domenica, 28 settembre 2008

la mamma ha sempre ragione

Tanto tempo che non scrivo su questo blog. Tanto tempo che penso a cosae belle, o che sarebbe bello scrivere e basta, e non trovo mai un abbastanza disteso lasso di tempo da dedicarci. Pazienza, confido che quando avremo attivato l'adsl in appartamento sarà tutto più semplice. Potrò connettermi quando vorrò e scrivere quando mi verrà l'ispirazione, senza dover aspettare di passare in Domus o di aver voglia di ricnchiudermi in qualche puzzolente aula Internet di qualche puzzolente sede universitaria.
Domani ricominciano i corsi, anche se io li ricomincerò giovedì, è rassicurante sapere che avrò qualcosa da fare e qualcosa che mi obbligherà a svegliarmi presto la mattina (almeno il giovedì e il venerdì) e quindi ad andare a dormire relativamente presto la sera. Le vacanze sono finite. Capitolo chiuso. Ora iniziano l'impegno e la dedizione. per concretizzare qualcosa di questa vita allo sbaraglio che ho condotto da qualche tempo a questa parte. Gambe in spalla e testa sulle spalle (troppo peso hanno da sostenere queste spalle) e via. Il segno inequivocabile dell'inizio della nuova stagione è stato dato da quel noto profumo che sento ogni anno nell'aria in questo periodo. Sono anni che vado in fissa con questo profumo, inebriandomene appena me nearrivi una sola piccola zaffata, e ancora non so cosa sia con precisione. E' odore di fiori misto ad aria fresca misto a resine, ogni volta che lo sento è come un dejà-vùu, un misto di profumi e odri già sentiti che si combinano in una fusione esplosiva che BAM mi riempie le narici e i polmoni (e fa bene un po' di sano profumo ai miei polmoni corrosi dal fumo).
Da almeno due settimane a questa parte non riesco a stare un giorno senza piegarmi in due per il mal di pancia. Simone dice che è per via dell'alcol e della mia scorretta alimentazione, Maman dice che è per via del nervosismo e della mia scorretta alimentazione (perchè mangio schifezze, sostiene. Il che non è assolutamente vero. Non mangio più schifezze da un sacco di tempo). Io sono propensa a dare ragione a Maman. Perchè la mamma ha sempre ragione!

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venerdì, 05 settembre 2008

io sono alle Seychelles

La ginecologa continua a chiamarmi, io semplicemente non voglio risponderle. Che problema c'è? La smetterà prima o dopo, no? Tanto lo so già cosa vuole dirmi, vuole dirmi che il dieci ho l'appuntamento per parlare del fatto che sono contratta al basso ventre. O meglio, che ERO contratta al basso ventre. Adesso non lo sono più e il tutto non grazie a lei, anche se è convinta che sia stato merito suo, delle sue parole e delle sue straminchia di storie sui cinesi che vogliono fare la pastasciutta senza sale. Sì, domani. Mi ha intortata già tre volte e come sempre alla terza volta ho iniziato a raccontarle la solita gigantesca vagonata di stronzate per farla contenta. Non capisco perchè continui a darmi appuntamenti e sia così stramaledettamente fissata di rendere ottima la mia vita sessuale. Cosa gliene frega? Forse per i 100 euro a visita? Mah. O forse perchè è una filantropa che vuole semplicemente la FELICITA' delle donne. Ma chi se ne frega. Tutte queste fissazioni sul piacere corporeo e ba ba ba. Io non ci credo e basta. E non mi interessa. D'altronde si sa che adoro farmi del male, quindi raggiungendo un ottimo livello in quanto a sesso andrei contro una delle mie peculiarità e regole di vita. E poi, ginecologa di sta cippa, in UNA cosa potevi essermi utile e non l'hai fatta. Volevo la pillola ed è da sei mesi che mi mandi avanti e indietro dall'ospedale a farmi fare visite di qua e di là e ancora non hai strappato un fogliaccio di carta per scrivermi sopra la ricetta. Vaffanculo scusa. In compenso ho scoperto che molto probabilmente dovrò iniziare a prendere le pastiglie per il cuore come fa mio padre che ha sessantanni, il tutto perchè il mio livello di ossitocina è più alto del normale, e "non che sia un rischio, perchè alla fine non lo sanno neanche i medici che cosa comporti, però intanto di pigli le pastiglie". Rivaffanculo. Anzi, non ti dò nemmeno la soddisfazione di risponderti. Continua pure a chiamarmi. Io sono alle Seychelles. E qui provo un orgasmo naturale indotto solamente guardando fuori dalla finestra. E non mi serve nemmeno la pillola.

