sabato, 04 ottobre 2008

sui rimpianti e i dolori

Ci sono cose che riesci a capire solamente troppo tardi. Puoi riuscire a capire di amare una persona e di tenerci così tanto da volerla stringere fino a toccarle gli organi interni, puoi riuscire a capirlo solamente dopo che per colpa tua hai rischiato di perderla definitivamente. Puoi riuscire a capire di non poter fare a meno di un pezzo della tua anima solo dopo che te la sei strappata da sola. Puoi riuscire a capire che non riuscirai più a sentire certe canzoni, vedere certi posti, leggere certi libri, bere il caffè in bar all'università, che niente avrà lo stesso suono, la stessa luce, lo stesso sapore, per molto molto molto tempo. E non vuoi sapere per quanto tempo. E lo capisci solo troppo tardi, quando hai già fatto di tutto tu stessa per capirlo. Perchè hai fatto del male alla persona a cui vuoi più bene, perchè gli hai fatto tanto tanto tanto male e potresti morire sepolta a suon di cospargerti il capo di cenere. Non potrai più girare per le strade di una città sconosciuta o conosciuta che sia pensando che vorresti poterci ripassare con lui. Perchè lui non verrà mai più con te. Non potrai più passare davanti a un posto carino dove fanno da mangiare a poco prezzo pensando che un giorno potresti andarci, perchè lui non vorrà più mangiare con te. Non potrai più dormire nel tuo letto guardando il soffitto dalla stessa angolazione in cui lo guardavi quando lui dormiva con te, perchè lui non vorrà più dormire con te. Ci saranno un sacco di cose che non potrai fare, chiamarlo al telefono solamente per sentirti dire "ciao", chiedergli insistentemente quando tornerà in città per vederlo, prendere un treno per andarlo a trovare, guardando fuori dal finestrino la campagna friulana che scorre troppo veloce e al contempo troppo lenta. Non ti senti in grado di fare niente, di alzare lo sguardo, di alzare un braccio, di prendere il telefono per dire a tua mamma che è tutto finito, di prendere lo specchio per dire a te stessa che è tuttpo finito, dormire, dormire, dormire e basta. E' questo che vorresti fare, perchè almeno nel sonno sembra tutto più veloce e poi hai la capacità di capire quando un sogno è un sogno e qualunque cosa brutta possa capitarti saprai sempre come venirne fuori  senza prenderti male perchè è la realtà.
Ieri sono entrata in bagno appena svegliata, ancora la testa un macigno, la bocca impastata dal una dormita venuta male, le mani informicolate che sembrava tenessero ancora in mano una matita, evitando di incrociare il mio sguardo allo specchio (chi vorrebbe guardare negli occhi una persona cattiva come me?), e ho pensato che sarebbe stato tutto migliore se in quel momento, in quel preciso momento, mi fossi resa conto che si trattava solamente di un brutto sogno. Sbattere gli occhi, guardare la croce sul tetto della chiesa davanti alla nostra finestra del bagno, scuotermi un po' e dirmi "cazzo, Fulvì, per fortuna è tutto un incubo! adesso ti svegli e sarà tutto bello come quando ti sei addormentata". E invece il giorno prima ti sei addormentata sapendo che domani sarà un altro giorno che non sarà uguale a tutti quelli che hai passato negli ultimi sette mesi, giorni in cui ti eri abituata a contare su qualcuno e a sentire che qualcuno poteva contare su di te.
E adesso sei sveglia. E questo non è un sogno. Fulvia ha sbagliato e qualcuno dall'alto ha deciso comunque di darle un'altra possibilità.
Grazie.

Postato da LaFulvia alle 18:54
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lunedì, 28 luglio 2008

come buttare via soldi: lezione numero uno

Stamattina sono tornata da Lignano insieme a Simon, dopo un tardo pomeriggio all'insegna del sole e una serata all'insegna di Mokambo e americano scaraffato da me medesima. Una sbronza, cinquanta euro scomparsi, un morso di pizza e due cappuccini misti a mal di testa la mattina dopo. Tutto regolare. Ottima domenica. Io ho fatto le mie solite scenate da schizzata che se non le facessi non sarei io (tutto regolare), ho mandato a fanculo Sal e Simon almeno sessanta volte (la cosa positiva è che nella parola "vaffanculo" non ci sono nè r, nè s, quindi, anche da marza, riesco a pronunciarla mantenendo un certo decoro. Fantastico), mi sono addormentata in due secondi nel letto gentilmente concesso da Marika, per risvegliarmi madida di sudore e con un ginocchio non mio sulla pancia (tutto regolare anche qua, fortunatamente stavolta, memore dei trascorsi, mi sono accapparrata il posto interno, quello vicino al muro, onde evitare fenomenali cadute di fianco), sono stata insultata perchè avevo un copricostume che somigliava al vestito della signora Ciquita e ho speso due euro in una telefonata a Moba durante la quale entrambi non abbiamo capito un emerito cazzo visto che in Africa dove sta il telefono non prende. Ottimo.

Sono stata scaricata davanti a casa all'una e mezza, con una voglia di mangiare pari a zero, dopo essermi lasciata prendere dalla gola di un tramezzino con praga e carciofini del Bennet. Maledetti tramezzini. Finirò con l’odiarli. Soprattutto quelli del Bennet, che sono secchi. Quelli del Pam non sono male. Quelli dell’A&O sono secchi pure loro. E quelli del Despar sono uguali a quelli del Bennet, stessa marca. Bah. Quindi, giovini, se volete comprare dei tramezzini andate al Pam. Quelli confezionati singolarmente. Dicono anche che quelli delle macchinette dell’università siano molto buoni. Non lo so, mi impegnerò nella valutazione e vi farò sapere. A parte questa breve parentesi sui tramezzini, non contenta del tir di stanchezza che mi stavo portando appresso, subito dopo pranzo ho deciso che era il caso di spendere un po’ di soldi in benzina andando fino a Prata di Pordenone per prendere cinque libri in biblioteca. Cinque romanzi, attenzione, non roba utile, non sia mai. Mi sono accertata degli orari della suddetta biblioteca, mi sono stampata l’itinerario udine-prata da viamichelin.it, ho detto a mia madre che andavo da Jun (perché sennò col cazzo che stava tranquilla se le dicevo che mi andavo a fare 53 km andata e 53 ritorno per strade mai fatte e con il supporto di una stampa da cui peraltro non si capiva niente), mi sono caricata in smart cinque cd, mi sono messa i mocassini da guida e via, verso luoghi sconosciuti e cinque libri nuovi di pacca.

