domenica, 28 settembre 2008

la mamma ha sempre ragione

Tanto tempo che non scrivo su questo blog. Tanto tempo che penso a cosae belle, o che sarebbe bello scrivere e basta, e non trovo mai un abbastanza disteso lasso di tempo da dedicarci. Pazienza, confido che quando avremo attivato l'adsl in appartamento sarà tutto più semplice. Potrò connettermi quando vorrò e scrivere quando mi verrà l'ispirazione, senza dover aspettare di passare in Domus o di aver voglia di ricnchiudermi in qualche puzzolente aula Internet di qualche puzzolente sede universitaria.
Domani ricominciano i corsi, anche se io li ricomincerò giovedì, è rassicurante sapere che avrò qualcosa da fare e qualcosa che mi obbligherà a svegliarmi presto la mattina (almeno il giovedì e il venerdì) e quindi ad andare a dormire relativamente presto la sera. Le vacanze sono finite. Capitolo chiuso. Ora iniziano l'impegno e la dedizione. per concretizzare qualcosa di questa vita allo sbaraglio che ho condotto da qualche tempo a questa parte. Gambe in spalla e testa sulle spalle (troppo peso hanno da sostenere queste spalle) e via. Il segno inequivocabile dell'inizio della nuova stagione è stato dato da quel noto profumo che sento ogni anno nell'aria in questo periodo. Sono anni che vado in fissa con questo profumo, inebriandomene appena me nearrivi una sola piccola zaffata, e ancora non so cosa sia con precisione. E' odore di fiori misto ad aria fresca misto a resine, ogni volta che lo sento è come un dejà-vùu, un misto di profumi e odri già sentiti che si combinano in una fusione esplosiva che BAM mi riempie le narici e i polmoni (e fa bene un po' di sano profumo ai miei polmoni corrosi dal fumo).
Da almeno due settimane a questa parte non riesco a stare un giorno senza piegarmi in due per il mal di pancia. Simone dice che è per via dell'alcol e della mia scorretta alimentazione, Maman dice che è per via del nervosismo e della mia scorretta alimentazione (perchè mangio schifezze, sostiene. Il che non è assolutamente vero. Non mangio più schifezze da un sacco di tempo). Io sono propensa a dare ragione a Maman. Perchè la mamma ha sempre ragione!

Postato da LaFulvia alle 14:04
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lunedì, 15 settembre 2008

il tempo scorre, parte ennesima

Pare incredibile. Il tempo scorre, prendo decisioni fondamentali nella mia vita, cerco di non sbronzarmi più di tanto, e poi mi viene il mal di pancia. Naturale. L'altro giorno, per completare un perfetto trittico di giorni all'insegna della sbarbataggine, i miei occhi hanno deciso di prendersi un ottimo colpo d'aria e dare definitiva forfait. In pratica andavo in giro per Udine con un paio di occhiali da sole gentilmente concessimi da Marika, incapace di vedere al di là del mio naso (seppur piuttosto piccolo in dimensioni), chiedendomi quando sarebbe arrivato il momento in cui avrei attraversato una strada e una macchina mi avrebbe presa sotto. Nel frattempo ero al telefono con mia madre e le dichiaravo solennemente  (naturalmente dopo aver fatto la piaga per almeno venti minuti sulle mie pessime condizioni di salute all'apparato lacrimale) che non avrei dato esami a settembre. Cosa che non solo si sarebbe rivelata impossibile da un punto di vista mentale, ma anche da un punto di vista pratico. Ovviamente la mia felicità di avere altre due settimane di scazzo deliberato prima dell'inizio dei corsi è stata abbattuta da due sorprendenti e disarmanti notizie: 1) la mia amica tutor Maria Letizia (che non è la tutor del CEPU, anche se forse ne avrei bisogno) mi ha annunciato che devo sbobinare due interviste entro metà di questa settimana, incombenza fastidiosa, nauseante e pressochè inutile, infatti la delega a me; il tutto perchè dobbiamo partecipare a un concorso sulla fotografia che scade a gennaio e "gennaio è dietro l'angolo", parole sue, quindi devo muovermi; 2) l'architetto per cui sottopagata lavoro mi ha chiamata per dirmi che ha del materiale su cui farmi lavorare, notizia ottima dal punto di vista finanziario (anche se paga un rosso e un nero, comunque paga), ma deleteria dal momento che giovedì inizia il Friuli Doc e quindi non so quanto potrò essere attiva, anche considerando che ultimamente non sono attiva nemmeno da sobria.

