preso le sigarette e un accendino, ho dato il regalo di compleanno a Ivana (ha fatto gli anni più di una settimana fa. Mi odia)*** e ho mandato solennemente a cagare Patrizia (la Mamma) che mi ha detto di scopare per terra. Vada a fare in culo, ho fatto le pulizie di tutta la casa sabato e non intendo scopare la polvere inesistente. Penso che ora mi odi, in realtà penso che mi abbia sempre odiata e in fondo fa bene a farlo perchè io se potessi la soffocherei nel sonno infilandole un vibratore over-size in bocca e spingendoglielo in fondo ben bene fino a chiuderle del tutto laringe e faringe insieme (ho pessime nozioni anatomiche, lo so). /// Ho ripreso la bici, mi sono ricatapultata ai rizzi rischiando la vita quelle cinque volte, semplicemente perchè non guardavo attraversando la strada. Stupida Fulvia, è il momento peggiore per morire. Hai 24 anni, la gente ti vuole inspiegabilmente bene nonostante tu sia una testa di cazzo (questo sarebbe un buon motivo per morire), hai appena perso tutto quello che hai scritto in una vita di produzione para-letteraria (questo sarebbe un buon motivo per morire: sopprimermi per non produrre altra spazzatura) e non hai ancora raggiunto un orgasmo come si deve (questo sarebbe un buon motivo per morire: secondo me un orgasmo come si deve è deludente al massimo, chissà cosa penso che sia! Sarebbe meglio morire con ancora l'illusione). Non puoi assolutamente morire ora (eh no!). Questo ragionamento l'ho fatto quando ho parcheggiato il bolide, canticchiando Champs Elysèe e facendo tintinnare il bracciale che ho comprato ieri in treno a una sordomuta (2euro, che per quanto faccia schifo non si trovano cose che fanno più schifo a meno soldi in negozio. E comunque ho fatto una buona azione. Circa). /// E comunque no, non posso morire ora.

*** Ivana la ucciderei infilandole un tubo su per il retto e iniziando a pomparle dentro qualsiasi tipo di cibo fino a farla scoppiare; per essere precise, darei la preferenza ai suoi cibi preferiti. Inizierei con almeno tre barattoli da 500 grammi di insalata russa e uno di salsa capricciosa. Poi passerei alla paella surgelata dell'Eurospin, in quantità da definire sul momento. Un po' di minestrone di quello che fa lei e poi una cinquantina di acciughe, quelle che mi mangia davanti agli occhi la mattina alle dieci mentre sto facendo colazione e che emanano un fetore pestilenziale. Concluderei con degli spaghetti al pesto della Pam (quello bbbuono) e con dei cordon bleu, sempre il quantità da definire sul momento, naturalmente triturati a mò di pappina sennò non ci passano. Avevo anche pensato a dei cannoli siciliani, quelli con i pistacchi, però è uno spreco

