venerdì, 05 settembre 2008

io sono alle Seychelles

La ginecologa continua a chiamarmi, io semplicemente non voglio risponderle. Che problema c'è? La smetterà prima o dopo, no? Tanto lo so già cosa vuole dirmi, vuole dirmi che il dieci ho l'appuntamento per parlare del fatto che sono contratta al basso ventre. O meglio, che ERO contratta al basso ventre. Adesso non lo sono più e il tutto non grazie a lei, anche se è convinta che sia stato merito suo, delle sue parole e delle sue straminchia di storie sui cinesi che vogliono fare la pastasciutta senza sale. Sì, domani. Mi ha intortata già tre volte e come sempre alla terza volta ho iniziato a raccontarle la solita gigantesca vagonata di stronzate per farla contenta. Non capisco perchè continui a darmi appuntamenti e sia così stramaledettamente fissata di rendere ottima la mia vita sessuale. Cosa gliene frega? Forse per i 100 euro a visita? Mah. O forse perchè è una filantropa che vuole semplicemente la FELICITA' delle donne. Ma chi se ne frega. Tutte queste fissazioni sul piacere corporeo e ba ba ba. Io non ci credo e basta. E non mi interessa. D'altronde si sa che adoro farmi del male, quindi raggiungendo un ottimo livello in quanto a sesso andrei contro una delle mie peculiarità e regole di vita. E poi, ginecologa di sta cippa, in UNA cosa potevi essermi utile e non l'hai fatta. Volevo la pillola ed è da sei mesi che mi mandi avanti e indietro dall'ospedale a farmi fare visite di qua e di là e ancora non hai strappato un fogliaccio di carta per scrivermi sopra la ricetta. Vaffanculo scusa. In compenso ho scoperto che molto probabilmente dovrò iniziare a prendere le pastiglie per il cuore come fa mio padre che ha sessantanni, il tutto perchè il mio livello di ossitocina è più alto del normale, e "non che sia un rischio, perchè alla fine non lo sanno neanche i medici che cosa comporti, però intanto di pigli le pastiglie". Rivaffanculo. Anzi, non ti dò nemmeno la soddisfazione di risponderti. Continua pure a chiamarmi. Io sono alle Seychelles. E qui provo un orgasmo naturale indotto solamente guardando fuori dalla finestra. E non mi serve nemmeno la pillola.

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sabato, 02 agosto 2008

obiettivo: fallire

Ho voluto abbandonare un blog che andava discretamente. Quantificavo una trentina se non di più commenti a settimana, avevo i miei lettori fedeli e a maggio mi avevano anche fatto un’intervista su Flair, dove il mio posto virtuale era indicato con indirizzo, titolo e mio nome e cognome (il cognome naturalmente l’avevano sbagliato). Avevo ricevuto tre inviti per tre reality blog, a due avevo partecipato, da uno sono stata eliminata, dall’altro mi ero ritirata – odio i reality blog. Un giornalista della rai mi aveva invitata a un programma di Alda D’Eusanio, dove avrei dovuto piangere su me stessa raccontando le mie sfighe di scrittrice fallita. Non ci sono andata, pur essendo abbastanza sfigata, non lo ero quanto bastava – per fortuna, e comunque dopo aver saputo che era un programma della D’Eusanio non ci sarei andata comunque. Avevo una notification su splinder, a visitare il mio blog veniva regolarmente Gemma Gaetani, quella di “Colazione al Fiorucci Store – Milano”, scrittrice di discreto successo pubblicata da Lain (quella di 100 colpi di spazzola, per intenderci). Insomma, potevo continuare su quella strada, magari adesso non avrei tre commenti a settimana e nessuno che mi caga nemmeno di striscio. E invece no, ho sbaraccato. Ho rinnegato mio padre e ho cancellato  il mio nome come Giulietta chiede di fare a Romeo, e mi sono rifugiata in un altro blog meno rosa a cui pochi di quelli che mi conoscono hanno accesso. Ieri sera, dopo aver guardato “Parlami d’amore”, mi domandavo se all’età di ventiquattro anni suonati ho ancora la possibilità di fare quello che voglio della mia vita; un po’ difficile dal momento che appena raggiungo un certo grado di realizzazione scendo di dieci gradini per ritrovarmi al livello di quattro anni prima. Sono una emerita sconosciuta. E per di più nella mia testa si affollano storie e concetti e parole e frasi che non riesco a mettere nero su bianco. O meglio, rosa su nero. Forse dovrei rassegnarmi che tutta questa storia del dono e dello splendente futuro di successo letterario è solo una gran cazzata.
D'altra parte il mio obiettivo non è: fallire?