Da sottolineare, comunque, una notizia parecchio buona. La ginecologa si è dichiarata sconfitta e ha chiamato a casa dei miei per sapere dove straminchia fossi finita e, soprattutto, se ero ancora viva. Mia mamma ha risposto dicendo che ero in vacanza alle Hawaii e che avrei richiamato quando fossi tornata, anche perchè non avevo ancora fatto le analisi e quindi una visita sarebbe stata inutile e superflua. Maledetta lei e il suo forcipe (la ginecologa, non mia madre). Tanto più che pare che pure mamma si sia accorta della discreta incopetenza del soggetto, o quantomeno della sua spavalda spavalderia nel dichiarare che è la luminare europea del muscolo pelvico. Secondo la mia ginecologa, infatti, i problemi di ogni donna derivano dalla contrazione di quest'ultimo, un fenomeno che accade praticamente nel 75 percento delle donne e quindi, se fossi in lei, inizierei a considerare il mio concetto di "normalità della condizione del muscolo pelvico". Le ultime nuove riguardano infatti la presunta contrazione sia di mia sorella che di mia zia paterna (siamo state tutte date in pasto alla medesima dottoressa, da mia madre, l'unica della famiglia ad essere "rilassata"), che sono state quindi gentilmente invitate dalla dotta donna a sottoporsi a un ciclo di sedute psicologiche e di fisioterapia della patata.  Una cosa veramente piacevole, che credo possa piacere solo a Ivana, che quando ai tempi venne a conoscenza della cosa, esordì con un fine "almeno ti fanno godere gratis!". Grazie Ivana delle tue solite uscite piene di buon gusto (e non Buon Gusto l'alcool, magari).

Un ultimo paragrafo per concludere questo inutile quanto delirante post. La vita nel nuovo appartamento scorre ormai priva di scorie da due settimane. Considerando che Pierino si è visto in totale due giorni su quindici, possiamo dire che gli unici abitanti della fattoria siano per ora me medisima Fulvia, Simone e Moba. Nonostante questo abbiamo già raggiunto discreti livelli di fallimento, facendoci recapitare una lettera di lamentele dei vicini (che occupava tutto un A4, naturalmente è stata fieremente appiccicata al frigorifero), allagando le camere dove avevamo lasciato le finestre aperte il giorno della bufera, rompendo già discreti metri quadri di intonaco cercando di appicciarci dei chiodi, finendo discrete quantità di alcool in tempi piuttosto dignitosi, cadendo già due volte dalle scale (io) e lasciando che innumerevoli cavallette giganti si impossessassero di interi lotti di casa suscitando la mia disapprovazione e disgusto. Ciò che mi perplime maggiormente, comunque, è il fatto che in due settimane ancora nessuno si sia preso la briga di dare una pulita generale al tutto, che comunque sta mantenendo un discreto livello di igiene dal momento che abbiamo deciso che vige la regola "dove si sporca si pulisce tutto" (il che è reso possibile dal posizionamento di strategiche spugnette praticamente in ogni angolo della casa). In realtà aspettiamo la gente che ospiteremo per il FRiuli Doc, che si sdebiterà regalandoci una repulitio generale della casa intera. Grazie in anticipo.

Postato da LaFulvia alle 14:03
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giovedì, 31 luglio 2008

Bertolli e Santarosa

Ho aperto uno sportello dello sgabuzzino stamattina. C’erano tre bottiglie di olio extravergine Bertolli, tutte con un cartoncino intorno al collo. Erano dei cartoncini con la faccia dei protagonisti delle pubblicità televisive della Bertolli e della marmellata Santarosa. Ho pensato a mia madre che andava al supermercato e comprava quelle tre bottiglie. Poi ho guardato il resto che c’era nella dispensa. Scatolette di tonno, sughi pronti, Simmenthal. Ho pensato a mia madre che andava al supermercato e comprava tutte quelle cose. Che le accatastava nel carrello come l’ho vista fare mille volte da quando ho ricordo. Che va alla cassa, paga e torna a casa. Il più delle volte da sola. Che mette tutto nelle buste di plastica che carica in macchina. Non so perché, ma mi è venuto da piangere. L’ho rivista ieri, quando ha pianto almeno tre volte. L’ho rivista quando mi ha chiamata in camera sua e mi ha iniziato a fare il suo discorso sulla fiducia, sull’alcol, sulla droga, sul fatto che sono fragile, che non mi ha più sotto controllo, che non sa cosa faccio, che vuole che io stia bene e tutto il resto. La faccia invecchiata di dieci anni, o meglio, la faccia della cinquantasettenne che è, anche se di solito le daresti dieci anni di meno. Quel continuo “Dimmi che non devo preoccuparmi”, le continue allusioni a due, tre anni fa, che tanto lo so benissimo che non l’ha superato per niente quel periodo, che ancora non mi perdona di averle fatto quello che le ho fatto, e questo perché prende tutto come una questione personale, senza pensare che qualunque cosa io abbia fatto, l’ho fatta a me stessa e non a lei. Cazzo. Quando Monica mi diceva che non dovevo pensare a mia madre, sentirmi in colpa per lei e credere di fare un torto a lei, aveva ragione, ma come riesco a dirmelo quando mi ritrovo quella faccia davanti, quando so che non c’è niente di quello che lei mi chiede a cui posso rispondere come lei vorrebbe che rispondessi, a parte che non deve preoccuparsi, no che non deve, io sto bene, sto bene, sto bene, sto bene.
Sono una cogliona.