Finchè ho dovuto seguire la Pontebbana è andato tutto liscio. In fondo dovevo solo andare dritta, a parte un momento in cui mi sono resa conto di non essere del tutto lucida (il che è successo a circa cinque chilometri da casa, un buon momento per decidere di tornare indietro, ma no); mi sono limitata ad alzare la musica e il condizionatore lanciandolo a manetta verso il mio viso disfatto. Ha avuto il suo effetto. Il dramma c’è stato quando ho dovuto prendere una strada a casa in prossimità delle mille deviazioni davanti all’Emisfero prima di Pordenone. Dalle indicazioni viamichelin non si capiva un emerito niente, c’erano nomi di vie e nessun indizio su che straminchia di via prendere lì dei lavori in corso. Inoltre la cartina era anche stampata male, il colore che segnava l’itinerario copriva i nomi delle città vicino a Prata, quindi non avevo neanche barlume di che direzione prendere, sapevo solo verso che punto cardinale andare. Al che ho accartocciato la stampa e l’ho buttata fuori dalla finestra (bambini non fatelo) e mi sono messa a girare seguendo il sole tra Fiume Veneto e Azzano Decimo, finchè non ho trovato per puro caso una freccia con scritto Prata di Pordenone. Esultante dalla gioia ho fatto la strada restante cantando invece che bestemmiando (come fino a cinque secondi prima). Trovare la biblioteca non è nemmeno stato difficile. Tac, ero già arrivata. Parcheggio, entro (è aperta! Miracolo. Penso.) e appena mi appresto a cercare i libri mi si avvicina una signora e mi fa:

“La biblioteca è chiusa per trasloco.”

Caaaaaaaaazzooooooooooooo.

“Ah. Ma io sono venuta da Udine---“ (faccia contrita, labbro inferiore sporgente e leggermente tremolante)

“Che libri ti servono? Vediamo se sono rimasti fuori.”

Grazie.

Naturalmente non ne era rimasto fuori nemmeno uno, senza contare che tre libri che il catalogo in internet mi dava disponibili erano in prestito.

“Ma erano segnati disponibili…”

“Sì ma il catalogo non è aggiornato.” (sorrisone) Che cazzo ridi?

“Ottimo.”

Sono tornata a Udine tirando giù la Madonna dal cielo e rispedendocela con un calcio in culo.

 

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sabato, 26 luglio 2008

autolesionismo etilico

Sono stordita. Ho un macigno al posto del cervello, le orecchie che mi fischiano e devo vomitare. Mi sento la pancia gonfia e mentre guardo l’orologio del cellulare mi domando come ho fatto a svegliarmi alle otto e cinquantaquattro. Me ne compiaccio, stamattina studierò, allora non sono proprio una merda. In realtà non mi sono svegliata da sola, mi ha chiamata Moba per dirmi di andare a prendere il Gio Style a casa dei miei perché uno solo non basta, e Sal ha dimenticato di portare il suo. Peccato che la cosa sia infattibile. Oltre al fatto che questo week end mio padre ha una gara a Volterra, non credo che anche se rimanessero a casa e il Gio Style fosse relegato inutilizzato nel suo angolo di armadio, me lo presterebbero. I miei non sanno per niente che domani andrò al Sunsplash e non devono saperlo. La tenda me la sono fatta dare con la scusa di doverla prestare ad Andreja.
Mi alzo dal letto. Tiziana non c’è, nemmeno Ivana e nemmeno quella rotta in culo di Patrizia. La casa è vuota, posso deambulare tranquillamente in mutande e in canottiera senza reggiseno. E bestemmiare un po’. Una volta non ero così. Una volta non bestemmiavo, dicevo poche volgarità e mi vestivo con le maglie che mi faceva mia nonna, quella che tra un po’ schiatta. Una volta non fumavo sigarette e non assumevo della droga. Una volta non bevevo come un’assassina spendendo tutti i soldi che mia madre mi passa al mese in unità etiliche. Una volta ero vergine, un po’ in generale.
Quando arrivo in cucina mi accorgo che in realtà sono le undici meno dieci. L’orologio del mio telefono evidentemente non funziona. Lo metto a posto mentre faccio avanti e indietro domandandomi per quale motivo mi faccia così male camminare. E mi fa male anche il braccio sinistro. Cazzo ho? Il mio riflesso sullo specchio mi dice che ho un gomito sfasciato e un ginocchio dilaniato. Le lenzuola del letto, che mi trascino a vedere mentre sto ancora cercando di mettere a posto l’ora del cellulare, mi confermano che stanotte ho perso del sangue. Non tanto, giusto un due macchie per far scena, mai come quando Sal si è svegliato con la testa praticamente aperta e in un lago di sangue semicoagulato.
Poco male. Mi preparo 200mml di latte scremato diluito con 400 mml di acqua, piazzo il misurino nel microonde e mi siedo in cucina aspettando il DLIN che mi avviserà che la mia colazione è pronta. Mi rendo conto che ultimamente le mie mattine tendono tutte a somigliarsi in modo abbastanza preoccupante. E questo perché non so che fra una settimana sarà  Ivana a ritrovarmi riversa sul pavimento del bagno, completamente addormentata e senza scarpe. Da quella volta non avrò più il coraggio di guardarla in faccia. Come mi farò mille imbarazzi a guardare Tiziana, la prima faccia conosciuta che riconoscerò quando aprirò gli occhi e mi renderò conto della gigantesca figura di merda che avrò fatto. Ma stamattina queste cose ancora non lo so. So solo che stanotte non mi ricordo come sono tornata a casa, che ero convinta di dormire con qualcuno mentre mi sono ritrovata da sola, che mi fa male la gamba a camminare e il gomito da piegare, che mia madre arriverà qua fra un’ora e dovrò inventarmi l’ennesima scusa.
Quando mi sono spaccata il labbro, a marzo, le ho detto che ero scivolata dai tacchi andando a fare la spesa. In realtà Vale mi aveva spinta giù da una macchina prima che io potessi scendere con le mie gambe.
Quando mi sono rotta il mento, a maggio, le ho detto che abbassandomi per prendere una cosa sotto il tavolo ho intercettato il pianale prendendolo per sotto. In realtà sono caduta da sola nel bagno della taverna durante la notte di Vicino Lontano in castello.
Quando ho dei morsi sul braccio le dico che sono sfoghi. In realtà sono semplicemente morsi sul braccio.
Quando mi faccio dei lividi sui fianchi le dico che sono caduta dal letto o ho urtato contro il comodino. Beh, e questa è la verità.
Oggi le dirò che sono caduta dalle scale venendole ad aprire il portone. Penserà che sono una disadattata, ma per quanto la riguarda, sempre meglio che alcolizzata.

