
mercoledì, 14 maggio 2008
Ricevo un messaggio da un numero Tim (perchè diavolo devo avere a che fare con numeri Tim a pagamento quando ho Vodafone?):
"ho letto lannuncio che da ripetizioni di italiano" (scritto esattamente in questo modo)
Rispondo con un vago: "Sì, è così.può interessarti?" (scritto esattamente in questo modo)
Ricevo un altro messaggio: "ho 42 anni, devo scrivere un articolo per una rivista del mulino ma non so scrivere.posso chiamarti su un fisso?"
Fai pure, non so se sei maschio e femmina, non so perchè ti abbiano dato da scrivere un articolo per Il Mulino se non sai scrivere. Non so niente. Ma tu chiamami quando vuoi. Il pensiero che sia qualche maniaco sessuale che, naturalmente non avendomi vista, voglia approfittare di me, mi balena per la testa, ma sono attaccata ai soldi, e cento euro in più nel portafoglio, guadagnati grazie alla redditizia (ma neanche tanto) professione di ghost writer, mi farebbeo tutt'alro che schifo.
Postato da LaFulvia
alle 11:10
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mercoledì, 07 maggio 2008
Ho mal di denti e quindi un gran mal di testa.
Mi è pure tornato il ciclo, con due settimane di anticipo.
Ho delle mani poco curate e sto pure ingrassando, senza contare che le mie sopracciglia potrebbero essere confuse con un paio di mustacchi. Messi nel posto sbagliato.
Arriva l'estate e io sono pallida in ogni dove e ho troppi peli (e troppo neri!) sulle braccia.
Non mi piaccio per niente. Dovrei fare qualcosa ma mi mancano le forze per farlo, sto già investendo troppe fatiche a mantenere i miei capelli in uno stato decente adesso che sono di quella mezza fottuta lunghezza che devo sopportare prima che mi crescano in maniera dignitosa.
E tanto lo so che uno dei commenti MOLTO ORIGINALI a questo post MOLTO ORIGINALE sarà: se non ti piaci tu non piacerai mai agli altri. Oh, queste perle di saggezza.
Postato da LaFulvia
alle 18:22
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domenica, 04 maggio 2008
Mrs Dalloway organizzava sempre feste per tenersi impegnata.
Le piaceva riempire le proprie giornate di cose da fare.
Voleva vivere sempre indaffarata.
Anche Fulvia avrebbe deciso di darsi alla vita di Mrs Dalloway.
Anche lei vorrebbe organizzare feste in un continuum alcolico-musicale da riempire della gente che ama.
Ma non può farlo. Non può farlo perchè non vive in un romanzo, anche se ultimamente potrebbe sembrare.
Il week end è stato impegnativo e impegnato. Si è diviso tra vino, birra, havana ed erba.
E domani ci sono le analisi del sangue, proto-trombina, o come diavolo si chiama, e tutte quelle altre mille analisi il cui scopo sarebbe quello di valutare come quando se e perchè iniziare a prendere la pillola. Non che se le trovano una sovrabbondante dose di THC nel sangue possano farle qualcosa, ma forse sarebbe stato meglio che la settimana della droga fosse stata posticipata. Tant'è.
La festa di maggio alla Domus (parens ad Asiago permettendo) è andata bene, con due cambi d'abito uno più assurdo dell'altro, i soliti danni al parquet del salotto e una quantità improponibile di besciamella avanzata in frigo. Residui di cenere in terrazzo. Residui di dolore alla testa. Una camera nuova nella soffitta, che userò quando verrò a dormire qua e il soggiorno mi sarà più lieto (a parte Pochi che si impossessa regolarmente di metà letto). registrazioni sincopate sul pianoforte, ascoltando le quali mi sembra di vedere i tasti abbassarsi ed alzarsi.
Nostalgia. Come ogni anno. Quest'anno di più perchè la festa è stata solo il culmine di una settimana perfetta dai capelli alla punta delle scarpe, che come ogni cosa bella stento sempre a credere che possa ripetersi; tuttavia bisogna anche riconoscere che ogni volta mi sono ricreduta.
E nella testa le stesse parole che mi hanno detto ieri sia Jun che Vale: adesso che le cose vanno bene, potresti. Ma Fulvia non è brava a parlare, ha paura di farsi del male. E aspetta.
Postato da LaFulvia
alle 21:28
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sabato, 26 aprile 2008
Stamattina stavo per strozzare la moldova. Tanto per cominciare, per colpa sua, mi sono dovuta alzare alle nove, il tutto perché non è possibile che non faccia niente per l’università, quindi stamattina, prima dell’arrivo di Adela, volevo mettermi a combinare qualcosa. Cosa non si sa, ad esempio mettere a posto INUTILMENTE con il computer gli appunti di storia…che ideone. Non solo, per colpa di Adela non sono neanche potuta andare a casa e ho dovuto nutrirmi cinque minuti fa appena di una scatoletta di tonno con il mais e i germogli di soja, tutto ciò che ho in casa praticamente. Perché la moldova è stata da me per quattro ore siore e siori…QUATTRO ORE. e già è difficile passare quattro ore con una persona normale, figurarsi con la moldova, c’è stato un momento in cui mi sono seriamente stupita del mio self control perché non l’ho mandata a fare in culo.