Postato da LaFulvia alle 16:57
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sabato, 26 luglio 2008

autolesionismo etilico

Sono stordita. Ho un macigno al posto del cervello, le orecchie che mi fischiano e devo vomitare. Mi sento la pancia gonfia e mentre guardo l’orologio del cellulare mi domando come ho fatto a svegliarmi alle otto e cinquantaquattro. Me ne compiaccio, stamattina studierò, allora non sono proprio una merda. In realtà non mi sono svegliata da sola, mi ha chiamata Moba per dirmi di andare a prendere il Gio Style a casa dei miei perché uno solo non basta, e Sal ha dimenticato di portare il suo. Peccato che la cosa sia infattibile. Oltre al fatto che questo week end mio padre ha una gara a Volterra, non credo che anche se rimanessero a casa e il Gio Style fosse relegato inutilizzato nel suo angolo di armadio, me lo presterebbero. I miei non sanno per niente che domani andrò al Sunsplash e non devono saperlo. La tenda me la sono fatta dare con la scusa di doverla prestare ad Andreja.
Mi alzo dal letto. Tiziana non c’è, nemmeno Ivana e nemmeno quella rotta in culo di Patrizia. La casa è vuota, posso deambulare tranquillamente in mutande e in canottiera senza reggiseno. E bestemmiare un po’. Una volta non ero così. Una volta non bestemmiavo, dicevo poche volgarità e mi vestivo con le maglie che mi faceva mia nonna, quella che tra un po’ schiatta. Una volta non fumavo sigarette e non assumevo della droga. Una volta non bevevo come un’assassina spendendo tutti i soldi che mia madre mi passa al mese in unità etiliche. Una volta ero vergine, un po’ in generale.
Quando arrivo in cucina mi accorgo che in realtà sono le undici meno dieci. L’orologio del mio telefono evidentemente non funziona. Lo metto a posto mentre faccio avanti e indietro domandandomi per quale motivo mi faccia così male camminare. E mi fa male anche il braccio sinistro. Cazzo ho? Il mio riflesso sullo specchio mi dice che ho un gomito sfasciato e un ginocchio dilaniato. Le lenzuola del letto, che mi trascino a vedere mentre sto ancora cercando di mettere a posto l’ora del cellulare, mi confermano che stanotte ho perso del sangue. Non tanto, giusto un due macchie per far scena, mai come quando Sal si è svegliato con la testa praticamente aperta e in un lago di sangue semicoagulato.
Poco male. Mi preparo 200mml di latte scremato diluito con 400 mml di acqua, piazzo il misurino nel microonde e mi siedo in cucina aspettando il DLIN che mi avviserà che la mia colazione è pronta. Mi rendo conto che ultimamente le mie mattine tendono tutte a somigliarsi in modo abbastanza preoccupante. E questo perché non so che fra una settimana sarà  Ivana a ritrovarmi riversa sul pavimento del bagno, completamente addormentata e senza scarpe. Da quella volta non avrò più il coraggio di guardarla in faccia. Come mi farò mille imbarazzi a guardare Tiziana, la prima faccia conosciuta che riconoscerò quando aprirò gli occhi e mi renderò conto della gigantesca figura di merda che avrò fatto. Ma stamattina queste cose ancora non lo so. So solo che stanotte non mi ricordo come sono tornata a casa, che ero convinta di dormire con qualcuno mentre mi sono ritrovata da sola, che mi fa male la gamba a camminare e il gomito da piegare, che mia madre arriverà qua fra un’ora e dovrò inventarmi l’ennesima scusa.
Quando mi sono spaccata il labbro, a marzo, le ho detto che ero scivolata dai tacchi andando a fare la spesa. In realtà Vale mi aveva spinta giù da una macchina prima che io potessi scendere con le mie gambe.
Quando mi sono rotta il mento, a maggio, le ho detto che abbassandomi per prendere una cosa sotto il tavolo ho intercettato il pianale prendendolo per sotto. In realtà sono caduta da sola nel bagno della taverna durante la notte di Vicino Lontano in castello.
Quando ho dei morsi sul braccio le dico che sono sfoghi. In realtà sono semplicemente morsi sul braccio.
Quando mi faccio dei lividi sui fianchi le dico che sono caduta dal letto o ho urtato contro il comodino. Beh, e questa è la verità.
Oggi le dirò che sono caduta dalle scale venendole ad aprire il portone. Penserà che sono una disadattata, ma per quanto la riguarda, sempre meglio che alcolizzata.