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sabato, 28 giugno 2008

le cose che mi hanno insegnato

Ho passato un’infanzia in cui fino ai cinque anni non mi ricordo di mia madre,a parte durante le vacanze. All’asilo mi ci portava mio padre, perché Maman doveva partire di casa alle sette di mattina per andare a insegnare a Gonars o in qualche altro paesino sperduto della Bassa Friulana per cui ci volevano almeno tre quarti d’ora di strada in estate e un’ora e mezza in inverno quando c’era la nebbia, o aveva nevicato, o c’erano le strade ghiacciate. Quando mi svegliavo prima che fosse partita mi mettevo a piangere come una disperata e mi attaccavo ai suoi pantaloni finchè non mi sbatteva la porta d’ingresso in faccia lasciandomi distesa per terra, ad affogarmi nelle mie lacrime. Allora mio padre veniva a tirarmi su e mi portava nel lettone finchè non era ora di lavarmi e vestirmi per andare all’asilo. In quel quarto d’ora di tregua mi insegnava cose molto utili, come fare le puzze sotto le coperte e poi annusarle, oppure la filastrocca di Apelle figlio di Apollo, che non conosceva nemmeno lui fino alla fine, o la storia del pesce rosso che finiva irrimediabilmente male; a volte il pesce saltava fuori dalla vasca e moriva, altre volte i suoi padroni si dimenticavano di dargli da mangiare e moriva, oppure gli mettevano un altro pesce più grosso nella vasca e quello rosso veniva mangiato dal nuovo arrivato. Si finiva sempre che arrivavo tardi all’asilo, con un calzetto diverso dall’altro o senza essere pettinata, rischiando la vita perché mio padre metteva la quinta per via Cividale tentando di farmi arrivare penultima e non proprio ultima. Naturalmente non mi accompagnava mia dentro, così ero sempre io che le sentivo dalla suora quella che sembrava un uomo e aveva la sensibilità di un brontosauro. Alle quattro andavo dai miei nonni, che abitavano a trecento metri dall’asilo; durante la ricreazione li salutavo dal cortile, loro erano sempre in terrazza cercando di individuarmi tra la folla di grembiuli bianchi. Io ero quella con il casco di capelli neri che si rotolava giù la collinetta e si prendeva le altalene in bocca quando spingeva le sue amiche. A pranzo chiedevo sempre il bis, dopo mezzo anno suor Ugolina (triste nome per una suora cuoca) veniva a riempirmi per la seconda volta il piatto senza neanche chiedermi. Dopo pranzo ci mettevano tutti nel dormitorio, mentre una delle suore si sedeva in un angolo a ricamare. Non ho mai capito l’utilità del riposino pomeridiano dalle due alle tre, su quelle brandine insulse su cui non ti potevi nemmeno girare che cigolavano. Io non dormivo mai, parlavo con i miei vicini di branda finchè la suora non veniva a intimarmi di stare zitta, dopodiché iniziavo a rigirarmi a destra e a sinistra facendo un baccano infernale finchè la suora non veniva a intimarmi di stare ferma. Al che le soluzioni erano due: o fissavo il soffitto per i rimanenti dieci minuti, o mi rimettevo a parlare, oppure mi facevo la pipì addosso. Quest’ultima opzione si è fortunatamente verificata poche volte, sennò sarei finita come Giacomo, il bambino che se la faceva sotto ogni giorno e la suora-brontosauro un giorno ha preso la sua brandina sporca, e l’ha messa in mezzo alla sala giochi, al pubblico ludibrio. Odiavo Giacomo, non mi faceva vedere il suo libro di Red e Toby e mi tirava su la gonna. All’asilo volevo sempre e solo la gonna, se il padre mi imponeva di mettermi i pantaloni mi imputavo e non volevo uscire di casa. Cinque anni dopo mi impuntavo e non volevo uscire di casa se Maman mi imponeva di mettermi la gonna. Dopo l’asilo non ho più messo una gonna per andare a scuola fino alla seconda media, nel giorno della gonna, in cui tutte e sei noi sfigata in una classe con altri venti maschi, avevamo deciso che era il momento di imporre la nostra femminilità. Io, anche con la gonna, sembravo un maschio tarchiato ugualmente.
Nonostante tutto, comunque, mia madre ha avuto modo di insegnarmi due cose fondamentali nel periodo della mia prima infanzia- Una delle prime cose è stata come mangiare il risotto. Una volta versato nel piatto, rigorosamente fondo come si conviene ad ogni primo, bisogna spalmarlo bene su tutta la superficie e poi iniziare a mangiarlo dai bordi, perché si raffredda più velocemente. Io naturalmente iniziavo sempre dal centro, realizzando dei disegni astratti che avranno voluto dire qualcosa, o probabilmente non volevano dire niente. Ieri mangiando il riso alla milanese, un tipo di risotto che non mi è mai piaciuto in vita e probabilmente continuerà a non piacermi, ho iniziato a mangiarlo dai bordi, così, in automatico, e devo dire che non dà altrettanta soddisfazione che iniziare dal centro.
Un’altra cosa che mi ha insegnato mia madre, ma non ricordo assolutamente il momento in cui l’ha fatto, è da che parte farmi il bidet, cioè da davanti. Questo insegnamento mi si è radicato talmente che fino a poche settimane fa ero convinta che il mondo (o almeno, quella parte di mondo che è consueta utilizzare il bidet) facesse il bidet da davanti; invece ho scoperto che la popolazione si divide in due grandi categorie, esattamente per il cinquanta e il cinquanta percento. C’è chi si fa il bidet da davanti e c’è chi si fa il bidet da dietro. Sinceramente non riesco a capire la tecnica con cui qualcuno possa farsi il bidet da dietro, ma mi impegnerò per comprendere anche questa metà di popolazione, un giorno, chissà quando. Mia madre è rimasta sconvolta quando le ho detto che c’è gente che si fa il bidet da dietro, d’altra parte io l’ho scoperto a ventiquattro anni e le a cinquantasette.