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mercoledì, 28 maggio 2008

geneticamente modificata

Sono cresciuta in una famiglia in cui dire "ti voglio bene" è sempre stato considerato superfluo e imbarazzante.La prima volta che mia madre mi ha detto "ti voglio bene" è stata quella sera in cui sono tornata a casa e ho iniziato a dare calci e pugni a qualunque cosa, mi sono chiusa in camera e ho cominciato a piangere tremando come si vede nei film. Mi ha allungato mezzo Pasaden del padre e, più per effetto placebo che per i veri effetti del calmante, mi sono addormentata con lei che mi accarezzava i capelli ripetendomi che mi voleva bene e che dovevo contare su di lei. Avevo ventun anni. Mia madre mi ha sempre accarezzato i capelli per farmi calmare, i capelli e la pelle nuda delle braccia e dalla schiena, mi metteva una mano sotto la maglia del pigiama e mi faceva i grattini sulla pancia. Era il suo modo per dirmelo. Questo ho imparato. La prima volta che mio padre mi ha detto "ti voglio bene" non c'è mai stata. Mio padre non ha mai avuto una parola d'affetto, si è sempre solo limitato a quei piacevoli insulti di cui sentirò rimbombare le orecchie fino a quando il mio cervello non sarà troppo distrutto per ricordarli: ignorante, cicciona, cesso,  stronza, succhiasangue, perdigiorno, poco seria, debosciata, ingrata, inutile, fino ad arrivare al classico "se esci da quella porta non sei più mia figlia". Io l'ho fatto, sono uscita dalla porta e sono ancora sua figlia. Tuttavia credo sia ancora convinto del mio essere stronza succhiasangue perdigiorno poco sera debosciata inutile e ingrata. Mia madre dice che è il suo modo per dimostrare l'affetto che ha per me, e che pensa che se lo facesse in altro modo (e l'altro modo sono le parole) perderebbe quel ruolo di superiorità datogli dalla presunta assenza di sentimenti. Da mio padre ho ereditato questa convinzione inconscia. A parole non ho mai detto "ti voglio bene" a nessuno, pensavo fosse perchè in effetti non gliene volevo o perchè dicendolo senza essere certa che dall'altra parte ci fosse un uguale riscontro avrei degenerato i rapporti o perchè credevo fosse semplicemente inutile. Non era per quello. O forse sì, era anche per questi motivi, ma il dilemma fondamentale è che la mia gola è geneticamente modificata in modo da non riuscire a emettere i suoni "ti" "voglio" e "bene" vicini, per dare forma a una frase di senso compiuto. Vorrei farlo. Ma non ci riesco. E' come  la favola della principessa che non riusciva a ridere. Non ci riesco. Posso dimostrarlo in mille modi, pensarlo cercando di rendere il mio pensiero il più rumoroso possibile, nella speranza che almeno quello venga sentito. Posso condensarlo in una lacrima o inciderlo con le unghie, muovere le bocca come se lo dicessi, impastarlo con un cucchiaio di legno nella pasta frolla dei biscotti, sopportare, sorridere, perdonare e farlo senza fatica, perchè non mi costa fatica, me ne costerebbe se bene non volessi. Ma dirlo mi risulta impossibile, sarebbe fare un passo troppo in là per me, un'ammissione a me stessa che nell'ottica paterna (e purtroppo anche mia) mi renderebbe definitivamente vulnerabile. Così accendo e spengo ogni cinque minuti la mia macchina fotografica, per guardare una foto rosa seppia che a me piace più di tutte le altre.

Postato da LaFulvia alle 16:38
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mercoledì, 21 maggio 2008

Quello che mi merito

Non sono portata per un sacco di cose. Non sono portata per il matrimonio, ad esempio. E credo, anzi, ne ho la assoluta certezza, di non essere portata nemmeno ad avere figli. Amo che la gente mi odi, adoro stare sul cazzo alle persone, mi trovo a disagio se qualcuno ha un'ottima opinione di me, perchè so di non meritarmela. /// Oggi ho avuto l'ulteriore conferma di quanto il mio cervello stia inesorabilmente sfumando e di quanto intuili siano i miei sforzi per mantenere delle relazioni sociali o dei rapporti convenzionali perlomeno decenti. / Ero rimasta d'accordo con mia madre che mi passasse a prendere alle otto e dieci stamattina per venire in università a usare i maledetti computer dell'aula cad (sul mio portatile il file megagigante del laboratorio che avrei dovuto dare tre mesi fa non va); e mi ha trovata a letto. Non sono quasi riuscita ad alzarmi. (PARENTESI: mia madre pensa che io abbia dei problemi. Ha ragione. Se c'è una, una cosa che odio, più di stare male da sola, più di deludere chiunque, più di sapere che sto buttando la mia vita a puttane, più più di tutto questo, se c'è una cosa che odio è sapere che mia madre si preoccupa per me. Vedere nei suoi occhi l'espressione "Fra che cazzo combini". Gliene ho fatte troppe. Vorrei solo che fosse contenta di me e so che se sapesse come tuttora conduco le mie giornate, non lo sarebbe per niente. Anzi, probabilmente le verrebbe un colpo apoplettico) /// Alle dieci e mezza avevo revisione per il suddetto laboratorio. Mi sono svegliata alle undici. Ho scritto alla prof per scusarmi. Lei è sempre carina e gentile con me, pensa che sia una ragazza affidabile e tutto il resto. Penso che ora mi odi. /// Approfittando del fatto che Jun mi avesse scritto di essere per strada per andare in università l'ho chiamata praticamente supplicandola di passarmi a prendere (non è vero, io non supplico mai). E' passata. Penso che ora mi odi, anche perchè le dico sempre un sacco di cattiverie. Perchè non sopporto ammetterlo, ma di natura sono esattamente come mio padre, che ha un  carattere di merda e gioca su ebay e una volta l'ho beccato su un sito porno. Io non ci vado sui siti porno, forse dovrei iniziare a farlo, o a fare un sito porno (al che mia madre si procurerebbe una rivoltella e si tirerebbe un colpo alla tempia prima ancora che le venisse un colpo apoplettico). /// Naturalmente ho dimenticato la chiavetta USB a casa, quindi all'università non ho potuto mettermi a disegnare come era mio programma (vedi sopra). Lezione non c'era. Non c'era niente. Non c'era neppure una colazione nello stomaco. Ho mangiato un panino con Simone seduti sugli scalini del giardino interno dell'università. Simone c'è quasi sempre, o almeno, c'è quando non so che mi serve. Oggi mi serviva anche se non lo sapevo. Mi serviva per inquadrare bene le mie priorità e la soluzione più veloce ai miei problemi: uccidere le persone che mi danno fastidio, in particolare, mentre stavo parlando di altro e vedevo Jun arrivarci incontro attraversando il cortile, ho concluso che l'avvelenamento può essere una buona soluzione. In particolare (ancora), trovo che del buon topicida in dosi massicce possa fare al caso mio. Nel caso non bastasse, comunque, posso sempre aggiungerci del sano arsenico estratto dalla carta moschicida. /// All'una e mezza mi sono ricordata che ieri mattina (giornata di merda, a Venezia con l'acqua alta il 20 DI MAGGIO, ma si può? ho preso tanta di quell'acqua che tornata a casa ero indecisa se farmi la doccia o meno) avrei dovuto scrivere all'architetto per dirgli che l'appuntamento era spostato a domani a mezzogiorno e non oggi alle due. Naturalmente non avevo il numero per avvertirlo così è venuto all'università inutilmente. Penso che ora mi odi e, esattamente come la prof di cui sopra, stia iniziando a pensare a quanto io sia in realtà inaffidabile e poco seria. /// sono tornata in appartamento in bici, ho preso la chiavetta, ho preso le sigarette e un accendino, ho dato il regalo di compleanno a Ivana (ha fatto gli anni più di una settimana fa. Mi odia)*** e ho mandato solennemente a cagare Patrizia (la Mamma) che mi ha detto di scopare per terra. Vada a fare in culo, ho fatto le pulizie di tutta la casa sabato e non intendo scopare la polvere inesistente. Penso che ora mi odi, in realtà penso che mi abbia sempre odiata e in fondo fa bene a farlo perchè io se potessi la soffocherei nel sonno infilandole un vibratore over-size in bocca e spingendoglielo in fondo ben bene fino a chiuderle del tutto laringe e faringe insieme (ho pessime nozioni anatomiche, lo so). /// Ho ripreso la bici, mi sono ricatapultata ai rizzi rischiando la vita quelle cinque volte, semplicemente perchè non guardavo attraversando la strada. Stupida Fulvia, è il momento peggiore per morire. Hai 24 anni, la gente ti vuole inspiegabilmente bene nonostante tu sia una testa di cazzo (questo sarebbe un buon motivo per morire), hai appena perso tutto quello che hai scritto in una vita di produzione para-letteraria (questo sarebbe un buon motivo per morire: sopprimermi per non produrre altra spazzatura) e non hai ancora raggiunto un orgasmo come si deve (questo sarebbe un buon motivo per morire: secondo me un orgasmo come si deve è deludente al massimo, chissà cosa penso che sia! Sarebbe meglio morire con ancora l'illusione). Non puoi assolutamente morire ora (eh no!). Questo ragionamento l'ho fatto quando ho parcheggiato il bolide, canticchiando Champs Elysèe e facendo tintinnare il bracciale che ho comprato ieri in treno a una sordomuta (2euro, che per quanto faccia schifo non si trovano cose che fanno più schifo a meno soldi in negozio. E comunque ho fatto una buona azione. Circa). /// E comunque no, non posso morire ora.