Postato da LaFulvia alle 13:54
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sabato, 28 giugno 2008

le cose che mi hanno insegnato

Ho passato un’infanzia in cui fino ai cinque anni non mi ricordo di mia madre,a parte durante le vacanze. All’asilo mi ci portava mio padre, perché Maman doveva partire di casa alle sette di mattina per andare a insegnare a Gonars o in qualche altro paesino sperduto della Bassa Friulana per cui ci volevano almeno tre quarti d’ora di strada in estate e un’ora e mezza in inverno quando c’era la nebbia, o aveva nevicato, o c’erano le strade ghiacciate. Quando mi svegliavo prima che fosse partita mi mettevo a piangere come una disperata e mi attaccavo ai suoi pantaloni finchè non mi sbatteva la porta d’ingresso in faccia lasciandomi distesa per terra, ad affogarmi nelle mie lacrime. Allora mio padre veniva a tirarmi su e mi portava nel lettone finchè non era ora di lavarmi e vestirmi per andare all’asilo. In quel quarto d’ora di tregua mi insegnava cose molto utili, come fare le puzze sotto le coperte e poi annusarle, oppure la filastrocca di Apelle figlio di Apollo, che non conosceva nemmeno lui fino alla fine, o la storia del pesce rosso che finiva irrimediabilmente male; a volte il pesce saltava fuori dalla vasca e moriva, altre volte i suoi padroni si dimenticavano di dargli da mangiare e moriva, oppure gli mettevano un altro pesce più grosso nella vasca e quello rosso veniva mangiato dal nuovo arrivato. Si finiva sempre che arrivavo tardi all’asilo, con un calzetto diverso dall’altro o senza essere pettinata, rischiando la vita perché mio padre metteva la quinta per via Cividale tentando di farmi arrivare penultima e non proprio ultima. Naturalmente non mi accompagnava mia dentro, così ero sempre io che le sentivo dalla suora quella che sembrava un uomo e aveva la sensibilità di un brontosauro. Alle quattro andavo dai miei nonni, che abitavano a trecento metri dall’asilo; durante la ricreazione li salutavo dal cortile, loro erano sempre in terrazza cercando di individuarmi tra la folla di grembiuli bianchi. Io ero quella con il casco di capelli neri che si rotolava giù la collinetta e si prendeva le altalene in bocca quando spingeva le sue amiche. A pranzo chiedevo sempre il bis, dopo mezzo anno suor Ugolina (triste nome per una suora cuoca) veniva a riempirmi per la seconda volta il piatto senza neanche chiedermi. Dopo pranzo ci mettevano tutti nel dormitorio, mentre una delle suore si sedeva in un angolo a ricamare. Non ho mai capito l’utilità del riposino pomeridiano dalle due alle tre, su quelle brandine insulse su cui non ti potevi nemmeno girare che cigolavano. Io non dormivo mai, parlavo con i miei vicini di branda finchè la suora non veniva a intimarmi di stare zitta, dopodiché iniziavo a rigirarmi a destra e a sinistra facendo un baccano infernale finchè la suora non veniva a intimarmi di stare ferma. Al che le soluzioni erano due: o fissavo il soffitto per i rimanenti dieci minuti, o mi rimettevo a parlare, oppure mi facevo la pipì addosso. Quest’ultima opzione si è fortunatamente verificata poche volte, sennò sarei finita come Giacomo, il bambino che se la faceva sotto ogni giorno e la suora-brontosauro un giorno ha preso la sua brandina sporca, e l’ha messa in mezzo alla sala giochi, al pubblico ludibrio. Odiavo Giacomo, non mi faceva vedere il suo libro di Red e Toby e mi tirava su la gonna. All’asilo volevo sempre e solo la gonna, se il padre mi imponeva di mettermi i pantaloni mi imputavo e non volevo uscire di casa. Cinque anni dopo mi impuntavo e non volevo uscire di casa se Maman mi imponeva di mettermi la gonna. Dopo l’asilo non ho più messo una gonna per andare a scuola fino alla seconda media, nel giorno della gonna, in cui tutte e sei noi sfigata in una classe con altri venti maschi, avevamo deciso che era il momento di imporre la nostra femminilità. Io, anche con la gonna, sembravo un maschio tarchiato ugualmente.
Nonostante tutto, comunque, mia madre ha avuto modo di insegnarmi due cose fondamentali nel periodo della mia prima infanzia- Una delle prime cose è stata come mangiare il risotto. Una volta versato nel piatto, rigorosamente fondo come si conviene ad ogni primo, bisogna spalmarlo bene su tutta la superficie e poi iniziare a mangiarlo dai bordi, perché si raffredda più velocemente. Io naturalmente iniziavo sempre dal centro, realizzando dei disegni astratti che avranno voluto dire qualcosa, o probabilmente non volevano dire niente. Ieri mangiando il riso alla milanese, un tipo di risotto che non mi è mai piaciuto in vita e probabilmente continuerà a non piacermi, ho iniziato a mangiarlo dai bordi, così, in automatico, e devo dire che non dà altrettanta soddisfazione che iniziare dal centro.
Un’altra cosa che mi ha insegnato mia madre, ma non ricordo assolutamente il momento in cui l’ha fatto, è da che parte farmi il bidet, cioè da davanti. Questo insegnamento mi si è radicato talmente che fino a poche settimane fa ero convinta che il mondo (o almeno, quella parte di mondo che è consueta utilizzare il bidet) facesse il bidet da davanti; invece ho scoperto che la popolazione si divide in due grandi categorie, esattamente per il cinquanta e il cinquanta percento. C’è chi si fa il bidet da davanti e c’è chi si fa il bidet da dietro. Sinceramente non riesco a capire la tecnica con cui qualcuno possa farsi il bidet da dietro, ma mi impegnerò per comprendere anche questa metà di popolazione, un giorno, chissà quando. Mia madre è rimasta sconvolta quando le ho detto che c’è gente che si fa il bidet da dietro, d’altra parte io l’ho scoperto a ventiquattro anni e le a cinquantasette.