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sabato, 31 maggio 2008

ahi ahi ahi ahi ahi ahi gelosia la gelosia

Non potevo uscire di casa per via della tonsillite. Il dottore mi aveva imposto di starmene chiusa tra le mure domestiche per almeno due settimane, senza prendere nemmeno un alito di aria esterna. Era mezzogiorno e mezza, Maman era appena uscita dslla porta per andare a fare la spesa al despar vicino casa. Faceva caldo, erano i primi giorni di giugno, ma la luce esterna era opaca e grigiastra. Dalla finestra della cucina eravamo sempre riusciti a vedere il giardino del signor Eustacchio, il vecchio che ci aveva venduto il terreno su cui avevamo costruito casa; al posto di casa nostra una volta c'era un cortile grandissimo e uno stagno per le papere in mezzo. C'erano anche le papere. Adesso, al posto della stagno, c'era il nostro garage. E anche al posto delle papere. Anche quella mattina riuscivo a vedere il giardino del signor Eustacchio dalla finestra della cucina.

Me ne stavo con la punta del naso appiccicata al vetro, attenta alle mosse di quella bambina di quattro anni che correva su e giù tra i cipressi e la folsizia, tenuta sott'occhio da Luciano, il compagno della figlia del signor Eustacchio. La bambina non era loro figlia, Luciano e la Eustacchia erano troppo vecchi; la Eustacchia aveva una figlia di vent'anni di nome Sara avuta dal precedente matrimonio con un uomo che non avevo mai visto. Una volta Sara,che abitava sempre lì con gli Eustacchi e Luciano,  mi aveva accompagnata in camera sua; era stretta e lunga, con una finestra con gli scuri e le tende bianche lunghe fino a terra. Sui muri aveva dei poster di Beverly Hills. Non mi era piaciuta camera sua, alla fine Sara non mi era mia piaciuta e non mi piacevano nemmeno gli Eustacchi, anche se una volta il vecchio Eustacchio mi aveva portata nel suo laboratorio e lì mi ero divertita; puzzava di acqua ragia e colla.

Ad un certo punto era comparsa Maman, appena uscita dal garage dove aveva recuperato la bici per andare a fare spesa. Attraverso la rete che divideva il giardino degli Eustacchio dal nostro piazzale in porfido, Maman parlava vicina vicina alla bambina di quattro anni, rideva e le prendeva le mani piccole nelle sue. E io ero in cucina. Chiusa dentro. E non potevo uscire e non potevo fare niente e non potevo andare lì e urlare "Mamma, sei mia mamma, lascia stare questa qui, falle a me le coccole che sto male e non posso andare a correre in giardino!". Non potevo farlo, volevo farlo, ma non l'ho fatto. Perchè se fossi uscita me le sarei sentite. Così sono rimasta lì a guardare senza farmi vedere. E' un'arte che poi ho affinato con il tempo. Sono rimasta incollata al vetro finchè mia mamma non è effettivamente uscita dal cancello per andare al supermercato, finchè non rientrata, finchè non è arrivata in cucina con le borse della spesa e ricoperta di sudore.

"Che ci fai ancora lì?"

"Chi era quella bambina di prima?"

"La nipote di Luciano."

"Perchè sei stata tanto con lei?"

"Oh, Fulvì, ti prego, era piccola e carina. Adesso vai di là, mi fai il piacere? Mi inquieti lì davanti e poi prendi i soffi d'aria."

E' stata la prima volta che ho sperimentato la gelosia.

