giovedì, 31 luglio 2008

Bertolli e Santarosa

Ho aperto uno sportello dello sgabuzzino stamattina. C’erano tre bottiglie di olio extravergine Bertolli, tutte con un cartoncino intorno al collo. Erano dei cartoncini con la faccia dei protagonisti delle pubblicità televisive della Bertolli e della marmellata Santarosa. Ho pensato a mia madre che andava al supermercato e comprava quelle tre bottiglie. Poi ho guardato il resto che c’era nella dispensa. Scatolette di tonno, sughi pronti, Simmenthal. Ho pensato a mia madre che andava al supermercato e comprava tutte quelle cose. Che le accatastava nel carrello come l’ho vista fare mille volte da quando ho ricordo. Che va alla cassa, paga e torna a casa. Il più delle volte da sola. Che mette tutto nelle buste di plastica che carica in macchina. Non so perché, ma mi è venuto da piangere. L’ho rivista ieri, quando ha pianto almeno tre volte. L’ho rivista quando mi ha chiamata in camera sua e mi ha iniziato a fare il suo discorso sulla fiducia, sull’alcol, sulla droga, sul fatto che sono fragile, che non mi ha più sotto controllo, che non sa cosa faccio, che vuole che io stia bene e tutto il resto. La faccia invecchiata di dieci anni, o meglio, la faccia della cinquantasettenne che è, anche se di solito le daresti dieci anni di meno. Quel continuo “Dimmi che non devo preoccuparmi”, le continue allusioni a due, tre anni fa, che tanto lo so benissimo che non l’ha superato per niente quel periodo, che ancora non mi perdona di averle fatto quello che le ho fatto, e questo perché prende tutto come una questione personale, senza pensare che qualunque cosa io abbia fatto, l’ho fatta a me stessa e non a lei. Cazzo. Quando Monica mi diceva che non dovevo pensare a mia madre, sentirmi in colpa per lei e credere di fare un torto a lei, aveva ragione, ma come riesco a dirmelo quando mi ritrovo quella faccia davanti, quando so che non c’è niente di quello che lei mi chiede a cui posso rispondere come lei vorrebbe che rispondessi, a parte che non deve preoccuparsi, no che non deve, io sto bene, sto bene, sto bene, sto bene.
Sono una cogliona.

Postato da LaFulvia alle 16:57
I vostri commenti (3)
Rintracciabile in: famiglia, questioni di stato, droga, alcol, difesa personale, questa è fulvia