*** Ivana la ucciderei infilandole un tubo su per il retto e iniziando a pomparle dentro qualsiasi tipo di cibo fino a farla scoppiare; per essere precise, darei la preferenza ai suoi cibi preferiti. Inizierei con almeno tre barattoli da 500 grammi di insalata russa e uno di salsa capricciosa. Poi passerei alla paella surgelata dell'Eurospin, in quantità da definire sul momento. Un po' di minestrone di quello che fa lei e poi una cinquantina di acciughe, quelle che mi mangia davanti agli occhi la mattina alle dieci mentre sto facendo colazione e che emanano un fetore pestilenziale. Concluderei con degli spaghetti al pesto della Pam (quello bbbuono) e con dei cordon bleu, sempre il quantità da definire sul momento, naturalmente triturati a mò di pappina sennò non ci passano. Avevo anche pensato a dei cannoli siciliani, quelli con i pistacchi, però è uno spreco

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sabato, 17 maggio 2008

La rabbia sobbalza come un acido rigurgito in gola

Martedì pomeriggio tornando dalla Domus per trovarmi con Jun (porta Manin, ore 18), ricordo con esattezza allarmante i pensieri che continuavano a deambularmi per la testa. Mi ricordo di come ero tranquilla, della luce diversa con cui guardavo le cose intorno, una luce fatta di poche certezze, ma di momenti felici. Mi ricordo di come stavo mandando solennemente tutto a fanculo, fanculo la stabilità, fanculo i contratti, fanculo i nomi che si danno alle cose che ci succedono, fanculo. Mi bastava semplicemente essere lì, per strada, con quattro chili di carta da giornale in una borsa di carta dell’Almonature, un cellulare mezzo carico in tasca, il pensiero di due giorni di festa (quella su in castello di mercoledì sera, quando mi sarei rotta il mento; quella per la laurea di Moba, di cui il giorno dopo avrei fatto una distinta caricatura riscoprendo la mia vena artistica), la consapevolezza di aver trovato una persona con cui potevo permettermi di essere totalmente me stessa e basta, che le parole sarebbero arrivate da sole, quando si sarebbero formate da sole, ma che alla fine, perché diavolo avrebbero dovuto servire quando tutto stava andando bene?
Ma con altrettanta esattezza allarmante mi ricordo di quanto solo due giorni dopo mi sono sentita cadere e non è stata un bella sensazione, per niente, perché tutto si è amplificato e ho sbattuto la faccia per terra, oltre che in mille litri di anestetizzante Havana e Rum. E purtroppo per me ho avuto come un flash forward di come prima o dopo dovrò sentirmi ancora, necessariamente, e non è stato bello. La rabbia sobbalza come un acido rigurgito in gola.
Ieri pomeriggio ho aperto a caso i diari di Sylvia Plath, nessun paragrafo ci stava meglio di quello che ho letto ad alta voce. A volte credo nel destino.
“Dio, la vita non è proprio altro che solitudine, malgrado tutti gli oppiacei, malgrado la stridula, posticcia allegria delle “feste” senza scopo, malgrado il sorriso falso che tutti indossiamo. E quando infine trovi qualcuno in cui senti di poter riversare la tua anima, ti blocchi di colpo davanti alle tue stesse parole – le hai tenute dentro così a lungo, contratte nel buio, che sono ormai sbiadite, brutte, banali e fiacche. Sì, c’è l’allegria, l’autorealizzazione, lo stare insieme: ma la solitudine dell’anima, nella sua spaventosa autoconsapevolezza, è insopportabile, soverchiante.”
Ho dato calci alle serrande abbassate di un negozio di articoli sacri e mi hanno urlato dietro che se non la piantavo avrebbero chiamato i carabinieri; ho spaccato bicchieri vuoti per terra; mi sono addormentata con la mano in quella di un amico che mi teneva calma; ho dato pugni e graffiato schiene; ho tirato sberle e ho pianto mentre stavo dormendo, mentre Vale mi accarezzava la schiena e mentre bevevo un cappuccino alla Polse, ho pianto stendendo i panni in terrazza e mentre vomitavo due giorni di tour-de-force etilico, lo stomaco strizzato dal nodo che si era formato più di qualche ora prima; ho pianto davanti ad altre persone e mentre qualcun altro era dentro di me. Ho visto anche piangere, e questo mi ha riempito d’aria i polmoni. Vorrei capire da dove mi è venuta fuori così tanto acqua salata, solitamente mangio sciapo per cui non me ne capacito. Vorrei anche capire i meccanismi mentali che hanno scatenato tutto questo, una volta non riuscivo semplicemente a dire le cose alle altre persone, mentre ora sto evidentemente regredendo non riuscendo nemmeno a dirle a me stessa e avendo serie difficoltà e giocare a domino con le tesserine del mio cervello. Non sono triste. Non sono incazzata. Forse non sto nemmeno male. Ho solamente paura. Più di quanta pensassi di poterne avere.