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mercoledì, 21 maggio 2008

Quello che mi merito

Non sono portata per un sacco di cose. Non sono portata per il matrimonio, ad esempio. E credo, anzi, ne ho la assoluta certezza, di non essere portata nemmeno ad avere figli. Amo che la gente mi odi, adoro stare sul cazzo alle persone, mi trovo a disagio se qualcuno ha un'ottima opinione di me, perchè so di non meritarmela. /// Oggi ho avuto l'ulteriore conferma di quanto il mio cervello stia inesorabilmente sfumando e di quanto intuili siano i miei sforzi per mantenere delle relazioni sociali o dei rapporti convenzionali perlomeno decenti. / Ero rimasta d'accordo con mia madre che mi passasse a prendere alle otto e dieci stamattina per venire in università a usare i maledetti computer dell'aula cad (sul mio portatile il file megagigante del laboratorio che avrei dovuto dare tre mesi fa non va); e mi ha trovata a letto. Non sono quasi riuscita ad alzarmi. (PARENTESI: mia madre pensa che io abbia dei problemi. Ha ragione. Se c'è una, una cosa che odio, più di stare male da sola, più di deludere chiunque, più di sapere che sto buttando la mia vita a puttane, più più di tutto questo, se c'è una cosa che odio è sapere che mia madre si preoccupa per me. Vedere nei suoi occhi l'espressione "Fra che cazzo combini". Gliene ho fatte troppe. Vorrei solo che fosse contenta di me e so che se sapesse come tuttora conduco le mie giornate, non lo sarebbe per niente. Anzi, probabilmente le verrebbe un colpo apoplettico) /// Alle dieci e mezza avevo revisione per il suddetto laboratorio. Mi sono svegliata alle undici. Ho scritto alla prof per scusarmi. Lei è sempre carina e gentile con me, pensa che sia una ragazza affidabile e tutto il resto. Penso che ora mi odi. /// Approfittando del fatto che Jun mi avesse scritto di essere per strada per andare in università l'ho chiamata praticamente supplicandola di passarmi a prendere (non è vero, io non supplico mai). E' passata. Penso che ora mi odi, anche perchè le dico sempre un sacco di cattiverie. Perchè non sopporto ammetterlo, ma di natura sono esattamente come mio padre, che ha un  carattere di merda e gioca su ebay e una volta l'ho beccato su un sito porno. Io non ci vado sui siti porno, forse dovrei iniziare a farlo, o a fare un sito porno (al che mia madre si procurerebbe una rivoltella e si tirerebbe un colpo alla tempia prima ancora che le venisse un colpo apoplettico). /// Naturalmente ho dimenticato la chiavetta USB a casa, quindi all'università non ho potuto mettermi a disegnare come era mio programma (vedi sopra). Lezione non c'era. Non c'era niente. Non c'era neppure una colazione nello stomaco. Ho mangiato un panino con Simone seduti sugli scalini del giardino interno dell'università. Simone c'è quasi sempre, o almeno, c'è quando non so che mi serve. Oggi mi serviva anche se non lo sapevo. Mi serviva per inquadrare bene le mie priorità e la soluzione più veloce ai miei problemi: uccidere le persone che mi danno fastidio, in particolare, mentre stavo parlando di altro e vedevo Jun arrivarci incontro attraversando il cortile, ho concluso che l'avvelenamento può essere una buona soluzione. In particolare (ancora), trovo che del buon topicida in dosi massicce possa fare al caso mio. Nel caso non bastasse, comunque, posso sempre aggiungerci del sano arsenico estratto dalla carta moschicida. /// All'una e mezza mi sono ricordata che ieri mattina (giornata di merda, a Venezia con l'acqua alta il 20 DI MAGGIO, ma si può? ho preso tanta di quell'acqua che tornata a casa ero indecisa se farmi la doccia o meno) avrei dovuto scrivere all'architetto per dirgli che l'appuntamento era spostato a domani a mezzogiorno e non oggi alle due. Naturalmente non avevo il numero per avvertirlo così è venuto all'università inutilmente. Penso che ora mi odi e, esattamente come la prof di cui sopra, stia iniziando a pensare a quanto io sia in realtà inaffidabile e poco seria. /// sono tornata in appartamento in bici, ho preso la chiavetta, ho preso le sigarette e un accendino, ho dato il regalo di compleanno a Ivana (ha fatto gli anni più di una settimana fa. Mi odia)*** e ho mandato solennemente a cagare Patrizia (la Mamma) che mi ha detto di scopare per terra. Vada a fare in culo, ho fatto le pulizie di tutta la casa sabato e non intendo scopare la polvere inesistente. Penso che ora mi odi, in realtà penso che mi abbia sempre odiata e in fondo fa bene a farlo perchè io se potessi la soffocherei nel sonno infilandole un vibratore over-size in bocca e spingendoglielo in fondo ben bene fino a chiuderle del tutto laringe e faringe insieme (ho pessime nozioni anatomiche, lo so). /// Ho ripreso la bici, mi sono ricatapultata ai rizzi rischiando la vita quelle cinque volte, semplicemente perchè non guardavo attraversando la strada. Stupida Fulvia, è il momento peggiore per morire. Hai 24 anni, la gente ti vuole inspiegabilmente bene nonostante tu sia una testa di cazzo (questo sarebbe un buon motivo per morire), hai appena perso tutto quello che hai scritto in una vita di produzione para-letteraria (questo sarebbe un buon motivo per morire: sopprimermi per non produrre altra spazzatura) e non hai ancora raggiunto un orgasmo come si deve (questo sarebbe un buon motivo per morire: secondo me un orgasmo come si deve è deludente al massimo, chissà cosa penso che sia! Sarebbe meglio morire con ancora l'illusione). Non puoi assolutamente morire ora (eh no!). Questo ragionamento l'ho fatto quando ho parcheggiato il bolide, canticchiando Champs Elysèe e facendo tintinnare il bracciale che ho comprato ieri in treno a una sordomuta (2euro, che per quanto faccia schifo non si trovano cose che fanno più schifo a meno soldi in negozio. E comunque ho fatto una buona azione. Circa). /// E comunque no, non posso morire ora.

*** Ivana la ucciderei infilandole un tubo su per il retto e iniziando a pomparle dentro qualsiasi tipo di cibo fino a farla scoppiare; per essere precise, darei la preferenza ai suoi cibi preferiti. Inizierei con almeno tre barattoli da 500 grammi di insalata russa e uno di salsa capricciosa. Poi passerei alla paella surgelata dell'Eurospin, in quantità da definire sul momento. Un po' di minestrone di quello che fa lei e poi una cinquantina di acciughe, quelle che mi mangia davanti agli occhi la mattina alle dieci mentre sto facendo colazione e che emanano un fetore pestilenziale. Concluderei con degli spaghetti al pesto della Pam (quello bbbuono) e con dei cordon bleu, sempre il quantità da definire sul momento, naturalmente triturati a mò di pappina sennò non ci passano. Avevo anche pensato a dei cannoli siciliani, quelli con i pistacchi, però è uno spreco

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domenica, 04 maggio 2008

Mrs Dalloway

Mrs Dalloway organizzava sempre feste per tenersi impegnata.
Le piaceva riempire le proprie giornate di cose da fare.
Voleva vivere sempre indaffarata.
Anche Fulvia avrebbe deciso di darsi alla vita di Mrs Dalloway.
Anche lei vorrebbe organizzare feste in un continuum alcolico-musicale da riempire della gente che ama.
Ma non può farlo. Non può farlo perchè non vive in un romanzo, anche se ultimamente potrebbe sembrare.
Il week end è stato impegnativo e impegnato. Si è diviso tra vino, birra, havana ed erba.
E domani ci sono le analisi del sangue, proto-trombina, o come diavolo si chiama, e tutte quelle altre mille analisi il cui scopo sarebbe quello di valutare come quando se e perchè iniziare a prendere la pillola. Non che se le trovano una sovrabbondante dose di THC nel sangue possano farle qualcosa, ma forse sarebbe stato meglio che la settimana della droga fosse stata posticipata. Tant'è.
La festa di maggio alla Domus (parens ad Asiago permettendo) è andata bene, con due cambi d'abito uno più assurdo dell'altro, i soliti danni al parquet del salotto e una quantità improponibile di besciamella avanzata in frigo. Residui di cenere in terrazzo. Residui di dolore alla testa. Una camera nuova nella soffitta, che userò quando verrò a dormire qua e il soggiorno mi sarà più lieto (a parte Pochi che si impossessa regolarmente di metà letto). registrazioni sincopate sul pianoforte, ascoltando le quali mi sembra di vedere i tasti abbassarsi ed alzarsi.
Nostalgia. Come ogni anno. Quest'anno di più perchè la festa è stata solo il culmine di una settimana perfetta dai capelli alla punta delle scarpe, che come ogni cosa bella stento sempre a credere che possa ripetersi; tuttavia bisogna anche riconoscere che ogni volta mi sono ricreduta.
E nella testa le stesse parole che mi hanno detto ieri sia Jun che Vale: adesso che le cose vanno bene, potresti. Ma Fulvia non è brava a parlare, ha paura di farsi del male. E aspetta.