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domenica, 04 maggio 2008

Mrs Dalloway

Mrs Dalloway organizzava sempre feste per tenersi impegnata.
Le piaceva riempire le proprie giornate di cose da fare.
Voleva vivere sempre indaffarata.
Anche Fulvia avrebbe deciso di darsi alla vita di Mrs Dalloway.
Anche lei vorrebbe organizzare feste in un continuum alcolico-musicale da riempire della gente che ama.
Ma non può farlo. Non può farlo perchè non vive in un romanzo, anche se ultimamente potrebbe sembrare.
Il week end è stato impegnativo e impegnato. Si è diviso tra vino, birra, havana ed erba.
E domani ci sono le analisi del sangue, proto-trombina, o come diavolo si chiama, e tutte quelle altre mille analisi il cui scopo sarebbe quello di valutare come quando se e perchè iniziare a prendere la pillola. Non che se le trovano una sovrabbondante dose di THC nel sangue possano farle qualcosa, ma forse sarebbe stato meglio che la settimana della droga fosse stata posticipata. Tant'è.
La festa di maggio alla Domus (parens ad Asiago permettendo) è andata bene, con due cambi d'abito uno più assurdo dell'altro, i soliti danni al parquet del salotto e una quantità improponibile di besciamella avanzata in frigo. Residui di cenere in terrazzo. Residui di dolore alla testa. Una camera nuova nella soffitta, che userò quando verrò a dormire qua e il soggiorno mi sarà più lieto (a parte Pochi che si impossessa regolarmente di metà letto). registrazioni sincopate sul pianoforte, ascoltando le quali mi sembra di vedere i tasti abbassarsi ed alzarsi.
Nostalgia. Come ogni anno. Quest'anno di più perchè la festa è stata solo il culmine di una settimana perfetta dai capelli alla punta delle scarpe, che come ogni cosa bella stento sempre a credere che possa ripetersi; tuttavia bisogna anche riconoscere che ogni volta mi sono ricreduta.
E nella testa le stesse parole che mi hanno detto ieri sia Jun che Vale: adesso che le cose vanno bene, potresti. Ma Fulvia non è brava a parlare, ha paura di farsi del male. E aspetta.

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sabato, 26 aprile 2008

hey joe

Stamattina stavo per strozzare la moldova. Tanto per cominciare, per colpa sua, mi sono dovuta alzare alle nove, il tutto perché non è possibile che non faccia niente per l’università, quindi stamattina, prima dell’arrivo di Adela, volevo mettermi a combinare qualcosa. Cosa non si sa, ad esempio mettere a posto INUTILMENTE con il computer gli appunti di storia…che ideone. Non solo, per colpa di Adela non sono neanche  potuta andare a casa e ho dovuto nutrirmi cinque minuti fa appena di una scatoletta di tonno con il mais e i germogli di soja, tutto ciò che ho in casa praticamente. Perché la moldova è stata da me per quattro ore siore e siori…QUATTRO ORE. e già è difficile passare quattro ore con una persona normale, figurarsi con la moldova, c’è stato un momento in cui mi sono seriamente stupita del mio self control perché non l’ho mandata a fare in culo.
Ad ogni modo, riconosco di non essere stata propriamente di ottimo umore quest’oggi. D’altra parte non è il massimo svegliarsi grazie all’allergia di Ivana che continua a tirare su con il naso. D’altra parte non è il massimo svegliarsi dopo aver sognato per la seconda volta in una settimana che tua madre ti disconosce dopo aver conosciuto i tuoi amici. D’altra parte non è il massimo svegliarsi sudando come a ferragosto perché quei cerebrolesi dell’amministrazione condominiale fanno ancora andare i termo a manetta. Quindi diciamo che un qualche motivo di fastidio c’era comunque ed era pregresso. Oltre al cranio trapanato dalla musica assordante della festa della birra dove ho fatto la mia comparsata con Jun ieri sera. Cranio trapanato non perché ci fosse particolare casino, ma perché ormai aveva raggiunto uno spessore dell’ordine dei nanometri dopo la quasi-ventiquattrore di disfacimento che avevo alle spalle. Ventiquattrore di disfacimento meravigliosamente culminante  in una “hey Joe” versione jimi hendrixiana, goduta dalla prima all’ultima nota comodamente stravaccata su un divano non mio, anelando una superotto d’altri tempi per immortalare noi sognatori del 2008. che a Bertolucci gli facciamo un baffo.
Fulvia: “E adesso, tutti in vasca a farsi il bagno.”
Non so in quanti l’abbiano capita.
Vostra Fulvia, nella solita posizione nadu.