Permalink

sabato, 26 luglio 2008

autolesionismo etilico

Sono stordita. Ho un macigno al posto del cervello, le orecchie che mi fischiano e devo vomitare. Mi sento la pancia gonfia e mentre guardo l’orologio del cellulare mi domando come ho fatto a svegliarmi alle otto e cinquantaquattro. Me ne compiaccio, stamattina studierò, allora non sono proprio una merda. In realtà non mi sono svegliata da sola, mi ha chiamata Moba per dirmi di andare a prendere il Gio Style a casa dei miei perché uno solo non basta, e Sal ha dimenticato di portare il suo. Peccato che la cosa sia infattibile. Oltre al fatto che questo week end mio padre ha una gara a Volterra, non credo che anche se rimanessero a casa e il Gio Style fosse relegato inutilizzato nel suo angolo di armadio, me lo presterebbero. I miei non sanno per niente che domani andrò al Sunsplash e non devono saperlo. La tenda me la sono fatta dare con la scusa di doverla prestare ad Andreja.
Mi alzo dal letto. Tiziana non c’è, nemmeno Ivana e nemmeno quella rotta in culo di Patrizia. La casa è vuota, posso deambulare tranquillamente in mutande e in canottiera senza reggiseno. E bestemmiare un po’. Una volta non ero così. Una volta non bestemmiavo, dicevo poche volgarità e mi vestivo con le maglie che mi faceva mia nonna, quella che tra un po’ schiatta. Una volta non fumavo sigarette e non assumevo della droga. Una volta non bevevo come un’assassina spendendo tutti i soldi che mia madre mi passa al mese in unità etiliche. Una volta ero vergine, un po’ in generale.
Quando arrivo in cucina mi accorgo che in realtà sono le undici meno dieci. L’orologio del mio telefono evidentemente non funziona. Lo metto a posto mentre faccio avanti e indietro domandandomi per quale motivo mi faccia così male camminare. E mi fa male anche il braccio sinistro. Cazzo ho? Il mio riflesso sullo specchio mi dice che ho un gomito sfasciato e un ginocchio dilaniato. Le lenzuola del letto, che mi trascino a vedere mentre sto ancora cercando di mettere a posto l’ora del cellulare, mi confermano che stanotte ho perso del sangue. Non tanto, giusto un due macchie per far scena, mai come quando Sal si è svegliato con la testa praticamente aperta e in un lago di sangue semicoagulato.
Poco male. Mi preparo 200mml di latte scremato diluito con 400 mml di acqua, piazzo il misurino nel microonde e mi siedo in cucina aspettando il DLIN che mi avviserà che la mia colazione è pronta. Mi rendo conto che ultimamente le mie mattine tendono tutte a somigliarsi in modo abbastanza preoccupante. E questo perché non so che fra una settimana sarà  Ivana a ritrovarmi riversa sul pavimento del bagno, completamente addormentata e senza scarpe. Da quella volta non avrò più il coraggio di guardarla in faccia. Come mi farò mille imbarazzi a guardare Tiziana, la prima faccia conosciuta che riconoscerò quando aprirò gli occhi e mi renderò conto della gigantesca figura di merda che avrò fatto. Ma stamattina queste cose ancora non lo so. So solo che stanotte non mi ricordo come sono tornata a casa, che ero convinta di dormire con qualcuno mentre mi sono ritrovata da sola, che mi fa male la gamba a camminare e il gomito da piegare, che mia madre arriverà qua fra un’ora e dovrò inventarmi l’ennesima scusa.
Quando mi sono spaccata il labbro, a marzo, le ho detto che ero scivolata dai tacchi andando a fare la spesa. In realtà Vale mi aveva spinta giù da una macchina prima che io potessi scendere con le mie gambe.
Quando mi sono rotta il mento, a maggio, le ho detto che abbassandomi per prendere una cosa sotto il tavolo ho intercettato il pianale prendendolo per sotto. In realtà sono caduta da sola nel bagno della taverna durante la notte di Vicino Lontano in castello.
Quando ho dei morsi sul braccio le dico che sono sfoghi. In realtà sono semplicemente morsi sul braccio.
Quando mi faccio dei lividi sui fianchi le dico che sono caduta dal letto o ho urtato contro il comodino. Beh, e questa è la verità.
Oggi le dirò che sono caduta dalle scale venendole ad aprire il portone. Penserà che sono una disadattata, ma per quanto la riguarda, sempre meglio che alcolizzata.

Postato da LaFulvia alle 13:54
I vostri commenti (2)
Rintracciabile in: famiglia, autolesionismo, alcol, societas, difesa personale, a cosa servono i tag