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domenica, 27 aprile 2008

dall'autocompiacimento al senso di colpa

Queste ventiquattro ore-circa hanno visto la persona di Fulvia Sperelli attraversare diversi e diversificati stati d’animo, che si davano il cambio ogni ora, ogni mezzora, ogni minuto. Nella sua testa, nella sua pancia, nei suoi occhi, nelle sue mani e nella sua bocca. Ed ora, con una focaccia siciliana al prosciutto funghi e fontina nello stomaco (il suo pranzo. Fatto alle sei e mezza di sera. Insieme a una Jun famelica di patatine fritte che sbocconcellava al suo fianco un trancio di pizza di quella buuuuuuuona. In piedi in via Grazzano, sotto una casa fatiscente, vicino alla pasticceria siciliana), può finalmente analizzarli.

Autocompiacimento. E’ bello quando ricevi dei complimenti anche da gente a caso, o di cui non te ne potrebbe fregare di meno (leggi: il pelato e Ivana). E’ ancora meglio quando ricevi complimenti da gente di cui qualcosa, in effetti, ti importa. I complimenti di cui ha potuto godere quest’oggi-o-quasi Fulvia sono stati:
Complimento primo: “Io ti stimo Fulvia! Io stimo grandemente questa ragazza!” Grazie! Apprezzo.
Complimento secondo: “Che bene che ti stanno i capelli in questi giorni Fulvì!Sei proprio bella e hai anche una pelle liscia liscia”. Questo dopo che ero uscita dal bagno dandomi della faccia di culo.
Complimento terzo: “Salve! Ti ho vista da lontano! Davvero dei begli occhiali.” Fulvia: “Bene. Piacciono anche a me.” Tipo: “Sei proprio una bella ragazza!” Fulvia: “Ma se ho dei begli occhiali non vuol dire per forza che sia una bella ragazza!”
Complimento quarto: “Sei carinissima stasera!” Tu invece anche se ti sei tagliato i capelli sembri comunque un accattone. Ma va bene così.
Complimento quinto: “Sei una dea egizia incarnata in una ragazza dei giorni nostri.” E comunque io non sono ragazza, sono Fulvia. Un sesso a parte.

Utrum: qual è stato il complimento più apprezzato?

Insofferenza 1. Per Edoardo, che due minuti dopo avermi vista e con già due birre in corpo, ha iniziato a insultarmi davanti al Lele’s Chiosco a Lignano, perché non avevo avuto le palle di dire all’architetto per cui lavoriamo, e al cui ultimo incontro lo steso Edoardo non era venuto, che lui (l’architetto) è un deficiente. E lui allora cos’è? Che dopo due settimane che ce la menava che aveva otto tavoli al Charlie, che “sì Fulvia, sì Jun, potete tranquillamente unirvi a noi, poi potete anche dormire da me!”, non ci ha neanche degnate di uno sguardo e dopo avermi rotto i timpani dando anche a me della deficiente, sì e no che ci diceva dove e quando andavano gli altri al suddetto Charlie.
Utrum: chi dovrebbe urlare a chi che è un deficiente?

Delusione. Quando arrivi dopo cena al Tenda e ritrovi quegli amici che hai piacere di vedere e hai l’amara sorpresa che la persona che avevi più piacere di vedere degli altri ti rivolge sì e no tre parole. In questi momenti ti verrebbe di dare ragione a Jun, quando l’altroieri ti ha detto: “Ah, Fulvì. Quello lì potrebbe essere chiunque: un maniaco sessuale, un clown, un pedofilo, un represso, un drogato, un pazzo criminale, un nano psicopatico…non si capisce cosa sia dalla faccia.” E quando ti aveva detto questa cosa tu avevi riso e detto: “Cazzo vuoi che sia. Un clown!” Al Tenda ti stai ricredendo.
Utrum: quale delle due Fulvie aveva ragione?

Insofferenza 2. Finalmente giunte al Charlie, scoprire che è più merda di quanto te la ricordassi. Magari non c’è quel cerebroleso di ClK che ci aveva provato con Jun due anni fa. Magari non c’è il buttafuori scassa-cazzi che ti impedisce di entrare perché hai i capelli a fungo. Però c’è una branca di gente piccola e ubriaca e brutta che barcolla e spintona e mi fa cadere il mio prezioso Havana Cola sulla giacchetta nuova della Sisley. Non ci sono tavoli a cui aggregarsi, perché Edoardo, quella testa di Minchia, ci ha abbandonate. C’è puzza di sudore e il bagno delle donne, oltre ad avere una fila di almeno quindici persone, è pure intasato. Nessuna faccia conosciuta. Pure un pelato che ti fa i complimenti per gli occhiali (vedi prima). Insofferenza crescente. Voglia di dare fuoco a qualunque cosa, consolle, bagni e pelato compreso.
Utrum: ho fatto bene al trattenere i  miei barbari istinti?

Sollievo. Quando finalmente recuperi in mezzo alla bolgia le tue facce conosciute e pur standoci insieme per nemmeno un’ora arrivi alla conclusione che qualunque posto può essere la merda peggiore del mondo, e Jun potrà anche andare in giro con la faccia scazzata del “checcifaccio io qua voglio andarmene muoviti” per tutto il tempo che vorrà, e potrà anche non esserci l’alcol (che palle, è dura ma posso farcela) e i tipi più brutti del mondo in giro, ma tutto potrebbe passare in secondo piano solamente grazie a una mano stretta in mezzo alla gente per passarci in mezzo e raggiungere l’ingresso. E degli occhi un po’ lucidi di Havana che ti fanno il calendario dei prossimi tre giorni: “Allora, domani è domenica, dopodomani è lunedì…” Fulvia: “…e dopo dopodomani è martedì!” “Esatto!”.
Utrum: e dopodopodopodomani?