Ad ogni modo, riconosco di non essere stata propriamente di ottimo umore quest’oggi. D’altra parte non è il massimo svegliarsi grazie all’allergia di Ivana che continua a tirare su con il naso. D’altra parte non è il massimo svegliarsi dopo aver sognato per la seconda volta in una settimana che tua madre ti disconosce dopo aver conosciuto i tuoi amici. D’altra parte non è il massimo svegliarsi sudando come a ferragosto perché quei cerebrolesi dell’amministrazione condominiale fanno ancora andare i termo a manetta. Quindi diciamo che un qualche motivo di fastidio c’era comunque ed era pregresso. Oltre al cranio trapanato dalla musica assordante della festa della birra dove ho fatto la mia comparsata con Jun ieri sera. Cranio trapanato non perché ci fosse particolare casino, ma perché ormai aveva raggiunto uno spessore dell’ordine dei nanometri dopo la quasi-ventiquattrore di disfacimento che avevo alle spalle. Ventiquattrore di disfacimento meravigliosamente culminante in una “hey Joe” versione jimi hendrixiana, goduta dalla prima all’ultima nota comodamente stravaccata su un divano non mio, anelando una superotto d’altri tempi per immortalare noi sognatori del 2008. che a Bertolucci gli facciamo un baffo.
Fulvia: “E adesso, tutti in vasca a farsi il bagno.”
Non so in quanti l’abbiano capita.
Vostra Fulvia, nella solita posizione nadu.
Postato da LaFulvia
alle 14:43
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venerdì, 11 aprile 2008
Anche se ieri sera sapevo benissimo che appena sarei entrata in appartamento mi sarei ritrovata completamente al buio, non mi dispiaceva pensarlo. Non mi dispiaceva pensare che avrei accesso mille candele in salotto, sperando che la presa vicino al telefono fosse una di quelle indenni (già, perchè la luce è andata via, ma alcune prese vanno - miracolosamente, spettralmente e fortuitamente) e di poterla così usare per attaccarci il computer, completamente scarico. Non mi dispiaceva guardarmi camminare per i corridoi di quella che ormai è diventata "la casa della nonna", inseguita dalla mia ombra stampata sul muro dalla luce del candelabro. Come una rediviva Jane Eyre, o Elizabeth Bennet. Salendo in ascensore, caricata del mondo (borsa con cinque quaderni, borsa del computer con la carcasse del computer stesso dentro, tre libri arrivati freschi freschi da Bol giusto nel pomeriggio), i capelli raccolti di nuovo, per la prima volta quest'anno, pensando a quanto cazzo sono indietro all'università, alla nullafacenza, al modo più veloce per guadagnare soldi continuando a fare quello che mi riesce meglio (sparare stronzate e fare la consulente dello shopping) - ridevo. Ridevo e basta. Mi guardavo allo specchio e ridevo, in quel modo serio ed entusiasta che ha Catherine in Jules e Jim. Una volta in appartamento ho sbattuto contro i muri cinque volte prima di trovare le candele (il cellulare, morto anche lui, non poteva neanche farmi luce), bestemmiando mentalmente Dio e la Madonna e pure Tiziana (maledetta a lei con la presa che funziona vicino al suo comodino), perchè lo so che non si fa, ma in certe situazioni il massimo che si può richiedere è che non si faccia A VOCE ALTA. Dopodichè ho iniziato a girare tutte le spine per controllare quali funzionavano, mentre Tiziana parlava a voce inusitatamente alta al telefono, nel terrazzino della cucina, rendendomi involontariamente partecipe delle sue ultime vicendo ammmmorose con il ventunenne Paolo, anche detto da Ivana "il bimbo" (la Tiz ha ventisei anni) e da lei per nulla approvato. Se non fosse che per colpa di questo Paolo Tiziana adesso mi torna a casa il lunedì invece che il martedì, io la appoggerei in pieno. Ho chiamato Iris, io dislessica per il nervoso e per la contentezza. Contentezza di cosa? Di una giornata iniziata a mezzogiorno e mezza, una giornata in cui ho preso più pioggia di quanta non ne avessi presa durante tutto l'inverno, di una giornata passata a disegnare ferri in aula cad all'università, di una giornata che alla fine mi ha dato tre spritz, nessuna cena seria (come ormai è abitudine) e del fumo di quello buono, come non ne fumavo dai tempi belli sul davanzale del bagno della Domus. Alla fine di certe giornate, alle due di notte, circondata in sala da dieci lumini da cimitero, cercando di impaginare due tavole per oggi, consapevole che alla fine, oggi, avrei fatto solo una revisione (delle due che avrei dovuto fare), alla fine di certe giornate esegui un brain storming con te stessa, scrobblando tutte le ore da quando ti sei svegliata fino a quel momento e tra tutto ti rimane certamente IL momento per eccellenza, quello per cui quel giorno è stato degno di essere iniziato a finito. E il mio momento di ieri è stato un abbraccio di entusiasmo davanti alle porte chiuse di un ascensore.