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giovedì, 31 luglio 2008

Bertolli e Santarosa

Ho aperto uno sportello dello sgabuzzino stamattina. C’erano tre bottiglie di olio extravergine Bertolli, tutte con un cartoncino intorno al collo. Erano dei cartoncini con la faccia dei protagonisti delle pubblicità televisive della Bertolli e della marmellata Santarosa. Ho pensato a mia madre che andava al supermercato e comprava quelle tre bottiglie. Poi ho guardato il resto che c’era nella dispensa. Scatolette di tonno, sughi pronti, Simmenthal. Ho pensato a mia madre che andava al supermercato e comprava tutte quelle cose. Che le accatastava nel carrello come l’ho vista fare mille volte da quando ho ricordo. Che va alla cassa, paga e torna a casa. Il più delle volte da sola. Che mette tutto nelle buste di plastica che carica in macchina. Non so perché, ma mi è venuto da piangere. L’ho rivista ieri, quando ha pianto almeno tre volte. L’ho rivista quando mi ha chiamata in camera sua e mi ha iniziato a fare il suo discorso sulla fiducia, sull’alcol, sulla droga, sul fatto che sono fragile, che non mi ha più sotto controllo, che non sa cosa faccio, che vuole che io stia bene e tutto il resto. La faccia invecchiata di dieci anni, o meglio, la faccia della cinquantasettenne che è, anche se di solito le daresti dieci anni di meno. Quel continuo “Dimmi che non devo preoccuparmi”, le continue allusioni a due, tre anni fa, che tanto lo so benissimo che non l’ha superato per niente quel periodo, che ancora non mi perdona di averle fatto quello che le ho fatto, e questo perché prende tutto come una questione personale, senza pensare che qualunque cosa io abbia fatto, l’ho fatta a me stessa e non a lei. Cazzo. Quando Monica mi diceva che non dovevo pensare a mia madre, sentirmi in colpa per lei e credere di fare un torto a lei, aveva ragione, ma come riesco a dirmelo quando mi ritrovo quella faccia davanti, quando so che non c’è niente di quello che lei mi chiede a cui posso rispondere come lei vorrebbe che rispondessi, a parte che non deve preoccuparsi, no che non deve, io sto bene, sto bene, sto bene, sto bene.
Sono una cogliona.

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lunedì, 28 luglio 2008

come buttare via soldi: lezione numero uno

Stamattina sono tornata da Lignano insieme a Simon, dopo un tardo pomeriggio all'insegna del sole e una serata all'insegna di Mokambo e americano scaraffato da me medesima. Una sbronza, cinquanta euro scomparsi, un morso di pizza e due cappuccini misti a mal di testa la mattina dopo. Tutto regolare. Ottima domenica. Io ho fatto le mie solite scenate da schizzata che se non le facessi non sarei io (tutto regolare), ho mandato a fanculo Sal e Simon almeno sessanta volte (la cosa positiva è che nella parola "vaffanculo" non ci sono nè r, nè s, quindi, anche da marza, riesco a pronunciarla mantenendo un certo decoro. Fantastico), mi sono addormentata in due secondi nel letto gentilmente concesso da Marika, per risvegliarmi madida di sudore e con un ginocchio non mio sulla pancia (tutto regolare anche qua, fortunatamente stavolta, memore dei trascorsi, mi sono accapparrata il posto interno, quello vicino al muro, onde evitare fenomenali cadute di fianco), sono stata insultata perchè avevo un copricostume che somigliava al vestito della signora Ciquita e ho speso due euro in una telefonata a Moba durante la quale entrambi non abbiamo capito un emerito cazzo visto che in Africa dove sta il telefono non prende. Ottimo.