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sabato, 19 aprile 2008

Insolita

Ieri sera mi sono regalata un film non visto al Far East.
Ieri alle sei e mezza sono uscita di casa vestita a puntino pronta per l’apertura del suddetto Far East. Pronta per scroccare qualche taglio di vino gratis e qualche buona tartina con il caviale.
Ieri alle sette ero pigiata in mezzo a mille persone, con una borsa esageratamente grande addosso, tacchi alti rotti da mò e un ciuffo di capelli spostato a sinistra mentre di solito è a destra. Con un biglietto in tasca di Simone. Il MIO biglietto per lo spettacolo delle otto. Con un biglietto che nessuno sapeva esistesse. Perché non ho voluto dirlo. Non ho voluto dire che avevo già speso cinque euro per andare a vedere lo spettacolo delle otto. Che alle sette ero ancora convinta di andare a vedere. che dopo mi sono convinta di non andare più.
Ieri alle sette e mezza ero già al primo bianco e secondo rosso, senza niente in pancia, perché fare la fila per prendere da bere è una cosa nobile, spintonarsi per prendere del cibo è un po’ gretto. meglio farselo portare, oppure non mangiare proprio.
Ieri alle otto meno un quarto, quando Simone mi fa: “Andiamo a prendere le cuffie noi!” e io gli ho risposto: “Prendile anche per me, arrivo fra cinque minuti”…e alle otto meno dieci, quando gli ho scritto: “Voi entrate, dimmi dove vi sedete e vi raggiungo fra cinque minuti”…e alle otto meno cinque, quando lui mi ha scritto: “Il tuo biglietto ce l’ho io! Come facciamo?”…in tutti questi momenti già sapevo che non li avrei mai raggiunti in sala. Che la serata prometteva bene, che stavo bene e che non avevo intenzione di chiudermi a vedere un thriller cinese per quanto fico potesse essere, mentre fuori la vita andava avanti.
“Ma tu non l’avevi preso il biglietto?”
“No no.”
Sono proprio una disfatta.
Ed è stata insolita la serata che ne è venuta fuori.
Insolita ma sperata e desiderata da tempo. Proprio così, urlata, pianta e compianta, con le sue cadute e le sue risalite, le sue botte in testa e le mani tra i capelli, i suoi bicchieri scambiati, le sue facce alternate, la sua gente che va e quella che viene.
33cento.
Contarena.
Taverna dell’angelo.
Pioggia.
Alcol.
Vino bianco e rosso.
Vodka.
Mojito.
Mille cicche.
Musica in macchina che si mischia al rumore delle gocce sui vetri.
La convinzione di avere addosso un cappotto non mio. che in realtà era mio.
L’inconcludenza scomparsa, sostituita da quella joie de vivre che si basa sulle piccole cose, sui particolari, su una parola ogni cinquanta, su uno sguardo ogni cento.

“Comunque a parte gli scherzi ti devi dare una regolata con il bere.”

Comunque a parte gli scherzi dovrei darmi una regolata in un sacco di cose. Ma oggi non è giornata per piangere. Oggi Fulvia vuole essere contenta.

Postato da LaFulvia alle 13:58
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venerdì, 08 febbraio 2008