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sabato, 31 maggio 2008

ahi ahi ahi ahi ahi ahi gelosia la gelosia

Non potevo uscire di casa per via della tonsillite. Il dottore mi aveva imposto di starmene chiusa tra le mure domestiche per almeno due settimane, senza prendere nemmeno un alito di aria esterna. Era mezzogiorno e mezza, Maman era appena uscita dslla porta per andare a fare la spesa al despar vicino casa. Faceva caldo, erano i primi giorni di giugno, ma la luce esterna era opaca e grigiastra. Dalla finestra della cucina eravamo sempre riusciti a vedere il giardino del signor Eustacchio, il vecchio che ci aveva venduto il terreno su cui avevamo costruito casa; al posto di casa nostra una volta c'era un cortile grandissimo e uno stagno per le papere in mezzo. C'erano anche le papere. Adesso, al posto della stagno, c'era il nostro garage. E anche al posto delle papere. Anche quella mattina riuscivo a vedere il giardino del signor Eustacchio dalla finestra della cucina.

Me ne stavo con la punta del naso appiccicata al vetro, attenta alle mosse di quella bambina di quattro anni che correva su e giù tra i cipressi e la folsizia, tenuta sott'occhio da Luciano, il compagno della figlia del signor Eustacchio. La bambina non era loro figlia, Luciano e la Eustacchia erano troppo vecchi; la Eustacchia aveva una figlia di vent'anni di nome Sara avuta dal precedente matrimonio con un uomo che non avevo mai visto. Una volta Sara,che abitava sempre lì con gli Eustacchi e Luciano,  mi aveva accompagnata in camera sua; era stretta e lunga, con una finestra con gli scuri e le tende bianche lunghe fino a terra. Sui muri aveva dei poster di Beverly Hills. Non mi era piaciuta camera sua, alla fine Sara non mi era mia piaciuta e non mi piacevano nemmeno gli Eustacchi, anche se una volta il vecchio Eustacchio mi aveva portata nel suo laboratorio e lì mi ero divertita; puzzava di acqua ragia e colla.