Sono stata scaricata davanti a casa all'una e mezza, con una voglia di mangiare pari a zero, dopo essermi lasciata prendere dalla gola di un tramezzino con praga e carciofini del Bennet. Maledetti tramezzini. Finirò con l’odiarli. Soprattutto quelli del Bennet, che sono secchi. Quelli del Pam non sono male. Quelli dell’A&O sono secchi pure loro. E quelli del Despar sono uguali a quelli del Bennet, stessa marca. Bah. Quindi, giovini, se volete comprare dei tramezzini andate al Pam. Quelli confezionati singolarmente. Dicono anche che quelli delle macchinette dell’università siano molto buoni. Non lo so, mi impegnerò nella valutazione e vi farò sapere. A parte questa breve parentesi sui tramezzini, non contenta del tir di stanchezza che mi stavo portando appresso, subito dopo pranzo ho deciso che era il caso di spendere un po’ di soldi in benzina andando fino a Prata di Pordenone per prendere cinque libri in biblioteca. Cinque romanzi, attenzione, non roba utile, non sia mai. Mi sono accertata degli orari della suddetta biblioteca, mi sono stampata l’itinerario udine-prata da viamichelin.it, ho detto a mia madre che andavo da Jun (perché sennò col cazzo che stava tranquilla se le dicevo che mi andavo a fare 53 km andata e 53 ritorno per strade mai fatte e con il supporto di una stampa da cui peraltro non si capiva niente), mi sono caricata in smart cinque cd, mi sono messa i mocassini da guida e via, verso luoghi sconosciuti e cinque libri nuovi di pacca.

Finchè ho dovuto seguire la Pontebbana è andato tutto liscio. In fondo dovevo solo andare dritta, a parte un momento in cui mi sono resa conto di non essere del tutto lucida (il che è successo a circa cinque chilometri da casa, un buon momento per decidere di tornare indietro, ma no); mi sono limitata ad alzare la musica e il condizionatore lanciandolo a manetta verso il mio viso disfatto. Ha avuto il suo effetto. Il dramma c’è stato quando ho dovuto prendere una strada a casa in prossimità delle mille deviazioni davanti all’Emisfero prima di Pordenone. Dalle indicazioni viamichelin non si capiva un emerito niente, c’erano nomi di vie e nessun indizio su che straminchia di via prendere lì dei lavori in corso. Inoltre la cartina era anche stampata male, il colore che segnava l’itinerario copriva i nomi delle città vicino a Prata, quindi non avevo neanche barlume di che direzione prendere, sapevo solo verso che punto cardinale andare. Al che ho accartocciato la stampa e l’ho buttata fuori dalla finestra (bambini non fatelo) e mi sono messa a girare seguendo il sole tra Fiume Veneto e Azzano Decimo, finchè non ho trovato per puro caso una freccia con scritto Prata di Pordenone. Esultante dalla gioia ho fatto la strada restante cantando invece che bestemmiando (come fino a cinque secondi prima). Trovare la biblioteca non è nemmeno stato difficile. Tac, ero già arrivata. Parcheggio, entro (è aperta! Miracolo. Penso.) e appena mi appresto a cercare i libri mi si avvicina una signora e mi fa:

“La biblioteca è chiusa per trasloco.”

Caaaaaaaaazzooooooooooooo.

“Ah. Ma io sono venuta da Udine---“ (faccia contrita, labbro inferiore sporgente e leggermente tremolante)

“Che libri ti servono? Vediamo se sono rimasti fuori.”

Grazie.

Naturalmente non ne era rimasto fuori nemmeno uno, senza contare che tre libri che il catalogo in internet mi dava disponibili erano in prestito.

“Ma erano segnati disponibili…”

“Sì ma il catalogo non è aggiornato.” (sorrisone) Che cazzo ridi?

“Ottimo.”

Sono tornata a Udine tirando giù la Madonna dal cielo e rispedendocela con un calcio in culo.