un'equazione sul negroni

C’è un vantaggio indubbio nell’essere una semi-alcolizzata. In certe situazioni, soprattutto dopo tre spritz aperol, un americano e due negroni a stomaco vuoto, puoi permetterti di fare tutto quello che ti pare. Non tanto perché la gente intorno a te tenderà a giustificarti per il fatto di essere ubriaca, ma soprattutto perché tu stessa tenderai a giustificarti dal momento che, da un certo punto in poi, non ti ricorderai più nulla. E’ una cosa che mi era capitata poche volte, quella di rimuovere totalmente intere mezzore della mia vita e, anche se con notevole rammarico pensando alle condizioni in cui sto vertendo, devo ammettere che non è affatto male. Mercoledì mattina mi sono svegliata con un occhio nero, una sbarretta degli occhiali completamente piegata, una puntina della lavagnetta di sughero sulla foto di Simone e un mal di testa da chilo. Certo, avevo voglia di piangere e mi sentivo una merda, ma la cosa ha avuto poco seguito. Certo, nel pomeriggio ho vegetato a letto per tre ore con nevralgia fulminante e costante desiderio di vomitare, ma con il senno di poi posso dire: è bello dimenticare. E’ bello dimenticare che stavo barcollando, che ho risposto a telefonate in cui ho detto cose senza senso alla gente, che sono probabilmente caduta in ascensore o dal marciapiede tornando a casa, che ho sicuramente mandato messaggi intimidatori a chiunque, che ho spaccato le scarpe rosse da eroinomane e che ho passato gli ultimi cinque minuti alla Tana del Luppolo (prima che Vale mi trascinasse di peso in macchina) a chiedere sigarette a chiunque per venti volte di seguito. Sì. Che bello. Il pensiero della revisione di Sorace che avrei dovuto avere (e in effetti ci sono andata, l’unica cosa positiva è che mi sono rifatta gli occhi con Cek) completamente cancellato dalla mente, come pure il fatto di aver mandato a fanculo Jun (preoccupantemente prima di aver ingerito qualunque quantità barra tipo di unità alcolica). Ad ogni modo, negroni = veleno = morte, c’è poco da fare. Un po’ come il God Father, o forse allo stesso livello, o forse per me di più. Considerando le ultime acquisizioni scientifiche apprese dal libro “Farmaci e sostanze”, di cui mi sto nutrendo negli ultimi giorni, penso che un negroni ti faccia passare la percentuale alcolica nel sangue direttamente dallo zero percento allo zero virgola due percento, corrispondente all’ubriachezza molesta. Considerando anche il fatto che lo zero virgola quattro percento corrisponde al rischio di morte (lo zero virgola uno allo stordimento e sensazioni piacevoli e lo zero virgola tre alla completa ubriachezza), suppongo che l’equazione prima scritta sia del tutto giustificata.
Cristo, mi odio quando sono ubriaca. Divento veramente insopportabile e fastidiosa. E’ un peccato, perché di base sarei una personcina deliziosa e anche mediamente intelligente ( a volte capita che lo sia, per la verità) e inficiare il mio sangue con unità alcoliche non è che propriamente migliori il mio appeal sociale. A parte che per le persone ubriache quanto o quasi o più di me. Che sono le persone di cui voglio circondarmi quando sono in certe condizioni, chissà perché. La mia ginecologa, ad esempio, non penso capirebbe. Oggi mi ha cazziata perché fumo.
“Lei fuma?”
“Sì.”
“Perché?”
Che cazzo di domanda è: perché fumo? E’ un po’ come chiedere: perché studi architettura? Boh. Oppure: perché scrivi? Boh. Oppure: perché ami una persona? Ma che cosa ne so. E poi una risposta alla domanda perché fumo ci sarebbe: fumo perché adovo sapere che mi fa male. Sì, sono scema.
E comunque quella ginecologa non capisce niente. Sono andata là per farmi prescrivere la pillola e non ha voluto darmela, girando con perizia attorno al discorso “mestruazioni irregolari” per indirizzarlo su un non ben identificato problema di contrazione del muscolo pelvico, una cosa che sinceramente potrei anche sopportare e che non mi ha mai disturbato più di tanto, ma lei ha detto che avere il muscolo pelvico contratto è come non mettere il sale nell’acqua e non sapere che ci va – quando poi assaggi la pasta con il sale ti si apre un mondo. Bah. Io il sale nell’acqua non ce lo metto mai apposta.

Postato da LaFulvia alle 11:40
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Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.

Questa è Fulvia

» mi piaci, ah ah
» una simil-vita
» Fulvia la solitaria senza brillante

Fulvia abita una società composta da

» rasputin
» la zecca
» le cose che mi hanno insegnato

Fulvia's love affairs

» quello che manca
» l'ammore questo folle sentimento
» cinica romantica
» la rabbia sobbalza

inutili oggetti del desiderio di Fulvia

» Accendini e braccialetti
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