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mercoledì, 30 aprile 2008

una ragazza "in"

Stanotte Fulvia aveva una bottiglia di Bayleis a metà sul comodino (uno dei due, precisamente quello di sinistra), sopra il libro sulle nanotecnologie (mai finito). Stanotte Fulvia aveva uno scacciapensieri tra le dita, che impestava del suo profumo velenoso tutta la camera che Tiziana le ha lasciato fino al 5 maggio. Non è riuscita a metterci dentro tutto il fumo che le era rimasto. Il computer sulle gambe, seduta sul letto, ad ascoltare con gli auricolari dell'I Pod (che non si aggiorna più) musica di un anno fa e di un mese fa. Cercando di risolvere da sola le mille cose irrisolte che ora sono tornate fuori e a cui se n'è aggiunta un'altra, di cosa irrisolta. Quando il vaso aveva iniziato a s-riempirsi ha ricominciato inaspettatamente a traboccare. Perchè la qualità degna di nota di riuscire a osservare un sacco di cose apparentemente insignificanti, può facilmente trasformarsi nel difetto poco piacevole (soprattutto per sè stessi) di riuscire a osservare un sacco di cose apparentemente insignificanti. E comporle in un puzzle a proprio dis-piacimento. Fulvia sta conoscendo inconcludenza, insolvenza, indifferenza e insensatezza. E' proprio una ragazza "in".

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domenica, 27 aprile 2008

dall'autocompiacimento al senso di colpa

Queste ventiquattro ore-circa hanno visto la persona di Fulvia Sperelli attraversare diversi e diversificati stati d’animo, che si davano il cambio ogni ora, ogni mezzora, ogni minuto. Nella sua testa, nella sua pancia, nei suoi occhi, nelle sue mani e nella sua bocca. Ed ora, con una focaccia siciliana al prosciutto funghi e fontina nello stomaco (il suo pranzo. Fatto alle sei e mezza di sera. Insieme a una Jun famelica di patatine fritte che sbocconcellava al suo fianco un trancio di pizza di quella buuuuuuuona. In piedi in via Grazzano, sotto una casa fatiscente, vicino alla pasticceria siciliana), può finalmente analizzarli.

Autocompiacimento. E’ bello quando ricevi dei complimenti anche da gente a caso, o di cui non te ne potrebbe fregare di meno (leggi: il pelato e Ivana). E’ ancora meglio quando ricevi complimenti da gente di cui qualcosa, in effetti, ti importa. I complimenti di cui ha potuto godere quest’oggi-o-quasi Fulvia sono stati:
Complimento primo: “Io ti stimo Fulvia! Io stimo grandemente questa ragazza!” Grazie! Apprezzo.
Complimento secondo: “Che bene che ti stanno i capelli in questi giorni Fulvì!Sei proprio bella e hai anche una pelle liscia liscia”. Questo dopo che ero uscita dal bagno dandomi della faccia di culo.
Complimento terzo: “Salve! Ti ho vista da lontano! Davvero dei begli occhiali.” Fulvia: “Bene. Piacciono anche a me.” Tipo: “Sei proprio una bella ragazza!” Fulvia: “Ma se ho dei begli occhiali non vuol dire per forza che sia una bella ragazza!”
Complimento quarto: “Sei carinissima stasera!” Tu invece anche se ti sei tagliato i capelli sembri comunque un accattone. Ma va bene così.
Complimento quinto: “Sei una dea egizia incarnata in una ragazza dei giorni nostri.” E comunque io non sono ragazza, sono Fulvia. Un sesso a parte.

Utrum: qual è stato il complimento più apprezzato?

Insofferenza 1. Per Edoardo, che due minuti dopo avermi vista e con già due birre in corpo, ha iniziato a insultarmi davanti al Lele’s Chiosco a Lignano, perché non avevo avuto le palle di dire all’architetto per cui lavoriamo, e al cui ultimo incontro lo steso Edoardo non era venuto, che lui (l’architetto) è un deficiente. E lui allora cos’è? Che dopo due settimane che ce la menava che aveva otto tavoli al Charlie, che “sì Fulvia, sì Jun, potete tranquillamente unirvi a noi, poi potete anche dormire da me!”, non ci ha neanche degnate di uno sguardo e dopo avermi rotto i timpani dando anche a me della deficiente, sì e no che ci diceva dove e quando andavano gli altri al suddetto Charlie.
Utrum: chi dovrebbe urlare a chi che è un deficiente?

Delusione. Quando arrivi dopo cena al Tenda e ritrovi quegli amici che hai piacere di vedere e hai l’amara sorpresa che la persona che avevi più piacere di vedere degli altri ti rivolge sì e no tre parole. In questi momenti ti verrebbe di dare ragione a Jun, quando l’altroieri ti ha detto: “Ah, Fulvì. Quello lì potrebbe essere chiunque: un maniaco sessuale, un clown, un pedofilo, un represso, un drogato, un pazzo criminale, un nano psicopatico…non si capisce cosa sia dalla faccia.” E quando ti aveva detto questa cosa tu avevi riso e detto: “Cazzo vuoi che sia. Un clown!” Al Tenda ti stai ricredendo.
Utrum: quale delle due Fulvie aveva ragione?