 

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sabato, 28 giugno 2008

le cose che mi hanno insegnato

Ho passato un’infanzia in cui fino ai cinque anni non mi ricordo di mia madre,a parte durante le vacanze. All’asilo mi ci portava mio padre, perché Maman doveva partire di casa alle sette di mattina per andare a insegnare a Gonars o in qualche altro paesino sperduto della Bassa Friulana per cui ci volevano almeno tre quarti d’ora di strada in estate e un’ora e mezza in inverno quando c’era la nebbia, o aveva nevicato, o c’erano le strade ghiacciate. Quando mi svegliavo prima che fosse partita mi mettevo a piangere come una disperata e mi attaccavo ai suoi pantaloni finchè non mi sbatteva la porta d’ingresso in faccia lasciandomi distesa per terra, ad affogarmi nelle mie lacrime. Allora mio padre veniva a tirarmi su e mi portava nel lettone finchè non era ora di lavarmi e vestirmi per andare all’asilo. In quel quarto d’ora di tregua mi insegnava cose molto utili, come fare le puzze sotto le coperte e poi annusarle, oppure la filastrocca di Apelle figlio di Apollo, che non conosceva nemmeno lui fino alla fine, o la storia del pesce rosso che finiva irrimediabilmente male; a volte il pesce saltava fuori dalla vasca e moriva, altre volte i suoi padroni si dimenticavano di dargli da mangiare e moriva, oppure gli mettevano un altro pesce più grosso nella vasca e quello rosso veniva mangiato dal nuovo arrivato. Si finiva sempre che arrivavo tardi all’asilo, con un calzetto diverso dall’altro o senza essere pettinata, rischiando la vita perché mio padre metteva la quinta per via Cividale tentando di farmi arrivare penultima e non proprio ultima. Naturalmente non mi accompagnava mia dentro, così ero sempre io che le sentivo dalla suora quella che sembrava un uomo e aveva la sensibilità di un brontosauro. Alle quattro andavo dai miei nonni, che abitavano a trecento metri dall’asilo; durante la ricreazione li salutavo dal cortile, loro erano sempre in terrazza cercando di individuarmi tra la folla di grembiuli bianchi. Io ero quella con il casco di capelli neri che si rotolava giù la collinetta e si prendeva le altalene in bocca quando spingeva le sue amiche. A pranzo chiedevo sempre il bis, dopo mezzo anno suor Ugolina (triste nome per una suora cuoca) veniva a riempirmi per la seconda volta il piatto senza neanche chiedermi. Dopo pranzo ci mettevano tutti nel dormitorio, mentre una delle suore si sedeva in un angolo a ricamare. Non ho mai capito l’utilità del riposino pomeridiano dalle due alle tre, su quelle brandine insulse su cui non ti potevi nemmeno girare che cigolavano. Io non dormivo mai, parlavo con i miei vicini di branda finchè la suora non veniva a intimarmi di stare zitta, dopodiché iniziavo a rigirarmi a destra e a sinistra facendo un baccano infernale finchè la suora non veniva a intimarmi di stare ferma. Al che le soluzioni erano due: o fissavo il soffitto per i rimanenti dieci minuti, o mi rimettevo a parlare, oppure mi facevo la pipì addosso. Quest’ultima opzione si è fortunatamente verificata poche volte, sennò sarei finita come Giacomo, il bambino che se la faceva sotto ogni giorno e la suora-brontosauro un giorno ha preso la sua brandina sporca, e l’ha messa in mezzo alla sala giochi, al pubblico ludibrio. Odiavo Giacomo, non mi faceva vedere il suo libro di Red e Toby e mi tirava su la gonna. All’asilo volevo sempre e solo la gonna, se il padre mi imponeva di mettermi i pantaloni mi imputavo e non volevo uscire di casa. Cinque anni dopo mi impuntavo e non volevo uscire di casa se Maman mi imponeva di mettermi la gonna. Dopo l’asilo non ho più messo una gonna per andare a scuola fino alla seconda media, nel giorno della gonna, in cui tutte e sei noi sfigata in una classe con altri venti maschi, avevamo deciso che era il momento di imporre la nostra femminilità. Io, anche con la gonna, sembravo un maschio tarchiato ugualmente.
Nonostante tutto, comunque, mia madre ha avuto modo di insegnarmi due cose fondamentali nel periodo della mia prima infanzia- Una delle prime cose è stata come mangiare il risotto. Una volta versato nel piatto, rigorosamente fondo come si conviene ad ogni primo, bisogna spalmarlo bene su tutta la superficie e poi iniziare a mangiarlo dai bordi, perché si raffredda più velocemente. Io naturalmente iniziavo sempre dal centro, realizzando dei disegni astratti che avranno voluto dire qualcosa, o probabilmente non volevano dire niente. Ieri mangiando il riso alla milanese, un tipo di risotto che non mi è mai piaciuto in vita e probabilmente continuerà a non piacermi, ho iniziato a mangiarlo dai bordi, così, in automatico, e devo dire che non dà altrettanta soddisfazione che iniziare dal centro.
Un’altra cosa che mi ha insegnato mia madre, ma non ricordo assolutamente il momento in cui l’ha fatto, è da che parte farmi il bidet, cioè da davanti. Questo insegnamento mi si è radicato talmente che fino a poche settimane fa ero convinta che il mondo (o almeno, quella parte di mondo che è consueta utilizzare il bidet) facesse il bidet da davanti; invece ho scoperto che la popolazione si divide in due grandi categorie, esattamente per il cinquanta e il cinquanta percento. C’è chi si fa il bidet da davanti e c’è chi si fa il bidet da dietro. Sinceramente non riesco a capire la tecnica con cui qualcuno possa farsi il bidet da dietro, ma mi impegnerò per comprendere anche questa metà di popolazione, un giorno, chissà quando. Mia madre è rimasta sconvolta quando le ho detto che c’è gente che si fa il bidet da dietro, d’altra parte io l’ho scoperto a ventiquattro anni e le a cinquantasette.