Sorpresa. Le chiamate alle alle quattro e quindici di notte, mentre sei già sotto le coperte, nel letto vicino a quello di Jun, nel suo appartamento dalla temperatura glaciale.
Utrum: nessuna domanda.

Inconcludenza. Io e Jun ci svegliamo all’una e ventitre minuti. L’ora più assurda alla quale mi sia mai svegliata. Ho un libro di Zevi sulla mensola sopra la mia testa, ma il mio braccio non ce la fa a sollevarsi per prenderlo. Inconcludenza. Ho sognato il sogni che faceva qualcun altro, non so chi, ma non ero io. E di nuovo mia madre che mi insulta e si incazza all’inverosimile. Un sogno ricorrente che spero non voglia dire niente. Alle due facciamo colazione. Poi, giro per Lignano, scambiandoci sì e no due parole in croce, troppo stanche, pensierose e crevate dal sole per produrre una sola frase di senso compiuto. A parte io che a volte me ne esco con una delle miei solite imbecillità, un sicuro sintomo di stato di salute piuttosto buono. Non pranziamo, cappuccino alle quattro basta e avanza, con un cioccolatino completamente sciolto vicino, che Jun mangia ugualmente suscitando gli sguardi lascivi di vecchi tedeschi in cerca di una fellatio come si deve. L’insolvenza di una giornata passata a non fare assolutamente nulla e che prima di cominciare sembra essere già finita.
Utrum: qualcuno sa di chi potrebbe essere il sogno che ho fatto? Se qualcuno ha fatto un sogno MIO stanotte, mi avverta. Potrebbe essersi verificato uno scambio.

Rabbia. Per mia madre. dopo essersi accorta del tatuaggio, prima si è messa a ridere e poi, dopo due giorni, mi ha fatto un cazziatone di dieci minuti con tanto di lacrime. Oggi pomeriggio, tornando da Lignano, vengo a sapere dalla Soror che la punizione per cotanto affronto di essermi tatuata un simbolo elfico sul retro collo (vedi foto) la Mater non mi permetterà di fare la tanto attesa festa del 2 di maggio alla Domus, quando i Parens saranno via in qualche luogo sperduto delle Alpi a fare la solita gara di aereomodelli di maggio. La rabbia è incontenibile e devastante. Passo tutto il tragitto da Lignano a Udine meditando vendetta e insultando mentalmente la Mater: uno, perché non me l’ha detto prima e ora ho già avvertito tutti gli astanti; due, perché ho ventiquattro anni e non voglio più sottostare a punizioni imbarazzanti, soprattutto dopo che: uno, ho avuto anche la correttezza di dirle che tenevo la suddetta festa quando lei era via e quindi potevo anche non dirglielo; due, perché il tatuaggio è mio, so io perché l’ho fatto e lei ha la sua mentalità che non vedo perché dovrebbe essere più giusta e corretta della mia.

Senso di colpa. Fulvia CHIAMA la Mater con il SUO cellulare, appena tornata in appartamento e da lì a mezzora ha luogo il dramma psicologico. Dopo una serie di recriminazioni e lacrime da entrambe le parti (alla fine dei quali Fulvia ottiene il benestare di tenere la festa venerdì prossimo) parte la tragedia familiare: perché lei è preoccupata per me, perché non sa quello che faccio, con chi mi vedo e cosa mi passa per la testa, perché ogni volta le rispondo a monosillabi, perché lei mi ha sempre difesa in questa cosa di andarmene di casa, perché non è solo per quello che faccio adesso che lei è in pena, perché ci sono cose che in passato non le ho detto e ha paura che neanche ora le dica. In pratica: mi ha fatto sentire una figlia degenere, nonostante io continuassi a mantenere il mio aplomb da “ma mamma che cazzo stai dicendo, non ti fidi di me, forse?”. Dopo aver chiuso la telefonata Fulvia piomba in uno stato di depressione catatonica e sensi di colpa lancinanti, consapevole che se la Mater sapesse cosa sta facendo della sua vita, sicuramente le verrebbe un colpo apoplettico. E perché ci sono ancora cose irrisolte del suo passato da day-hospital e la Mater non lo sa.
Utrum: Fulvia dovrebbe dirgliele? E soprattutto: dovrebbe dirle a qualcuno in generale per liberarsi dei suoi fantasmi interiori?

Vostra Fulvia, come sempre in posizione Nadu.

Postato da LaFulvia alle 20:26
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sabato, 19 aprile 2008

Insolita

Ieri sera mi sono regalata un film non visto al Far East.
Ieri alle sei e mezza sono uscita di casa vestita a puntino pronta per l’apertura del suddetto Far East. Pronta per scroccare qualche taglio di vino gratis e qualche buona tartina con il caviale.
Ieri alle sette ero pigiata in mezzo a mille persone, con una borsa esageratamente grande addosso, tacchi alti rotti da mò e un ciuffo di capelli spostato a sinistra mentre di solito è a destra. Con un biglietto in tasca di Simone. Il MIO biglietto per lo spettacolo delle otto. Con un biglietto che nessuno sapeva esistesse. Perché non ho voluto dirlo. Non ho voluto dire che avevo già speso cinque euro per andare a vedere lo spettacolo delle otto. Che alle sette ero ancora convinta di andare a vedere. che dopo mi sono convinta di non andare più.
Ieri alle sette e mezza ero già al primo bianco e secondo rosso, senza niente in pancia, perché fare la fila per prendere da bere è una cosa nobile, spintonarsi per prendere del cibo è un po’ gretto. meglio farselo portare, oppure non mangiare proprio.
Ieri alle otto meno un quarto, quando Simone mi fa: “Andiamo a prendere le cuffie noi!” e io gli ho risposto: “Prendile anche per me, arrivo fra cinque minuti”…e alle otto meno dieci, quando gli ho scritto: “Voi entrate, dimmi dove vi sedete e vi raggiungo fra cinque minuti”…e alle otto meno cinque, quando lui mi ha scritto: “Il tuo biglietto ce l’ho io! Come facciamo?”…in tutti questi momenti già sapevo che non li avrei mai raggiunti in sala. Che la serata prometteva bene, che stavo bene e che non avevo intenzione di chiudermi a vedere un thriller cinese per quanto fico potesse essere, mentre fuori la vita andava avanti.
“Ma tu non l’avevi preso il biglietto?”
“No no.”
Sono proprio una disfatta.
Ed è stata insolita la serata che ne è venuta fuori.
Insolita ma sperata e desiderata da tempo. Proprio così, urlata, pianta e compianta, con le sue cadute e le sue risalite, le sue botte in testa e le mani tra i capelli, i suoi bicchieri scambiati, le sue facce alternate, la sua gente che va e quella che viene.
33cento.
Contarena.
Taverna dell’angelo.
Pioggia.
Alcol.
Vino bianco e rosso.
Vodka.
Mojito.
Mille cicche.
Musica in macchina che si mischia al rumore delle gocce sui vetri.
La convinzione di avere addosso un cappotto non mio. che in realtà era mio.
L’inconcludenza scomparsa, sostituita da quella joie de vivre che si basa sulle piccole cose, sui particolari, su una parola ogni cinquanta, su uno sguardo ogni cento.