Permalink

lunedì, 14 gennaio 2008

signori della corte, Fulvia è innocente

Specifichiamolo subito, prima di procedere ad alcun tipo di racconto della mia domenica. Io non ho fatto un emerito CAZZO ieri. E non perché non lo volessi, semplicemente NON HO POTUTO. Mi è stato impedito da forze superiori alle quali non potevo oppormi. Non è colpa mia, mi dispiace, sono scevra da qualsiasi senso di colpa per la mia totale nullafacenza di ieri. Per sostenere la mia tesi procederà all’esposizione dei fatti, signori della giuria, e mi atterrò ad essi nel modo più obiettivo che conosca, per favorirvi in una decisione imparziale.
Torno a casa alle dieci meno un quarto, già abbastanza rincoglionita a causa di una notte passata in un sacco a pelo dentro una stanza satura di bacilli di vario tipo e con una temperatura decisamente superiore a quella di benessere termoigrometrico, e trovo Ivana in atrio che mi fa:
“Ehi, attenta, abbiamo un’ospite.”
A parte l’ATTENTA, ecchè, penso, un gattino? Un criceto? Ivana la mia personale nana di corte è impazzita? O forse si riferisce a un ospite “indesiderato”, come quando un pipistrello era rimasto intrappolato nel cassonetto delle tapparelle a casa dei miei nonni.
“C’è un mio amico che dorme in camera mia…io ho dormito in camera di Patrizia.”
Bene, specifichiamolo subito, “io ho dormito in camera di Patrizia”, non sia mai che hai scopato con qualcuno, almeno ti rilasseresti un attimino e non saresti costretta a pulire casa il SABATO POMERIGGIO per calmarti (ma benedetta donna, leggiti un libro, guardati la tv, DORMI! Esci a fare un giro, ho capito che c’è un tempo di merda, ma piuttosto che stare chiusa qua a togliere la polvere e pulire pavimenti che ormai si staranno consumando…).
“Va be,”
Assolutamente non preoccupata dalla presenza estranea, mi avvio verso camera mia e dopo aver sbattuto contro la porta chiusa, riesco a entrarvi e uscirne vestita per casa e con libri e computer sottobraccio, piena di buone intenzioni per la giornata. Mi piazzo in sala e accendo il pc, dopodiché vado in cucina a farmi un caffè perché la mia colazione non può consistere in due Cuor di Mela, nonostante siano buonissimi e abbiano ben 50 chilocalorie l’uno, così mi preparo il mio orzo e caffè con 300 ml di acqua e 50 ml di latte scremato, zuccherati da un copioso cucchiaino di dolcificante. Mentre sto nel benessere psichico in cucina arriva Ivana a raccontarmi della sua verruca, dei suoi funghi e della sua presunta candida, nonché degli ovuli che si piglia la sera e la notte le si rompono e la bagnano tutta (QUESTA COSA ANCORA NON L'HO CAPITA), così è costretta a mettersi sempre l’assorbente. Il racconto va avanti per 20 minuti. Bene. Ottimo. Buonissimo il caffè e orzo comunque, eh.
Ben predisposta mi sposta nuovamente in sala, dove la mia nana mi blocca nuovamente per leggere l’unità didattica di italiano che le ho scritto ieri pomeriggio mentre cercavo di respingere psicologicamente i suddetti bacilli. Durata della revisione della mia PERFETTA unità didattica: 40 minuti, per arrivare alla conclusione, appunto, che è perfetta. Intanto sono le undici e, finalmente libera dalla malefica presenza, mi accingo a fare la ricerca di restauro 2, ma dopo aver copiato mezza facciata, ecco che si sveglia Stefano, ovvero l’ospite, un siciliano panciuto e calvo che mi assomiglia tanto a un personaggio di Zelig che or ora non mi viene in mente, ma non un BEL personaggio. Tanto per cominciare mi si piazza dietro commentando il fatto che stia copiando il libro, poi inizia a darmi pacche sulle spalle e infine, quando finalmente decide di uscire di casa a fare la spesa, mi saluta chiamandomi per nome. Lo odio.
Vista l’impossibilità di copiare restauro , dato che Ivana ha acceso la televisione su rai 2 per sentire Paolo Fox (esattamente alle ore unidici e trenta, quando è RISAPUTO che Paolo Fox la domenica inizia con la classifica dell’oroscopo alle dodici e un quarto), decido che forse sarebbe più indicato darmi ai disegni con cad di quella minchia di progetto della biblioteca che non tocco da almeno tre settimane se non quattro. Passa un’ora durante la quale riesco a malapena a finire un misero particolare che non so neanche se è giusto e di cui manca un prospetto, particolare, peraltro, copiato da internet. A mezzogiorno e ventisette, ovvero esattamente quando Fox sta parlando del MIO acquario in settimana posizione, mi chiama Maman.
“Pronto!”
“Ehi…aspetta alza un attimo…
“Cosa?”
“Niente…che ha detto? Giovedì che?
“Non dovevi venire a pranzo?”
“Sì mamma, infatti, stavo aspettando l’oroscopo di Paolo…come? Amore cosa? Lavoro che? Ripresa de che? Ehi Ivana, mi stai attenta per favore?”

IVANA; “Eh?”