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sabato, 07 giugno 2008

Bauhaus 2

Catturare per mezzo della fotografia la presenza corporea dell'altro, soprattutto del volto e delle mani, è pari ad una dimostrazione di affetto.

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sabato, 31 maggio 2008

ahi ahi ahi ahi ahi ahi gelosia la gelosia

Non potevo uscire di casa per via della tonsillite. Il dottore mi aveva imposto di starmene chiusa tra le mure domestiche per almeno due settimane, senza prendere nemmeno un alito di aria esterna. Era mezzogiorno e mezza, Maman era appena uscita dslla porta per andare a fare la spesa al despar vicino casa. Faceva caldo, erano i primi giorni di giugno, ma la luce esterna era opaca e grigiastra. Dalla finestra della cucina eravamo sempre riusciti a vedere il giardino del signor Eustacchio, il vecchio che ci aveva venduto il terreno su cui avevamo costruito casa; al posto di casa nostra una volta c'era un cortile grandissimo e uno stagno per le papere in mezzo. C'erano anche le papere. Adesso, al posto della stagno, c'era il nostro garage. E anche al posto delle papere. Anche quella mattina riuscivo a vedere il giardino del signor Eustacchio dalla finestra della cucina.

Me ne stavo con la punta del naso appiccicata al vetro, attenta alle mosse di quella bambina di quattro anni che correva su e giù tra i cipressi e la folsizia, tenuta sott'occhio da Luciano, il compagno della figlia del signor Eustacchio. La bambina non era loro figlia, Luciano e la Eustacchia erano troppo vecchi; la Eustacchia aveva una figlia di vent'anni di nome Sara avuta dal precedente matrimonio con un uomo che non avevo mai visto. Una volta Sara,che abitava sempre lì con gli Eustacchi e Luciano,  mi aveva accompagnata in camera sua; era stretta e lunga, con una finestra con gli scuri e le tende bianche lunghe fino a terra. Sui muri aveva dei poster di Beverly Hills. Non mi era piaciuta camera sua, alla fine Sara non mi era mia piaciuta e non mi piacevano nemmeno gli Eustacchi, anche se una volta il vecchio Eustacchio mi aveva portata nel suo laboratorio e lì mi ero divertita; puzzava di acqua ragia e colla.