Postato da LaFulvia
alle 11:36
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mercoledì, 05 marzo 2008
No no no no no. Non ci sono storie che tengano. Fulvia Sperelli, proprio come il suo omonimo dannunziano, non è fatta per il lavoro. Io mi sforzo, ma proprio non ci riesco. Un po’ come mi sforzo di bere la sambuca, però mi fa schifo e quindi va a finire che, se non la vomito due secondi dopo averla ingerita, me la ritrovo a girare fastidiosamente per lo stomaco per i due giorni successivi (pessima sensazione). O come mi sforzo di fumare cicche che non siano Lucky o Pall Mall blu, una sfida persa in partenza sia per i miei polmoni che per le mie finanze. Però dicono che il lavoro nobiliti l’uomo e che sia necessario alla società, quindi ci tocca adattarci e fare di necessità virtù, il brutto è che non ho capito bene come. Momentaneamente Fulvia può vantarsi impegnata in una serie di impegni sociali e lavorativi che agli occhi di un estraneo potrebbero sembrare segni evidenti che questa ragazza, cazzarola, voglia di lavorare ce l’ha eccome. Purtroppo nulla è stato frutto di una scelta consapevole, ogni volta che ho detto sì o ero ubriaca oppure inebriata dalle parole con cui mi proponevano ogni nuovo impegno lavorativo. Mi odio per dimostrarmi così debole. In effetti sono una debole di natura, nei tempi recenti anche piuttosto alienata, nessun stupore nello scoprire che ultimamente sto perdendo il mio mordente da boss, quindi. Ebbene, passiamo a un elenco numerato, che come ogni buon post di questo blog insegna, è un elemento dell’organizzazione narrativa assolutamente fondamentale. Se di narrazione può parlarsi in questo caso, il che è tutto da vedere.
1. Fra due settimane circa inizio uno stage di tre mesi o quasi alla Moroso. La domanda è: perché? Perché andare a spaccarsi il culo senza una minima retribuzione (“ma c’è la mensa, eh!”), perdendo ore e ore di corsi universitari e ore e ore di sonno dovendo iniziare alle nove (e la Moroso si trova a Culonia, prestigioso centro irraggiungibile se non con tre cambi di bus e un’infinita strada a piedi sullo stradone più trafficato fuori Udine, a parte la tangenziale), non sapendo neanche dove si inizia ad annusare una stoffa, totalmente inconsapevole di ogni nozione di programmi di grafica che vada l’oltre a “apri nuovo documento”. Perché? La risposta è: l’architetto che mi seguirà è un figo della Madonna, l’ufficio creativo sembrava camera mia nei momenti peggiori e, da ultimo ma non ultimo, sono stupida.
2. Sto continuando a scrivere nell’ombra saggi brevi e unità didattiche per Ivana e le sue amiche. Il brutto è che queste deficienti stanno diventando sempre più esigenti e iniziano anche a permettersi di darmi dei paletti temporali e a mettermi fretta. Senza contare che ogni saggio che scrivo ha un argomento sempre più penoso, o meglio, l’argomento potrebbe anche essere interessante, ma i documenti che danno non si sa da dove li tirino fuori, io penso dal Dixan, anzi no, perché i libriccini che regalavano dentro al Dixan raccontavano delle storie belle e i disegni non erano per niente male. Probabilmente allora li tirano fuori al General. Perché continuo a farlo? La risposta è: questo lavoro costituisce la fonte principale e più immediata di guadagno, alla fine è un’occupazione che posso svolgere relativamente ovunque e che a volte mi prende bene e, da ultimo ma non ultimo, sono stupida.