Perché ho a che fare solo ed esclusivamente con mentecatti?
“Ma che cosa stai dicendo?”
“Niente, tanto è inutile. Sì arrivo fra mezzora.”
Ormai rassegnata a non capire niente del mio oroscopo settimanale, a parte una cosa che Fox dice alla fine con un sorriso a trentadue denti (“e dopo il 14 febbraio tutti gli acquario saranno pronti a dire come sono innamorato”, sì, grazie al cazzo, serve essere innamorati così, a prescindere…), mi vesto e mi reco alla residenza di campagna, dove Maman procede immediatamente a farmi una scannerizzazione completa con tanto di annusa mento capelli per capire il mio grado di tabagismo. Dopo aver salutato Gestapo a monosillabi mi attacco ad Alice ADSL per scaricare le immagini per l’unità didattica di Ivana, scrivere una mail al buon Bonometto dove gli spiego per la dodicesima volta che se non trova la voce su Wikipedia non è colpa mia, non è colpa di Wiki, ma solo ed esclusivamente sua, chatto con Ale facendomi elencare la quantità indecente di tavole che Pratelli vuole per l’esame, scarico foto del Palazzo Arcivescovile, mi mangio un panzerotto che ha fatto Suze la sera prima, mi incazzo con lo scanner perché non va, parlo con Jun al telefono, mi faccio un cappuccino con la macchinetta del caffè, mi sento male, vegeto davanti a Buona Domenica, mi riconnetto a internet ecc ecc, fino alle cinque, quando Jun passa a prendermi con la SUA macchina fotografica, visto che la mia è stata rotta (non da me) l’ultimo dell’anno.
Vestita come una barbona (strano) e truccata meno di zero, ci rechiamo al suddetto Palazzo Arcivescovile per fare le benedette foto agli affreschi del Tiepolo (sempre per restauro2), moderatamente convinte che le foto non ce le faranno MAI fare e mediamente mal predisposte a pagare tre euro di ingresso a cranio. Il tempo eccessivamente uggioso non migliora la situazione, come non la migliora il fatto che il custode del palazzo arcivescovile è uno strano personaggio incredibilmente somigliante al critico di cucina di Ratouille, che viene a prenderci praticamente dalla strada per farci entrare, ci toglie l’ombrello di mano e ci strappa due biglietti senza che noi diciamo nemmeno “salve”. Dopo quindici minuti di ci-ci ci-cio riusciamo a convincerlo a farci fare le stramaledette  foto e passiamo i quaranta minuti successivi a cercare COSA fotografare, impresa quasi impossibile dal momento che gli affreschi di Tiepolo stanno in mezzo ad altri quattromila affreschi di artisti più o meno sconosciuti di cui francamente non poteva fregarmene niente di meno. Tuttavia, bello il Palazzo Arcivescovile. A fine operazione passano altri quindici minuti di conversazione forzata con il critico di Ratouille, durante i quali continua a blaterare qualcosa sul fatto che devo portargli il cd con le foto, che a lui i bambini mandano le poesie e sul fatto che dobbiamo assolutamente andare a sentire un concerto di Giovanni Allevi. Bene.
Nel frattempo ha finito di piovere, per l’ora e mezza successiva io e Jun bazzichiamo le strade scivolose di Udine cercando: un paio di stivali per Jun, una gonna o un paio di bermuda per Jun, un cappuccino con la panna per me, un senso alla vita, un riflesso alle vetrine che ci confermi che siamo fighe, cosa per me piuttosto impossibile viste le mie oggettive pessime condizioni di cui prima.

Un attimo…come sarebbe a dire che si rimanda il giudizio alla prossima udienza? Non ho ancora finito…

Postato da LaFulvia alle 14:32
I vostri commenti
Rintracciabile in: difesa personale

Permalink

Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.

Questa è Fulvia

» mi piaci, ah ah
» una simil-vita
» Fulvia la solitaria senza brillante

Fulvia abita una società composta da

» rasputin
» la zecca
» le cose che mi hanno insegnato

Fulvia's love affairs

» quello che manca
» l'ammore questo folle sentimento
» cinica romantica
» la rabbia sobbalza

inutili oggetti del desiderio di Fulvia

» Accendini e braccialetti
» shopping e matrimoni

Fulvia in occasioni particolari

» il natale di fulvia
» la festa della donna

I vizi di Fulvia: l'alcool

» un'equazione sul negroni
» autolesionismo etilico

I vizi di Fulvia: le droghe

I vizi di Fulvia: il cibo

I vizi di Fulvia: il sesso

» io sono alle seychelles

I vizi di Fulvia: il lavoro

» mi licenzio dal bar
» obiettivo: fallire
» ghost writing

I vizi di Fulvia: il denaro

» come buttare via i soldi 1

Le mirabolanti avventure di Ivana la pechinese

» gli esami di ivana 1
» l'amore ai tempi di ivana
» sul pianeta parapalla
» chi non ci prova con Ivana...

Antidoto di cultura a questo blog

» Robert Desnos
» Eluard e Breton
» Efraim Medina Reyes
» inchiesta sulla sessualità

Link

Contatore

*loading*

Archivio

oggi
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007

Categorie

a cosa servono i tag
alcol
ammmore
autolesionismo
bauhaus
bidet
cash
copiature
cultura
difesa personale
droga
famiglia
gli assunti
infanzia
inutili oggetti del desiderio
invidia
lavorare stanca
letture
natale
parole sante
pippe
poesie minime
questa è fulvia
questioni di stato
razzismo
ri-flessioni specchiate
risotto
scripta manent
sfigaggine
societas
surrealismo
un nano alla mia corte
velleità
verba volant
vita dìappartamento

Feeds

Fanlist

Inserisci qui la tua fanlist!

Credits

ArancioGrafica o ArancioMacchia che dir si voglia per il template. Jordi Labanda per l'immagine. Splinder e Altervista per l'hosting.