Ad un certo punto era comparsa Maman, appena uscita dal garage dove aveva recuperato la bici per andare a fare spesa. Attraverso la rete che divideva il giardino degli Eustacchio dal nostro piazzale in porfido, Maman parlava vicina vicina alla bambina di quattro anni, rideva e le prendeva le mani piccole nelle sue. E io ero in cucina. Chiusa dentro. E non potevo uscire e non potevo fare niente e non potevo andare lì e urlare "Mamma, sei mia mamma, lascia stare questa qui, falle a me le coccole che sto male e non posso andare a correre in giardino!". Non potevo farlo, volevo farlo, ma non l'ho fatto. Perchè se fossi uscita me le sarei sentite. Così sono rimasta lì a guardare senza farmi vedere. E' un'arte che poi ho affinato con il tempo. Sono rimasta incollata al vetro finchè mia mamma non è effettivamente uscita dal cancello per andare al supermercato, finchè non rientrata, finchè non è arrivata in cucina con le borse della spesa e ricoperta di sudore.

"Che ci fai ancora lì?"

"Chi era quella bambina di prima?"

"La nipote di Luciano."

"Perchè sei stata tanto con lei?"

"Oh, Fulvì, ti prego, era piccola e carina. Adesso vai di là, mi fai il piacere? Mi inquieti lì davanti e poi prendi i soffi d'aria."

E' stata la prima volta che ho sperimentato la gelosia.

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mercoledì, 28 maggio 2008

geneticamente modificata

Sono cresciuta in una famiglia in cui dire "ti voglio bene" è sempre stato considerato superfluo e imbarazzante.La prima volta che mia madre mi ha detto "ti voglio bene" è stata quella sera in cui sono tornata a casa e ho iniziato a dare calci e pugni a qualunque cosa, mi sono chiusa in camera e ho cominciato a piangere tremando come si vede nei film. Mi ha allungato mezzo Pasaden del padre e, più per effetto placebo che per i veri effetti del calmante, mi sono addormentata con lei che mi accarezzava i capelli ripetendomi che mi voleva bene e che dovevo contare su di lei. Avevo ventun anni. Mia madre mi ha sempre accarezzato i capelli per farmi calmare, i capelli e la pelle nuda delle braccia e dalla schiena, mi metteva una mano sotto la maglia del pigiama e mi faceva i grattini sulla pancia. Era il suo modo per dirmelo. Questo ho imparato. La prima volta che mio padre mi ha detto "ti voglio bene" non c'è mai stata. Mio padre non ha mai avuto una parola d'affetto, si è sempre solo limitato a quei piacevoli insulti di cui sentirò rimbombare le orecchie fino a quando il mio cervello non sarà troppo distrutto per ricordarli: ignorante, cicciona, cesso,  stronza, succhiasangue, perdigiorno, poco seria, debosciata, ingrata, inutile, fino ad arrivare al classico "se esci da quella porta non sei più mia figlia". Io l'ho fatto, sono uscita dalla porta e sono ancora sua figlia. Tuttavia credo sia ancora convinto del mio essere stronza succhiasangue perdigiorno poco sera debosciata inutile e ingrata. Mia madre dice che è il suo modo per dimostrare l'affetto che ha per me, e che pensa che se lo facesse in altro modo (e l'altro modo sono le parole) perderebbe quel ruolo di superiorità datogli dalla presunta assenza di sentimenti. Da mio padre ho ereditato questa convinzione inconscia. A parole non ho mai detto "ti voglio bene" a nessuno, pensavo fosse perchè in effetti non gliene volevo o perchè dicendolo senza essere certa che dall'altra parte ci fosse un uguale riscontro avrei degenerato i rapporti o perchè credevo fosse semplicemente inutile. Non era per quello. O forse sì, era anche per questi motivi, ma il dilemma fondamentale è che la mia gola è geneticamente modificata in modo da non riuscire a emettere i suoni "ti" "voglio" e "bene" vicini, per dare forma a una frase di senso compiuto. Vorrei farlo. Ma non ci riesco. E' come  la favola della principessa che non riusciva a ridere. Non ci riesco. Posso dimostrarlo in mille modi, pensarlo cercando di rendere il mio pensiero il più rumoroso possibile, nella speranza che almeno quello venga sentito. Posso condensarlo in una lacrima o inciderlo con le unghie, muovere le bocca come se lo dicessi, impastarlo con un cucchiaio di legno nella pasta frolla dei biscotti, sopportare, sorridere, perdonare e farlo senza fatica, perchè non mi costa fatica, me ne costerebbe se bene non volessi. Ma dirlo mi risulta impossibile, sarebbe fare un passo troppo in là per me, un'ammissione a me stessa che nell'ottica paterna (e purtroppo anche mia) mi renderebbe definitivamente vulnerabile. Così accendo e spengo ogni cinque minuti la mia macchina fotografica, per guardare una foto rosa seppia che a me piace più di tutte le altre.