Insofferenza 2. Finalmente giunte al Charlie, scoprire che è più merda di quanto te la ricordassi. Magari non c’è quel cerebroleso di ClK che ci aveva provato con Jun due anni fa. Magari non c’è il buttafuori scassa-cazzi che ti impedisce di entrare perché hai i capelli a fungo. Però c’è una branca di gente piccola e ubriaca e brutta che barcolla e spintona e mi fa cadere il mio prezioso Havana Cola sulla giacchetta nuova della Sisley. Non ci sono tavoli a cui aggregarsi, perché Edoardo, quella testa di Minchia, ci ha abbandonate. C’è puzza di sudore e il bagno delle donne, oltre ad avere una fila di almeno quindici persone, è pure intasato. Nessuna faccia conosciuta. Pure un pelato che ti fa i complimenti per gli occhiali (vedi prima). Insofferenza crescente. Voglia di dare fuoco a qualunque cosa, consolle, bagni e pelato compreso.
Utrum: ho fatto bene al trattenere i  miei barbari istinti?

Sollievo. Quando finalmente recuperi in mezzo alla bolgia le tue facce conosciute e pur standoci insieme per nemmeno un’ora arrivi alla conclusione che qualunque posto può essere la merda peggiore del mondo, e Jun potrà anche andare in giro con la faccia scazzata del “checcifaccio io qua voglio andarmene muoviti” per tutto il tempo che vorrà, e potrà anche non esserci l’alcol (che palle, è dura ma posso farcela) e i tipi più brutti del mondo in giro, ma tutto potrebbe passare in secondo piano solamente grazie a una mano stretta in mezzo alla gente per passarci in mezzo e raggiungere l’ingresso. E degli occhi un po’ lucidi di Havana che ti fanno il calendario dei prossimi tre giorni: “Allora, domani è domenica, dopodomani è lunedì…” Fulvia: “…e dopo dopodomani è martedì!” “Esatto!”.
Utrum: e dopodopodopodomani?

Sorpresa. Le chiamate alle alle quattro e quindici di notte, mentre sei già sotto le coperte, nel letto vicino a quello di Jun, nel suo appartamento dalla temperatura glaciale.
Utrum: nessuna domanda.

Inconcludenza. Io e Jun ci svegliamo all’una e ventitre minuti. L’ora più assurda alla quale mi sia mai svegliata. Ho un libro di Zevi sulla mensola sopra la mia testa, ma il mio braccio non ce la fa a sollevarsi per prenderlo. Inconcludenza. Ho sognato il sogni che faceva qualcun altro, non so chi, ma non ero io. E di nuovo mia madre che mi insulta e si incazza all’inverosimile. Un sogno ricorrente che spero non voglia dire niente. Alle due facciamo colazione. Poi, giro per Lignano, scambiandoci sì e no due parole in croce, troppo stanche, pensierose e crevate dal sole per produrre una sola frase di senso compiuto. A parte io che a volte me ne esco con una delle miei solite imbecillità, un sicuro sintomo di stato di salute piuttosto buono. Non pranziamo, cappuccino alle quattro basta e avanza, con un cioccolatino completamente sciolto vicino, che Jun mangia ugualmente suscitando gli sguardi lascivi di vecchi tedeschi in cerca di una fellatio come si deve. L’insolvenza di una giornata passata a non fare assolutamente nulla e che prima di cominciare sembra essere già finita.
Utrum: qualcuno sa di chi potrebbe essere il sogno che ho fatto? Se qualcuno ha fatto un sogno MIO stanotte, mi avverta. Potrebbe essersi verificato uno scambio.

Rabbia. Per mia madre. dopo essersi accorta del tatuaggio, prima si è messa a ridere e poi, dopo due giorni, mi ha fatto un cazziatone di dieci minuti con tanto di lacrime. Oggi pomeriggio, tornando da Lignano, vengo a sapere dalla Soror che la punizione per cotanto affronto di essermi tatuata un simbolo elfico sul retro collo (vedi foto) la Mater non mi permetterà di fare la tanto attesa festa del 2 di maggio alla Domus, quando i Parens saranno via in qualche luogo sperduto delle Alpi a fare la solita gara di aereomodelli di maggio. La rabbia è incontenibile e devastante. Passo tutto il tragitto da Lignano a Udine meditando vendetta e insultando mentalmente la Mater: uno, perché non me l’ha detto prima e ora ho già avvertito tutti gli astanti; due, perché ho ventiquattro anni e non voglio più sottostare a punizioni imbarazzanti, soprattutto dopo che: uno, ho avuto anche la correttezza di dirle che tenevo la suddetta festa quando lei era via e quindi potevo anche non dirglielo; due, perché il tatuaggio è mio, so io perché l’ho fatto e lei ha la sua mentalità che non vedo perché dovrebbe essere più giusta e corretta della mia.

Senso di colpa. Fulvia CHIAMA la Mater con il SUO cellulare, appena tornata in appartamento e da lì a mezzora ha luogo il dramma psicologico. Dopo una serie di recriminazioni e lacrime da entrambe le parti (alla fine dei quali Fulvia ottiene il benestare di tenere la festa venerdì prossimo) parte la tragedia familiare: perché lei è preoccupata per me, perché non sa quello che faccio, con chi mi vedo e cosa mi passa per la testa, perché ogni volta le rispondo a monosillabi, perché lei mi ha sempre difesa in questa cosa di andarmene di casa, perché non è solo per quello che faccio adesso che lei è in pena, perché ci sono cose che in passato non le ho detto e ha paura che neanche ora le dica. In pratica: mi ha fatto sentire una figlia degenere, nonostante io continuassi a mantenere il mio aplomb da “ma mamma che cazzo stai dicendo, non ti fidi di me, forse?”. Dopo aver chiuso la telefonata Fulvia piomba in uno stato di depressione catatonica e sensi di colpa lancinanti, consapevole che se la Mater sapesse cosa sta facendo della sua vita, sicuramente le verrebbe un colpo apoplettico. E perché ci sono ancora cose irrisolte del suo passato da day-hospital e la Mater non lo sa.
Utrum: Fulvia dovrebbe dirgliele? E soprattutto: dovrebbe dirle a qualcuno in generale per liberarsi dei suoi fantasmi interiori?

