
sabato, 01 marzo 2008
la casa quando torneremo - una poesia di Fulvia Sperelli
Le pareti sono imbevute di immagini
che non posso riconoscere.
Fotogrammi inconcludenti
di storie passate.
Dalle mattonelle salgono
suoni di tacchi e cigolii di scarpe
che non ho mai messo
e i piedi che le calzavano
camminano ora altrove.
Specchi mai puliti trattengono
sotto la polvere visi non familiari
che non voglio liberare.
Ante degli armadi si aprono da sole
creando correnti fredde
che vengono da altri inverni.
Nell’acqua della vasca,
forse ancora qualche goccia
che ha lavato pance altrui.
e le nostre parole.
I pavimenti hanno subito
i nostri piedi scalzi.
Sulla polvere degli specchi è impressa
la nostra doppia faccia
e dagli armadi esce il mio respiro
rarefatto delle sei di mattina.
La vasca ha i segni dei miei capelli,
sullo smalto il rumore futuro
delle nostre unghie.
Niente di quello che c’era
sarà così all’altezza di sopportarci ancora
quando torneremo.
E avremo muri mattonelle specchi
armadi e vasche
ricoperti solo del nostro peso.
Postato da LaFulvia
alle 13:51
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Rintracciabile in: poesie minime
venerdì, 18 gennaio 2008
Preferisco i dvd.
Preferisco i gatti.
Preferisco gli alberi spogli d’inverno, cristallizzati di ghiaccio.
Preferisco Dostoevskij a Dickens.
Preferisco me che vuol bene alla gente
a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano matita e gomma.
Preferisco il colore rosso.
Preferisco non affermare
che l’intelletto ha colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlare con i medici d’altro.
Preferisco i quadri di Hopper, definiti e decisi.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,
da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti
che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistatori a quelli conquistati.
Preferisco avere riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa
che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo siderale a quello degli insetti.
Preferisco non toccare ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco prendere in considerazione perfino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione.
Postato da LaFulvia
alle 17:38
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Rintracciabile in: copiature, poesie minime
lunedì, 14 gennaio 2008
Mi sono vista. Ho visto Fulvia un giorno uccidere qualcuno senza rendersene conto. Mi sono vista mentre il respiro di un’altra persona si ferma davanti al mio viso, ho visto questo respiro solidificarsi in una membrana sulle mie guance, sul mio naso, sulle mie palpebre e sulla mia bocca. Ho visto membra distendersi e farsi fredde e ho sentito un grumo di pece invadermi il cervello. La consapevolezza di aver ucciso qualcuno. Aver ucciso qualcuno per volermelo addosso per sempre.
Postato da LaFulvia
alle 16:54
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Rintracciabile in: ri-flessioni specchiate, poesie minime
giovedì, 10 gennaio 2008
la sottile linea di confine tra possedere ed essere posseduta
Ho voglia di stringere, stringere fortissimo.
Un desiderio vivo che ha il colore nero e luccicante del sangue.
Che ha le note scomposte e i ritmi spaccati degli Artic Monkeys.
Ho voglia di possedere qualcosa, tutto, qualcuno, tutto di qualcosa e tutto di qualcuno.
Voglio possedere me stessa, il mio corpo, la mia anima, la mia mente.
Voglio costringere con uno sguardo, legare a me con corde strette che lasciano segni sulla pelle.
Voglio dilatare il tempo e rimpicciolirlo a mio piacimento.
Voglio che la notte sia infinita.
Nera e calda da stare in mutande in terrazzo a fumarmi una canna, dopo aver fatto morire qualcuno.
Dopo essere morta.
Voglio comprimersi per riuscire a entrare in un vaso dalle forme strette e sinuose, essere una giraffa ed essere un topolino.
Riempirmi la pancia di liquidi, schiacciarla e distribuirli per il resto del corpo. Schizzarli fino alla testa.
Entrare in qualcuno tanto in profondità da sentire come è fatto dentro.
Riempire bocche. Riempire orecchie, affondare il mio naso dove il profumo è più forte e saturarmene.