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mercoledì, 21 maggio 2008

Quello che mi merito

Non sono portata per un sacco di cose. Non sono portata per il matrimonio, ad esempio. E credo, anzi, ne ho la assoluta certezza, di non essere portata nemmeno ad avere figli. Amo che la gente mi odi, adoro stare sul cazzo alle persone, mi trovo a disagio se qualcuno ha un'ottima opinione di me, perchè so di non meritarmela. /// Oggi ho avuto l'ulteriore conferma di quanto il mio cervello stia inesorabilmente sfumando e di quanto intuili siano i miei sforzi per mantenere delle relazioni sociali o dei rapporti convenzionali perlomeno decenti. / Ero rimasta d'accordo con mia madre che mi passasse a prendere alle otto e dieci stamattina per venire in università a usare i maledetti computer dell'aula cad (sul mio portatile il file megagigante del laboratorio che avrei dovuto dare tre mesi fa non va); e mi ha trovata a letto. Non sono quasi riuscita ad alzarmi. (PARENTESI: mia madre pensa che io abbia dei problemi. Ha ragione. Se c'è una, una cosa che odio, più di stare male da sola, più di deludere chiunque, più di sapere che sto buttando la mia vita a puttane, più più di tutto questo, se c'è una cosa che odio è sapere che mia madre si preoccupa per me. Vedere nei suoi occhi l'espressione "Fra che cazzo combini". Gliene ho fatte troppe. Vorrei solo che fosse contenta di me e so che se sapesse come tuttora conduco le mie giornate, non lo sarebbe per niente. Anzi, probabilmente le verrebbe un colpo apoplettico) /// Alle dieci e mezza avevo revisione per il suddetto laboratorio. Mi sono svegliata alle undici. Ho scritto alla prof per scusarmi. Lei è sempre carina e gentile con me, pensa che sia una ragazza affidabile e tutto il resto. Penso che ora mi odi. /// Approfittando del fatto che Jun mi avesse scritto di essere per strada per andare in università l'ho chiamata praticamente supplicandola di passarmi a prendere (non è vero, io non supplico mai). E' passata. Penso che ora mi odi, anche perchè le dico sempre un sacco di cattiverie. Perchè non sopporto ammetterlo, ma di natura sono esattamente come mio padre, che ha un  carattere di merda e gioca su ebay e una volta l'ho beccato su un sito porno. Io non ci vado sui siti porno, forse dovrei iniziare a farlo, o a fare un sito porno (al che mia madre si procurerebbe una rivoltella e si tirerebbe un colpo alla tempia prima ancora che le venisse un colpo apoplettico). /// Naturalmente ho dimenticato la chiavetta USB a casa, quindi all'università non ho potuto mettermi a disegnare come era mio programma (vedi sopra). Lezione non c'era. Non c'era niente. Non c'era neppure una colazione nello stomaco. Ho mangiato un panino con Simone seduti sugli scalini del giardino interno dell'università. Simone c'è quasi sempre, o almeno, c'è quando non so che mi serve. Oggi mi serviva anche se non lo sapevo. Mi serviva per inquadrare bene le mie priorità e la soluzione più veloce ai miei problemi: uccidere le persone che mi danno fastidio, in particolare, mentre stavo parlando di altro e vedevo Jun arrivarci incontro attraversando il cortile, ho concluso che l'avvelenamento può essere una buona soluzione. In particolare (ancora), trovo che del buon topicida in dosi massicce possa fare al caso mio. Nel caso non bastasse, comunque, posso sempre aggiungerci del sano arsenico estratto dalla carta moschicida. /// All'una e mezza mi sono ricordata che ieri mattina (giornata di merda, a Venezia con l'acqua alta il 20 DI MAGGIO, ma si può? ho preso tanta di quell'acqua che tornata a casa ero indecisa se farmi la doccia o meno) avrei dovuto scrivere all'architetto per dirgli che l'appuntamento era spostato a domani a mezzogiorno e non oggi alle due. Naturalmente non avevo il numero per avvertirlo così è venuto all'università inutilmente. Penso che ora mi odi e, esattamente come la prof di cui sopra, stia iniziando a pensare a quanto io sia in realtà inaffidabile e poco seria. /// sono tornata in appartamento in bici, ho preso la chiavetta, ho preso le sigarette e un accendino, ho dato il regalo di compleanno a Ivana (ha fatto gli anni più di una settimana fa. Mi odia)*** e ho mandato solennemente a cagare Patrizia (la Mamma) che mi ha detto di scopare per terra. Vada a fare in culo, ho fatto le pulizie di tutta la casa sabato e non intendo scopare la polvere inesistente. Penso che ora mi odi, in realtà penso che mi abbia sempre odiata e in fondo fa bene a farlo perchè io se potessi la soffocherei nel sonno infilandole un vibratore over-size in bocca e spingendoglielo in fondo ben bene fino a chiuderle del tutto laringe e faringe insieme (ho pessime nozioni anatomiche, lo so). /// Ho ripreso la bici, mi sono ricatapultata ai rizzi rischiando la vita quelle cinque volte, semplicemente perchè non guardavo attraversando la strada. Stupida Fulvia, è il momento peggiore per morire. Hai 24 anni, la gente ti vuole inspiegabilmente bene nonostante tu sia una testa di cazzo (questo sarebbe un buon motivo per morire), hai appena perso tutto quello che hai scritto in una vita di produzione para-letteraria (questo sarebbe un buon motivo per morire: sopprimermi per non produrre altra spazzatura) e non hai ancora raggiunto un orgasmo come si deve (questo sarebbe un buon motivo per morire: secondo me un orgasmo come si deve è deludente al massimo, chissà cosa penso che sia! Sarebbe meglio morire con ancora l'illusione). Non puoi assolutamente morire ora (eh no!). Questo ragionamento l'ho fatto quando ho parcheggiato il bolide, canticchiando Champs Elysèe e facendo tintinnare il bracciale che ho comprato ieri in treno a una sordomuta (2euro, che per quanto faccia schifo non si trovano cose che fanno più schifo a meno soldi in negozio. E comunque ho fatto una buona azione. Circa). /// E comunque no, non posso morire ora.