Vostra Fulvia, come sempre in posizione Nadu.

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giovedì, 03 aprile 2008

i propositi dei tredici anni (quasi una canzone dei baustelle potrebbe essere)

Si ricorda ancora di quando a tredici anni è venuta a sapere come funzionava il sesso. A scuola le Ragazzine Insopportabili presenti in ogni classe in percentuale più o meno variabile continuavano a fare penose battutine del tipo "Tania morbida che scopa in mano" o cose sui generis, e lei sorrideva, per non sembrare una totale sprovveduta  cretina ignorante. la solita secchia che non conosce niente di più che quello che sta scritto nei libri di storia e  matematica.
All'asilo pensava che i bambini uscissero dall'ombelico, poi era venuta a sapere, beh, che uscivano da un'altra parte. E fin lì tutto okay. Però non riusciva proprio a capire COME potessero essere concepiti, sapeva che c'entrava il sesso, ma la domanda fondamentale era: cos'è il sesso? E soprattutto, gli uomini e le donne, gli ADULTI, lo fanno solo per fare i bambini, vero? E invece no.
Quella sera, a cena, suo padre non c'era. Capitava spesso quando ancora lavorava, quando non era ancora andato in "immobilità" e magari doveva stare a Milano per tre giorni, o a Padova, o in Toscana - chennesapeva lei, l'importante era che dormisse fuori, così lei poteva andare nel lettone, la notte. Chissà quale altra battutina con il doppio senso avevano fatto le Ragazzine Insopportabili quel giorno, fatto sta che Fulvia aveva deciso di chiedere a sua madre com'è che funzionava il sesso - l'aveva fatto imbarazzata, perchè si portava quel peso da troppo tempo.
Un peso che risaliva a due estati prima, quando a casa della nonna, chiusa in camera perchè sennò faceva rumore (rumore?quale rumore?le uniche volte che ansima ancora adesso sono nel sonno, senza accorgersene, menomale che c'è Tiziana che la avverte, la mattina dopo, e lei vorrebbe sotterrarsi), aveva immaginato di "farlo" con il maggiordomo (oh, non fateci caso, c'era tutta una strana storia dietro, lei era una marchesa e suo marito era via e il maggiordomo era molto carino, così...poi suo marito tornava e li scopriva a letto insieme, le solite storielle da Il Bello Delle Donne, insomma). Ovviamente non era successo niente. si era limitata a spogliarsi completamente e ad accarezzarsi ovunque, a dare baci al cuscino eccetera eccetera. Una bambina abbastanza precoce con accenni innocenti di masturbazione. Durante i mesi successivi, tornata a casa, improvvisava a suo parere arditi spogliarelli davanti allo specchio del bagno, il tutto in onore di un pascià turco che, viste le sue doti sensuali e le sue prodezze ballerine (attenzione!), subito la implorava di entrare a far parte del suo harem. Questi giochi diventavano sempre più frequenti, come il fermarsi davanti allo specchio dopo essere uscita dalla doccia, esplorando con gli occhi un corpo nudo che non riconosceva più e quel seno decisamente troppo abbondante che non riusciva a sopportare. Per tutto questo Fulvia si sentiva in colpa. una colpa crescente che non riusciva a reprimere. Soprattutto vicino al Natale, ripensando a quello che aveva fatto, si sentiva sporca e impura e indegna di vedere insieme alla sorellina i film su Babbo Natale dove tutti i bambini sono piccoli, belli e innocenti - lei no, lei era macchiata da una colpa che non aveva commesso. Era un po' rincoglionita già allora.
Quella fatidica sera aveva il broncio. Aveva mangiato il suo pezzo di pizza in silenzio, con gli occhi gonfi. Il senso di colpa si era fatto enorme, insopportabile, acuito dalle parole sentite a scuola, da verità mezze conosciute e mezze no, il non sapere, la consapevolezza di aver fatto qualcosa di sbagliato - un peso con il quale non avrebbe potuto convivere ancora (Fulvia pensa adesso a volte a quanto imbibita di minchiate cristianeggianti fosse, non se ne capacita ancora). Doveva sapere, sapere per condannarsi del tutto ed escogitare la penitenza più opportuna. Sua madre ovviamente si era accorta che c'era qualcosa che non andava e quando Fulvia si alzò per portare sul lavello il suo piatto vuoto, passandole accanto le sparò secco uno dei suoi soliti "ma che hai oggi?". Fu lì che partì la raffica. Imbarazzata e a un passo dalle lacrime Fulvia le aveva confidato tutto, per finire con la fatidica domanda. Lì, davanti alla sorellina di cinque anni che guardava la tv con gli occhi spalancati, senza curarsi un minimo delle parole che le volavano attorno. Viola aveva voluto sapere e adesso stava sapendo. Ogni frase, ogni suono che usciva dalla bocca di sua madre era una stilettata nel petto, un sasso in testa, uno stuzzicadente negli occhi, un pestone ai piedi. Semplicemente, non voleva crederci. Non poteva essere una cosa così crudele, così SCHIFOSA. Gli adulti non potevano volere una cosa del genere, anche se ci erano costretti per avere bambini, no, lei non avrebbe mai avuto figli se doveva soffrire così tanto. "Guarda che non si fa solo per avere bambini, Fulvì. Si fa perchè...si prova piacere." Nella sua mente piccola e cresciuta tra suore e racconti di gesù bambino Fulvia non voleva crederci. No. Era scoppiata in lacrime, il petto scosso dai singhiozzi e se l'era ripromesso.

“Io non farò mai sesso in vita mia.”