Vorrei che fosse possibile essere posseduta così tanto da qualcuno da non rendersene nemmeno conto, che il possesso fosse così intenso e completo da scomparire, da riempire ogni buco della mia esistenza senza che io lo sappia.
Ogni angolo del cervello e ogni momento di solitudine.
Sapere cosa fare prima ancora di farlo.
Avere tanta aria da respirare quanto decide di darmene.
Stare appesa fin tanto che non decide di tagliare il filo.
Aprire la bocca solo quando mi strappa il cerotto dalle labbra.
Una mano ferma sulla testa che la sposta dove vuole.
E in un secondo fare io lo stesso.
Possedere. Essere posseduta.
Praticamente è la stessa cosa.
PS di Fulvia: io ad esempio possiedo completamente Ivana, il mio personale nano di corte in pigiama, e lei possiede completamente me. Infatti senza di me chi gliel’avrebbe fatta l’unità didattica di storia sul 1968 in Italia entro domani (tenendo conto che doveva iniziare a farla ieri)? Nessuno. E senza di lei chi mi darebbe i lavoretti che faccio per guadagnarmi quei (se va bene) 200 euro al mese per comprarmi l’alcol e le medicine?
Postato da LaFulvia
alle 16:11
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Rintracciabile in: pippe, poesie minime
venerdì, 21 dicembre 2007
Mi manca da sempre. Da prima di sapere che mi mancasse. E mi manca sempre, quando dormo e quando sono sveglia, in bagno e in cucina, in camera da letto e in salotto. In ogni scalino su cui mi siedo mentre aspetto l’autobus, in ogni strada, in ogni negozio dove entro senza comprare nulla, in ogni supermercato dove scelgo le melanzane da mangiare a cena, in ogni pagina di ogni libro che leggo, in ogni foto che guardo appena sopra il cuscino, in ogni pubblicità, in ogni fotogramma di un film che guardo al cinema o in tv. In ogni messaggio sul cellulare, di qualsiasi numero, conosciuto, sconosciuto e anche in quelli della Vodafone. Mi manca nelle parole che scrivo, nelle canzoni che ascolto, nelle domande che mi fanno e nelle risposte che non so dare. Mi manca nelle aspirine che prendo, nel caffè solubile che bevo la mattina, nell’orzo che mi preparo dopo pranzo. Mi manca nel vino, nel vodka sour ai frutti rossi, nella caipiroska alla fragola, nello zucchero di canna, nel ghiaccio. Mi manca nella luce del sole e in quella della lampada che ho sulla scrivania. Nel rumore della tastiera, negli squilli del telefono di casa, negli occhi della gente che incontro per strada. Mi manca nel profumo del mio shampoo, della crema al burro di karitè che mi metto dopo aver fatto il bagno, nella polvere che scopo dal pavimento del corridoio. Mi manca negli appunti di ricerca operativa, nel progetto per la biblioteca in piazzale Cavedalis, nelle orecchie e sulla punta del naso. Mi manca nelle lenzuola, nelle tende, nei vestiti che ho per casa, nel cappotto rosso di Max Mara, dentro il basco, nelle trame della sciarpa. Mi manca al di qua e al di là dei confini che stanotte hanno abbattuto. Nel sale del mare, nello sporco che si appiccica alla neve, nella brina delle prime ore della notte. Mi manca nei soldi che non ho, in quelli che dovrei avere, dentro una matita a mine, nell’inchiostro di una bic. Se solo sapessi come riempirli, tutti questi vuoti.
Postato da LaFulvia
alle 17:43
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Rintracciabile in: a cosa servono i tag, poesie minime
giovedì, 20 dicembre 2007
Babbaggine, maledetta babbaggine.
S B A M S B A M S B A M
fa la mia testa contro il muro, ma ho un testa così molle che al massimo lascio macchie di cervello.
che schifo.
Aaaaaaah, sveglia Fulvia, sveeeeeeeegliaaaaaaa.
Postato da LaFulvia
alle 14:53
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Rintracciabile in: poesie minime
Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.
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