*** Ivana la ucciderei infilandole un tubo su per il retto e iniziando a pomparle dentro qualsiasi tipo di cibo fino a farla scoppiare; per essere precise, darei la preferenza ai suoi cibi preferiti. Inizierei con almeno tre barattoli da 500 grammi di insalata russa e uno di salsa capricciosa. Poi passerei alla paella surgelata dell'Eurospin, in quantità da definire sul momento. Un po' di minestrone di quello che fa lei e poi una cinquantina di acciughe, quelle che mi mangia davanti agli occhi la mattina alle dieci mentre sto facendo colazione e che emanano un fetore pestilenziale. Concluderei con degli spaghetti al pesto della Pam (quello bbbuono) e con dei cordon bleu, sempre il quantità da definire sul momento, naturalmente triturati a mò di pappina sennò non ci passano. Avevo anche pensato a dei cannoli siciliani, quelli con i pistacchi, però è uno spreco

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sabato, 03 maggio 2008

fulvia su little people.com

Oggi pomeriggio ho ripreso possesso del mio portatile. Ho aperto la mail (g-mail) e ho scoperto che il mio profilo su LITTLEPEOPLE.com (il sito di incontro per dwarves e midgets) è stato visitato da ben 448 utenti. Naturalmente non ho potuto accertarmi di persona che fossero dwarves o midgets di rispetto (dato che avrei dovuto PAGARE), in realtà penso facciano alquanto cagare, indipendentemente dall'altezza e tutto, ma per il solo fatto di essere andati a visitare il MIO profilo (pagando, sottolineerei). Credo che dovrei comunque iniziare a pensare seriamente al fatto di orientare le mie preferenze sessuali sui nani, avrei di sicuro tanti ammiratori, se tanto mi dà tanto.

Postato da LaFulvia alle 18:17
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Rintracciabile in: razzismo, questa è fulvia, a cosa servono i tag

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Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.

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