Ad un certo punto era comparsa Maman, appena uscita dal garage dove aveva recuperato la bici per andare a fare spesa. Attraverso la rete che divideva il giardino degli Eustacchio dal nostro piazzale in porfido, Maman parlava vicina vicina alla bambina di quattro anni, rideva e le prendeva le mani piccole nelle sue. E io ero in cucina. Chiusa dentro. E non potevo uscire e non potevo fare niente e non potevo andare lì e urlare "Mamma, sei mia mamma, lascia stare questa qui, falle a me le coccole che sto male e non posso andare a correre in giardino!". Non potevo farlo, volevo farlo, ma non l'ho fatto. Perchè se fossi uscita me le sarei sentite. Così sono rimasta lì a guardare senza farmi vedere. E' un'arte che poi ho affinato con il tempo. Sono rimasta incollata al vetro finchè mia mamma non è effettivamente uscita dal cancello per andare al supermercato, finchè non rientrata, finchè non è arrivata in cucina con le borse della spesa e ricoperta di sudore.

"Che ci fai ancora lì?"

"Chi era quella bambina di prima?"

"La nipote di Luciano."

"Perchè sei stata tanto con lei?"

"Oh, Fulvì, ti prego, era piccola e carina. Adesso vai di là, mi fai il piacere? Mi inquieti lì davanti e poi prendi i soffi d'aria."

E' stata la prima volta che ho sperimentato la gelosia.

Postato da LaFulvia alle 21:07
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mercoledì, 28 maggio 2008

geneticamente modificata

Sono cresciuta in una famiglia in cui dire "ti voglio bene" è sempre stato considerato superfluo e imbarazzante.La prima volta che mia madre mi ha detto "ti voglio bene" è stata quella sera in cui sono tornata a casa e ho iniziato a dare calci e pugni a qualunque cosa, mi sono chiusa in camera e ho cominciato a piangere tremando come si vede nei film. Mi ha allungato mezzo Pasaden del padre e, più per effetto placebo che per i veri effetti del calmante, mi sono addormentata con lei che mi accarezzava i capelli ripetendomi che mi voleva bene e che dovevo contare su di lei. Avevo ventun anni. Mia madre mi ha sempre accarezzato i capelli per farmi calmare, i capelli e la pelle nuda delle braccia e dalla schiena, mi metteva una mano sotto la maglia del pigiama e mi faceva i grattini sulla pancia. Era il suo modo per dirmelo. Questo ho imparato. La prima volta che mio padre mi ha detto "ti voglio bene" non c'è mai stata. Mio padre non ha mai avuto una parola d'affetto, si è sempre solo limitato a quei piacevoli insulti di cui sentirò rimbombare le orecchie fino a quando il mio cervello non sarà troppo distrutto per ricordarli: ignorante, cicciona, cesso,  stronza, succhiasangue, perdigiorno, poco seria, debosciata, ingrata, inutile, fino ad arrivare al classico "se esci da quella porta non sei più mia figlia". Io l'ho fatto, sono uscita dalla porta e sono ancora sua figlia. Tuttavia credo sia ancora convinto del mio essere stronza succhiasangue perdigiorno poco sera debosciata inutile e ingrata. Mia madre dice che è il suo modo per dimostrare l'affetto che ha per me, e che pensa che se lo facesse in altro modo (e l'altro modo sono le parole) perderebbe quel ruolo di superiorità datogli dalla presunta assenza di sentimenti. Da mio padre ho ereditato questa convinzione inconscia. A parole non ho mai detto "ti voglio bene" a nessuno, pensavo fosse perchè in effetti non gliene volevo o perchè dicendolo senza essere certa che dall'altra parte ci fosse un uguale riscontro avrei degenerato i rapporti o perchè credevo fosse semplicemente inutile. Non era per quello. O forse sì, era anche per questi motivi, ma il dilemma fondamentale è che la mia gola è geneticamente modificata in modo da non riuscire a emettere i suoni "ti" "voglio" e "bene" vicini, per dare forma a una frase di senso compiuto. Vorrei farlo. Ma non ci riesco. E' come  la favola della principessa che non riusciva a ridere. Non ci riesco. Posso dimostrarlo in mille modi, pensarlo cercando di rendere il mio pensiero il più rumoroso possibile, nella speranza che almeno quello venga sentito. Posso condensarlo in una lacrima o inciderlo con le unghie, muovere le bocca come se lo dicessi, impastarlo con un cucchiaio di legno nella pasta frolla dei biscotti, sopportare, sorridere, perdonare e farlo senza fatica, perchè non mi costa fatica, me ne costerebbe se bene non volessi. Ma dirlo mi risulta impossibile, sarebbe fare un passo troppo in là per me, un'ammissione a me stessa che nell'ottica paterna (e purtroppo anche mia) mi renderebbe definitivamente vulnerabile. Così accendo e spengo ogni cinque minuti la mia macchina fotografica, per guardare una foto rosa seppia che a me piace più di tutte le altre.