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domenica, 16 marzo 2008

donne e praticità

Ne “Il mestiere di vivere” Cesare Pavese ha detto che hanno senso umoristico quelli che hanno senso pratico. Perché chi ha senso pratico, a differenza del contemplativo, riesce ad essere staccato dalle cose e comprenderle nel loro meccanismo complesso; solamente chi è staccato dalla cosa riesce quindi a parlarne e a vederla in modo umoristico. Forse è per questo che si trovano poche donne dotate di senso dell’umorismo, il che è una verità assolutamente certa, nonostante nel mondo moderno anche gli uomini stiano perdendo gran parte della loro verve comica, per rintanarsi nei bui anfratti della permalosità e del prendere tutto sul serio. La società moderna è, infatti, prevalentemente contemplativa. La gente è troppo attaccata alle cose, il che è la banalità più assurda che abbia mai scritto su questo blog, ma alla fine è vero. Ammetto anche io candidamente di essere una consumista di prima categoria, anche se io lo faccio sostanzialmente perché mi piace spendere, non perché provo un particolare attaccamento a ciò che compro; l’atto di spendere è una delle azioni migliori che l’uomo possa compiere, è come una favola. All’inizio vedi l’oggetto del desiderio, lo valuti attraverso tutti i sensi del corpo, estrai il portafoglio e SAI che grazie a poche carte ruvide e che puzzano di mani d’altri, quell’oggetto sarà d’ora in poi TUO. Una perfetta storia d’amore ed io sono decisamente romantica per certe cose. Una perfetta storia d’amore che, nel mio caso, va a finire esattamente come tutte le storie d’amore, ovvero con un abbandono da parte di uno o dell’altro: nella miglior tradizione di Fulvia le occasioni in cui è lei a mandare in pensione l’ex-oggetto-del-desiderio e le occasioni in cui è l’ex a scomparire misteriosamente, si equivalgono esattamente.
Ma non è di questo che volevo parlare. Stavo dicendo che nel mondo moderno la contemplazione prevale sul senso pratico e che le donne sono molto più contemplative degli uomini, aspetto che si rivela evidente anche attraverso della semplici analisi di mercato. La mancanza di senso pratico nelle donne viene però spesso interpretata in modo diverso, a volte addirittura esaltata e messa sullo stesso piano dell’Eleganza. In questi casi “eleganza” diventa sinonimo di “sacrificio del senso pratico in nome di un’estetica che in quando bellezza pura non può essere minimamente pratica”. Secondo questa visione, quindi, la praticità assume connotazioni negative, fino ad essere associata a concetti come “trascuratezza”, “sciattezza” e via dicendo. Strani procedimenti sinaptici che non comprendo. Io penso (e qua potrebbero scattare le battute ironiche sulle mie dubbie facoltà riflessive) che non ci sia eleganza dove non ci sia praticità. Praticità intesa sia nell’accezione comune del termine, quindi come la tendenza a coniugare il facile e il comodo, sia nell’accezione di Pavese. Sacrificare la praticità per un’estetica decisa dalla contemplazione è inutile, faticoso e non porta a niente a lungo termine, oltre a costringere chi ne soffre a rimanere costantemente con i piedi per terra, senza assumere il necessario distacco da ciò che gli sta attorno e quindi da coloro che decidono al loro posto ciò che è eleganza e stile. Si può ammirare la voluta mancanza di praticità come sforzo verso la perfezione, a discapito di un benessere personale non percepito dagli altri, si può fare, ma io continuo a non vederne il motivo. E comunque ritengo che la mancanza di praticità non competa solamente alle donne, ma trovi uguale diffusione anche tra il genere maschile, nonostante gli uomini siano usualmente considerati più pratici per una serie di motivi che hanno trovato il loro maggiore portavoce nell’autore di “Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere” (1992), tal John Gray.
Gray espresse il suo pensiero in modo illuminante specialmente in un capitolo del suddetto volume, un best seller di diffusione mondiale, diventato famoso anche grazie alla pubblicità gratuita che gli è venuta da “Il Diario di Bridget Jones”; il capitolo era “Mister Aggiustatutto e il Comitato per il miglioramento della casa”. Scrive Gray:

I marziani danno importanza soprattutto al potere, alla competenza, all’efficienza e ai risultati. Vivono mettendosi continuamente alla prova e tentando di sviluppare la loro abilità. Definiscono il proprio senso di sé in base alla capacità di raggiungere risultati. Si sentono realizzati soprattutto attraverso un successo.

Il che passa, usualmente, come la quint’essenza del senso pratico. Scrive ancora Gray, stavolta delle donne:

Le venusiane hanno valori diversi. Per loro importanti sono soprattutto l’amore, la comunicazione, la bellezza e i rapporti interprersonali. Dedicano molto tempo ad aiutarsi e a vezzeggiarsi l’una con l’altra. Il loro senso del sé si definisce attraverso i sentimenti e la qualità dei rapporti interpersonali. Si sentono realizzate tramite la partecipazione e la relazione.

Tralasciando il pessimo quadro da galline che Gray ha dato delle donne e quello da “Uomini della Coca Cola Light” degli uomini, ora posso dire di capire molte cose, soprattutto da dove derivi la convinzione maschile che le donne non abbiano senso della praticità: semplicemente questo viene confuso con qualcos’altro, che ne è la sua versione più spiccia e terra terra, basata su azioni concete.
Concludendo potrei riportare una citazione sempre di Pavese, che a mio avviso ne capiva molto più di Gray, infatti Gray ha fatto tanti più soldi di lui.

(Nell’essere pratici)…è implicita una tragedia: ci si impratichisce di una cosa, staccandosene e cioè perdendovi interesse. Di qua, la corsa affannosa.
Naturalmente, di solito nessuno è contemplativo o pratico in modo totale, ma siccome tutto non si può vivere, resta anche ai più navigati sentimento di qualcosa.

Meditate gente, meditate. Io, da parte mia, torno in appartamento e mi fumo una cicca.

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mercoledì, 05 marzo 2008

chi non lavora...