3. La tutor di corso ha praticamente costretto me ed Edoardo a collaborare con un architetto che la testa ce l’ha tipo il cavaliere senza testa di Sleepy Hollow, ovvero in mano. Sto qua almeno dovrebbe pagare, ma non si sa bene per fare che. Le uniche due volte che l’abbiamo visto si è perso in un discorso senza senso su un0unità abitativa d’emergenza che dovrebbe presentare alla Triennale di Milano e che non sta in piedi proprio come progetto. Zio Can, questo secondo me deve giocare un po’ meno con il lego e leggersi un due cose di Zumthor, senza contare che sarebbe cosa buona e giusta cercasse di uscire dal tunnel di Zaha Hadid: il grattacielo cilindrico ruotante con altri tre grattacieli cilindrici ruotanti di altezze diverse al suo interno non di può guardare. Alla fine devo presentargli una tavola sull’unità abitativa per martedì prossimo e la mia voglia è pari allo zero. Perché ho accettato? La risposta è: non so dire di no, alla fine paga e , da ultimo da non ultimo, sono stupida.
E questo è quanto. Tiziana non si vede da una settimana e mezza e non penso tornerà prima di lunedì, ciò vuol dire che ho, come quasi sempre, una doppia singola e questo potrebbe essere un valido motivo di buon umore. Stasera ho voglia di bere e adesso ho voglia di una cicca. Mi fa male il collo e sembro una sick girl. Mi piace sembrare una sick girl. Fumo e finisco il saggio sui fumetti. Fanculo.
PS: Suze è in gita in Campania da lunedì, per un totale di sei giorni, tre minuti fa mi è arrivato questo messaggio: Sono a Capri. Prima ha dato una slavinata che c’ho l’acqua pure nelle mutande. Ho malissimo alla pancia e prima in aliscafo c’era metà gente nel vomito. Fa freddo. Io adoVo mia sorella.
Postato da LaFulvia
alle 09:44
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domenica, 09 dicembre 2007
Io e il concetto di lavoro non andiamo propriamente molto d’accordo. Me ne rendo conto quando ho a che fare con compiti che mi vengono affidati e che presuppongono un certo impegno e una certa costanza a termine, o che prevedano semplicemente degli orari reiterati. Mettete il lavoro al bar, ad esempio, all’inizio era una figata, suppongo perché era una cosa nuova e perché ho sempre visto le bariste e le cameriere come entità sconosciute e imprescindibilmente fighe, per il solo fatto di fare le bariste e le cameriere e sapere un sacco di cose su alcol e cose di questo genere. O forse perché erano (e sono) la quintessenza della disponibilità. In realtà è un lavoro di merda, a meno che il bar non sia tuo e dentro tu ci possa fare quel cazzo che ti pare, una sensazione che ho provato un paio di volte quando non c’erano né Milan né il suo fratello disadattato a controllare, volte in cui io e Patty ci siamo tirate un po’ dure a suon di chupiti e cocktail inventati da me medesima, fra cui Knut (vedi la voce correlata). Per il resto, dopo un po’ di tempo, inizi ad odiare tutti quelli che ti stanno intorno, e con chiunque intendo anche gli oggetti inanimati, come il registratore di cassa, la lavastoviglie e lo spruzzino del detersivo per lucidare il bancone. Per non parlare delle olive e di quei dementi che te le chiedono ESPRESSAMENTE costringendoti ad avere a che fare molto da vicino con la schifosa salamoia, un liquido che per quanto mi riguarda potrebbero anche mettere fuori legge. Ad ogni modo ho resistito per un po’, almeno fino a quando Milan ha pagato o almeno dimostrava questa intenzione, e soprattutto fino a quando Patty mi faceva da spalla. Adesso lei si è licenziata e le prospettive comprenderebbero un pranzo di Natale da passare dietro a un banco davanti al quale al massimo ci sarebbero i soliti vecchi ubriaconi (vedi voce correlata) e un ultimo del’anno, chissà, non certo a una meravigliosa festa nell’appartamento sperando di riuscire a scoparmi qualcuno – perché chi scopa a capodanno scopa tutto l’anno, vecchia saggezza popolare. Non che l’ultimo dell’anno nell’appartamento ci sarà veramente una festa e neanche che io speri con tutto il cuore di scoparmi qualcuno, ma, tant’è. Comunque sia un lavoro devo averlo. O molti lavori piccoli, preferibilmente da svolgere DA SOLA nella tranquillità e nel silenzio rotto solo dai Baustelle di casa mia. Scenario auspicabile ma non del tutto realizzabile, dannazione. Tanto per cominciare ho stampato due annunci da appendere all’università o al Giocarta o in qualsiasi altro luogo mi sembri consono. Uno è per ripetizioni di materie varie per ragazzini con seri problemi mentali (non espressamente, ma in quell’età hanno tutti seri problemi mentali) delle medie e del biennio delle superiori, l’altro è per offrire i miei serviGi di copiatura e correzione tesi. Al massimo posso sempre finire a fare l’escort, che come prospettiva non parrebbe neppure sbagliata.
Nel frattempo mi s-diletto a costruire il plastico in sandwich del mio progetto per la nuova biblioteca di Udine, che visto da lontano, non sembrerebbe neppure male.

Postato da LaFulvia
alle 17:04
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Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.
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