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giovedì, 03 aprile 2008

i propositi dei tredici anni (quasi una canzone dei baustelle potrebbe essere)

Si ricorda ancora di quando a tredici anni è venuta a sapere come funzionava il sesso. A scuola le Ragazzine Insopportabili presenti in ogni classe in percentuale più o meno variabile continuavano a fare penose battutine del tipo "Tania morbida che scopa in mano" o cose sui generis, e lei sorrideva, per non sembrare una totale sprovveduta  cretina ignorante. la solita secchia che non conosce niente di più che quello che sta scritto nei libri di storia e  matematica.
All'asilo pensava che i bambini uscissero dall'ombelico, poi era venuta a sapere, beh, che uscivano da un'altra parte. E fin lì tutto okay. Però non riusciva proprio a capire COME potessero essere concepiti, sapeva che c'entrava il sesso, ma la domanda fondamentale era: cos'è il sesso? E soprattutto, gli uomini e le donne, gli ADULTI, lo fanno solo per fare i bambini, vero? E invece no.
Quella sera, a cena, suo padre non c'era. Capitava spesso quando ancora lavorava, quando non era ancora andato in "immobilità" e magari doveva stare a Milano per tre giorni, o a Padova, o in Toscana - chennesapeva lei, l'importante era che dormisse fuori, così lei poteva andare nel lettone, la notte. Chissà quale altra battutina con il doppio senso avevano fatto le Ragazzine Insopportabili quel giorno, fatto sta che Fulvia aveva deciso di chiedere a sua madre com'è che funzionava il sesso - l'aveva fatto imbarazzata, perchè si portava quel peso da troppo tempo.
Un peso che risaliva a due estati prima, quando a casa della nonna, chiusa in camera perchè sennò faceva rumore (rumore?quale rumore?le uniche volte che ansima ancora adesso sono nel sonno, senza accorgersene, menomale che c'è Tiziana che la avverte, la mattina dopo, e lei vorrebbe sotterrarsi), aveva immaginato di "farlo" con il maggiordomo (oh, non fateci caso, c'era tutta una strana storia dietro, lei era una marchesa e suo marito era via e il maggiordomo era molto carino, così...poi suo marito tornava e li scopriva a letto insieme, le solite storielle da Il Bello Delle Donne, insomma). Ovviamente non era successo niente. si era limitata a spogliarsi completamente e ad accarezzarsi ovunque, a dare baci al cuscino eccetera eccetera. Una bambina abbastanza precoce con accenni innocenti di masturbazione. Durante i mesi successivi, tornata a casa, improvvisava a suo parere arditi spogliarelli davanti allo specchio del bagno, il tutto in onore di un pascià turco che, viste le sue doti sensuali e le sue prodezze ballerine (attenzione!), subito la implorava di entrare a far parte del suo harem. Questi giochi diventavano sempre più frequenti, come il fermarsi davanti allo specchio dopo essere uscita dalla doccia, esplorando con gli occhi un corpo nudo che non riconosceva più e quel seno decisamente troppo abbondante che non riusciva a sopportare. Per tutto questo Fulvia si sentiva in colpa. una colpa crescente che non riusciva a reprimere. Soprattutto vicino al Natale, ripensando a quello che aveva fatto, si sentiva sporca e impura e indegna di vedere insieme alla sorellina i film su Babbo Natale dove tutti i bambini sono piccoli, belli e innocenti - lei no, lei era macchiata da una colpa che non aveva commesso. Era un po' rincoglionita già allora.
Quella fatidica sera aveva il broncio. Aveva mangiato il suo pezzo di pizza in silenzio, con gli occhi gonfi. Il senso di colpa si era fatto enorme, insopportabile, acuito dalle parole sentite a scuola, da verità mezze conosciute e mezze no, il non sapere, la consapevolezza di aver fatto qualcosa di sbagliato - un peso con il quale non avrebbe potuto convivere ancora (Fulvia pensa adesso a volte a quanto imbibita di minchiate cristianeggianti fosse, non se ne capacita ancora). Doveva sapere, sapere per condannarsi del tutto ed escogitare la penitenza più opportuna. Sua madre ovviamente si era accorta che c'era qualcosa che non andava e quando Fulvia si alzò per portare sul lavello il suo piatto vuoto, passandole accanto le sparò secco uno dei suoi soliti "ma che hai oggi?". Fu lì che partì la raffica. Imbarazzata e a un passo dalle lacrime Fulvia le aveva confidato tutto, per finire con la fatidica domanda. Lì, davanti alla sorellina di cinque anni che guardava la tv con gli occhi spalancati, senza curarsi un minimo delle parole che le volavano attorno. Viola aveva voluto sapere e adesso stava sapendo. Ogni frase, ogni suono che usciva dalla bocca di sua madre era una stilettata nel petto, un sasso in testa, uno stuzzicadente negli occhi, un pestone ai piedi. Semplicemente, non voleva crederci. Non poteva essere una cosa così crudele, così SCHIFOSA. Gli adulti non potevano volere una cosa del genere, anche se ci erano costretti per avere bambini, no, lei non avrebbe mai avuto figli se doveva soffrire così tanto. "Guarda che non si fa solo per avere bambini, Fulvì. Si fa perchè...si prova piacere." Nella sua mente piccola e cresciuta tra suore e racconti di gesù bambino Fulvia non voleva crederci. No. Era scoppiata in lacrime, il petto scosso dai singhiozzi e se l'era ripromesso.