No no no no no. Non ci sono storie che tengano. Fulvia Sperelli, proprio come il suo omonimo dannunziano, non è fatta per il lavoro. Io mi sforzo, ma proprio non ci riesco. Un po’ come mi sforzo di bere la sambuca, però mi fa schifo e quindi va a finire che, se non la vomito due secondi dopo averla ingerita, me la ritrovo a girare fastidiosamente per lo stomaco per i due giorni successivi (pessima sensazione). O come mi sforzo di fumare cicche che non siano Lucky o Pall Mall blu, una sfida persa in partenza sia per i miei polmoni che per le mie finanze. Però dicono che il lavoro nobiliti l’uomo e che sia necessario alla società, quindi ci tocca adattarci e fare di necessità virtù, il brutto è che non ho capito bene come. Momentaneamente Fulvia può vantarsi impegnata in una serie di impegni sociali e lavorativi che agli occhi di un estraneo potrebbero sembrare segni evidenti che questa ragazza, cazzarola, voglia di lavorare ce l’ha eccome. Purtroppo nulla è stato frutto di una scelta consapevole, ogni volta che ho detto sì o ero ubriaca oppure inebriata dalle parole con cui mi proponevano ogni nuovo impegno lavorativo. Mi odio per dimostrarmi così debole. In effetti sono una debole di natura, nei tempi recenti anche piuttosto alienata, nessun stupore nello scoprire che ultimamente sto perdendo il mio mordente da boss, quindi. Ebbene, passiamo a un elenco numerato, che come ogni buon post di questo blog insegna, è un elemento dell’organizzazione narrativa assolutamente fondamentale. Se di narrazione può parlarsi in questo caso, il che è tutto da vedere.

1.       Fra due settimane circa inizio uno stage di tre mesi o quasi alla Moroso. La domanda è: perché? Perché andare a spaccarsi il culo senza una minima retribuzione (“ma c’è la mensa, eh!”), perdendo ore e ore di corsi universitari e ore e ore di sonno dovendo iniziare alle nove (e la Moroso si trova a Culonia, prestigioso centro irraggiungibile se non con tre cambi di bus e un’infinita strada a piedi sullo stradone più trafficato fuori Udine, a parte la tangenziale), non sapendo neanche dove si inizia ad annusare una stoffa, totalmente inconsapevole di ogni nozione di programmi di grafica che vada l’oltre a “apri nuovo documento”. Perché? La risposta è: l’architetto che mi seguirà è un figo della Madonna, l’ufficio creativo sembrava camera mia nei momenti peggiori e, da ultimo ma non ultimo, sono stupida.

2.       Sto continuando a scrivere nell’ombra saggi brevi e unità didattiche per Ivana e le sue amiche. Il brutto è che queste deficienti stanno diventando sempre più esigenti e iniziano anche a permettersi di darmi dei paletti temporali e a mettermi fretta. Senza contare che ogni saggio che scrivo ha un argomento sempre più penoso, o meglio, l’argomento potrebbe anche essere interessante, ma i documenti che danno non si sa da dove li tirino fuori, io penso dal Dixan, anzi no, perché i libriccini che regalavano dentro al Dixan raccontavano delle storie belle e i disegni non erano per niente male. Probabilmente allora li tirano fuori al General. Perché continuo a farlo? La risposta è: questo lavoro costituisce la fonte principale e più immediata di guadagno, alla fine è un’occupazione che posso svolgere relativamente ovunque e che a volte mi prende bene e, da ultimo ma non ultimo, sono stupida.

3.       La tutor di corso ha praticamente costretto me ed Edoardo a collaborare con un architetto che la testa ce l’ha tipo il cavaliere senza testa di Sleepy Hollow, ovvero in mano. Sto qua almeno dovrebbe pagare, ma non si sa bene per fare che. Le uniche due volte che l’abbiamo visto si è perso in un discorso senza senso su un0unità abitativa d’emergenza che dovrebbe presentare alla Triennale di Milano e che non sta in piedi proprio come progetto. Zio Can, questo secondo me deve giocare un po’ meno con il lego e leggersi un due cose di Zumthor, senza contare che sarebbe cosa buona e giusta cercasse di uscire dal tunnel di Zaha Hadid: il grattacielo cilindrico ruotante con altri tre grattacieli cilindrici ruotanti di altezze diverse al suo interno non di può guardare. Alla fine devo presentargli una tavola sull’unità abitativa per martedì prossimo e la mia voglia è pari allo zero. Perché ho accettato? La risposta è: non so dire di no, alla fine paga e , da ultimo da non ultimo, sono stupida.

E questo è quanto. Tiziana non si vede da una settimana e mezza e non penso tornerà prima di lunedì, ciò vuol dire che ho, come quasi sempre, una doppia singola e questo potrebbe essere un valido motivo di buon umore. Stasera ho voglia di bere e adesso  ho voglia di una cicca. Mi fa male il collo e sembro una sick girl. Mi piace sembrare una sick girl. Fumo e finisco il saggio sui fumetti. Fanculo.

PS: Suze è in gita in Campania da lunedì, per un totale di sei giorni, tre minuti fa mi è arrivato questo messaggio: Sono a Capri. Prima ha dato una slavinata che c’ho l’acqua pure nelle mutande. Ho malissimo alla pancia e prima in aliscafo c’era metà gente nel vomito. Fa freddo. Io adoVo mia sorella.

Postato da LaFulvia alle 09:44
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Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.

Questa è Fulvia

» mi piaci, ah ah
» una simil-vita
» Fulvia la solitaria senza brillante

Fulvia abita una società composta da

» rasputin
» la zecca
» le cose che mi hanno insegnato

Fulvia's love affairs

» quello che manca
» l'ammore questo folle sentimento
» cinica romantica
» la rabbia sobbalza

inutili oggetti del desiderio di Fulvia

» Accendini e braccialetti
» shopping e matrimoni

Fulvia in occasioni particolari

» il natale di fulvia
» la festa della donna

I vizi di Fulvia: l'alcool

» un'equazione sul negroni
» autolesionismo etilico

I vizi di Fulvia: le droghe

I vizi di Fulvia: il cibo

I vizi di Fulvia: il sesso

» io sono alle seychelles

I vizi di Fulvia: il lavoro

» mi licenzio dal bar
» obiettivo: fallire
» ghost writing

I vizi di Fulvia: il denaro

» come buttare via i soldi 1

Le mirabolanti avventure di Ivana la pechinese

» gli esami di ivana 1
» l'amore ai tempi di ivana
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