“Comunque a parte gli scherzi ti devi dare una regolata con il bere.”

Comunque a parte gli scherzi dovrei darmi una regolata in un sacco di cose. Ma oggi non è giornata per piangere. Oggi Fulvia vuole essere contenta.

Postato da LaFulvia alle 13:58
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lunedì, 14 aprile 2008

Ha ragione la Santanchè!

Uscire con me da sempre ed indubbiamente grandi soddisfazioni, soprattutto perchè una serata fatta di cinema e pina colada (una sola!) può magicamente trasformarsi nello show comico della settimana (passata o a venire non c'è problema). ieri sera, prese dalla depressione post-elezioni, Fulvia e Jun hanno deciso di intraprendere la via del diverimento legale, concedendosi un George Clooney e una Renèe Zellwegger al Cinecity e un successivo cocktail al matilde (ore 00:35), dove non c'era nessuno a parte loro due e i camerieri (e tredici euro in più in cassa quando se ne sono andate, LADRI!). la serata era propizia alle confidenze, così le nostre due eroine si sono ritrovate a blaterare sempre delle solite cose almeno per mezzora chiuse nella punto nera di Jun, che essendo la maggiore apportatrice di confidenze e lamentele, è pure giusto che ci metta la location.
ore 02:15 arrivate ad alcuna conclusione a cui si era giunti già nove mesi fa, almeno da parte mia (ovvero: il fattone ha le sue priorità e Jun non può farci niente, sta a lei decidere se accettare di rimanere una priorità secondaria oabbandonare del tutto l'amo), Jun e Fulvia decidono di dirigersi a Lettolandia, per riflettere sui fatti delle reciproche vite. E invece no! il fato ha preparato per loro una sorpresa di quelle grandi davvero (e dire che sono già passate tre settimane da Pasqua!). davanti al portone del condominio di Fulvia, un'audi nera parcheggiata senza segni di vita è attorniata da un capanello di strane persone che si muovono come i Sims quando scoppia un incendio. Appena Jun si ferma una donna con il cappotto bianco e i capelli biondi si avvicina alla Punto con aria semidisperata.
FULVIA: "Tira tira giù il finestrino. Apri apri, hanno bisogno di aiuto!"
JUN: "ho capito ho capito"
DONNA BIONDA: "Scuzate, non è che avrezte gazolio perrr cazo?"
JUN: "eh, veramente no, ma che è successo?"
In quella dall'Audi esce il rumeno quello che sta al quinto piano e lavora al Contarena, insieme alla sorella (Andreea, quella strafiga da paura con i capelli biondi lunghi e vaporosi), con cui abita. Naturalmente dalla macchina esce pure la sorella, stratirata e con un'aria scocciata, la tipica aria: cazzo stanno facendo questi rincoglioniti, io mi sono messa figa e voglio andare a ballare.
RUMENO: "ehi, ma io ti conosco!" seguono grandi salutoni a Fulvia.
RUMENO: "allora signorina, le pare l'ora di tornare a casa?" rompicazzo.
Morale della favola: Fulvia e Jun caricano una tanica e il rumeno a bordo, per portarlo al primo distributore self service e fare rifornimento di gasolio perchè, come ci tiene a spiegare Luciano (il rumeno. che qualcuno dovrebbe spiegarmi come si fa un rumeno a chiamare Luciano), il ceco ("non ceco nel senso di ceco, guidava lui! della repubblica ceca, dico!) si era sbagliato e aveva messo benzina invece che gasolio nella macchina a gasolio. La macchina era andata a aventi per un po' e poi PUFF, si era fermata. STRANO, CAZZO!
ore 02:45 Tornati in condominio Jun sale nell'appartamento di Fulvia a farsi un Beilis e a guardare un due foto sul computer (che sono sempre quelle), oltre che a commentare come adesso si spiega il motivo per cui in Romania abbiano le macchine scatafasciate: se continuano a trattarle così! Naturalmente mezzora dopo i rumeni dell'Audi erano ancora lì. e soprattutto c'era ancora Andreea, poverina, ad aspettare con aria sempre più incazzata.

In certi momenti mi verrebbe voglia di dare ragione a Jun quando mi scrive:
ire 03:15 "Ha ragione la Santanchè: ROM FUORI!"

Postato da LaFulvia alle 11:56
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Questo è il secondo blog di Fulvia Sperelli, che prima non si chiamava così, ma adesso sì, perchè vuole mantenere l'anonimato, ma non ce la farà per molto.
E anche se il titolo non viene fuori tranne che sulla barretta in alto, il titolo di questa pagina web è CECI N'EST PAS UN BLOG.
Have enjoy.

Questa è Fulvia

» mi piaci, ah ah
» una simil-vita
» Fulvia la solitaria senza brillante

Fulvia abita una società composta da

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» la zecca
» le cose che mi hanno insegnato

Fulvia's love affairs

» quello che manca
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» cinica romantica
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