“Io non farò mai sesso in vita mia.”

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sabato, 16 febbraio 2008

una lettera a mia nonna

Ero piccola. Ero ignorante. Ero sprovveduta e innocente. Ed ero appena stata mollata dal più grande errore della mia vita.
Mia nonna iniziava già a mostrare una serie di piccoli segnali non ancora perfettamente interpretabili che avrebbero dovuto prepararci alla sua morte più di quanto in realtà non ci giungemmo, quattro mesi dopo, la mattina di San Valentino di due anni fa.
Quella domenica pomeriggio non so perché fossi a pranzo da lei, era una cosa che non facevo da tantissimo tempo, che man mano che passavano gli anni facevo sempre di meno; andare in quella casa del Bronx udinese, al quarto e ultimo piano di un palazzo che una volta era blu e adesso era azzurro grigio mi metteva un misto di tristezza, amarezza e nostalgia di quando il mio gioco preferito era fingere di svenire dopo aver dato un morso a una mela rossa, di quando ero innamorata di Filippo il bambino biondo dell’asilo, di quando mio papà mi chiamava ancora Titti e non mi dava della deficiente ogni cinque minuti, di quando pensavo di essere una principessa e nessuno si preoccupava di informarmi che non era per niente vero.
Dopo pranzo me ne stavo seduta al tavolo della cucina guardando mia nonna lavare i piatti e tirare l’occhio sulla nuova pettinatura di Orietta Berti a Buona Domenica. Mio nonno era in salotto a guardare la televisione, la dentiera già messa in bagno, in attesa del caffè. Mia zia, quella che vive da sola e ha l’amante da dieci anni, era appena tornata a casa.
Non ero felice. La testa compressa. Gli occhi lucidi, nelle orecchie un rombo sordo e nello stomaco troppe pizzelle e frutta buona e gelato e uno scacchetto di cioccolato fondente. Volevo qualcosa di indefinito, forse, adesso che ci penso a posteriori, un digestivo. Orietta Berti cantava Quando la barca va e Laura Freddi ballava scompostamente facendo facce alla telecamera. Costanzo rideva e Lippi aveva la solita faccia da finto deficiente.
“Fulvietta. Ti faccio vedere una cosa?”
Sembrava stare meglio negli ultimi mesi. Meglio dell’ultima volta che aveva finito la chemio. Era più paffuta, ma era anche più bianca. Aveva le mani quasi trasparenti.
“Cosa?”
“Non dirlo al nonno, che dopo si imbarazza.”
Quel pomeriggio mia nonna Noemi mi ha letto al prima lettera d’amore che mio nonno le aveva scritto. Lui era appena arrivato dall’Istria, uno dei tanti esuli del post seconda guerra mondiale. Lei aveva diciotto anni e abitava nelle campagne di Palmanova. Si erano conosciuti una settimana prima e lei aveva già una specie di fidanzato. Mio nonno le aveva scritto una lettera con la sua calligrafia svolazzante e inclinata a destra con una serie di concetti stucchevoli e melodrammatici che in un altro momento mi avrebbero fatto vomitare, ma quel giorno, con mia nonna che mi leggeva a bassa voce parole di primavera e di amore nuovo, e intanto guardavo l’anello minuscolo che lui le aveva messo nella busta, in quel momento volevo piangere e basta, pensando che nessuno avrebbe mai scritto parole così per me. Pensando a quanto era bello un amore nato in un giorno e durato per anni. Pensando che volevo rimanere nipote così ancora e ancora.
“Questa te la lascio. Non adesso però.”
Ripiegò la lettera e la infilò con l’anellino sotto i fazzoletti nella scatola da dove l’aveva tirata fuori.
Non l’ho più vista quella lettera. A volte, quando ci ripenso, mi convinco quasi che l’amore esista davvero.

Postato da LaFulvia alle 14:01
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Rintracciabile in: ammmore, famiglia

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Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.

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